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mercoledì 29 ottobre 2014

Io sono DSA

"Allora ragazzi, i DSA alzino la mano che organizziamo le interrogazioni programmate."

"Prof io sono DSA, non può interrogarmi a sorpresa."

"I ragazzi DSA possono scaricare le mappe di fisica da sito."

"Prof alle medie ero DSA. Perché non posso usare la calcolatrice? Lei deve farmela usare!"

"Come faccio a sapere se sono DSA? Anche io voglio fare le interrogazioni programmate come i miei compagni..."

DSA, DVA, dislessico, discalculico, disortografico, iperattivo, BES... dove sono finito Marco, Sofia, Luca, Martina e tutti i loro compagni?
Per questa nuova scuola sembrano non esistere più, confusi dietro ad una etichetta che gli è stata appiccicata e che non possono più togliersi.
O che non vogliono più togliersi, perché avere un disturbo specifico dell'apprendimento oggi può essere un vantaggio. Un dito dietro cui nascondersi per non mostrare la poca voglia di studiare, di faticare nel processo di apprendimento.


Le frasi citate poco sopra (udite dalle mie povere orecchie di educatore alla ricerca di peculiarità individuali) sono state espresse con naturalezza, con provocazione alcune volte.
Ma mai con vergogna o imbarazzo.
Intendiamoci: avere un disturbo dell'apprendimento non è una colpa e come tale non deve essere vissuto.
Però il disturbo non può arrivare prima della persona o - addirittura - al suo posto!
Marco può essere dislessico, Sofia discalculica, Luca disortografico, Martina iperattiva... ma restano dei ragazzi che oltre al loro disturbo hanno altro.
Risorse, caratteri, interessi, paure, certezze! Questo e tanto altro.

Approfondire il fenomeno è giusto, ricercare nuove strategie e modalità di studio è doveroso, capire come offrire a tutti pari opportunità di apprendimento è obbligatorio.
Ma non a discapito della persona e del suo essere globale. 
Non sostituendo la problematicità con l'educazione.
Non mettendo in disparte l'approccio sistemico per semplificare ed uniformare gli interventi.

Perché categorizzare può essere utile ma etichettare diventa pericoloso.

Io questa lezione l'ho imparata anni fa quando, durante un esame universitario utilizzando un lessico professionale troppo gergale, parlai di "tossicodipendenti" e venni fermato da docente che, con sguardo truce, mi chiese: "Scusi chi?"
Solo correggendomi con un "Persone affette da tossicodipendenza" riuscii far cambiare espressione al docente e superare un esame che, sebbene brillante, aveva rischiato di essere inficiato da quella disattenzione.


Chi insegna questa lezione ai nuovi studenti?
Quale scuola semplifica, permettendo agli studenti stessi di semplificare, le persone?

mercoledì 27 agosto 2014

#pensodunquebloggo2 - di conclusioni e ripartenze

Il 28 agosto i blogger del gruppo Snodi Pedagogici scriveranno e pubblicheranno una serie di articoli, sui propri blog, inerenti ai blogging day già pubblicati:

Una sorta di conclusione su quanto è emerso fino ad oggi grazie ai vostri contributi, per rileggere assieme a voi i passaggi fondamentali, provando a dare delle risposte ma anche porre e porsi nuove domande, in vista dell'antologia che verrà pubblicata ad autunno e il cui ricavato andrà in beneficenza alla "Locanda dei Girasoli" di Roma
Gli articoli verranno pubblicati sui diversi social con‪#‎Pensodunquebloggodue‬ e raccolti sul sito di Snodi Pedagogici

#pensodunquebloggodue - di conclusioni e ripartenze

Ed eccoci alla fine, alla conclusione di un Blogging Day iniziato a gennaio e che ha portato tutti noi, blogger di Snodi Pedagogici, in un viaggio che forse nemmeno ci aspettavamo.
I primi tre appuntamenti hanno riguardato l'educazione naturale, le connessioni tra pedagogia e scuola, e i possibili link tra pedagogia e politica (il secondo post ospitato da questo blog sul tema lo trovate qui).
Le prime tre tappe di un percorso che ci hanno accompagnato in riflessioni, stimoli e proposte di altri e che ognuno di noi ha tentato di ricucire nel primo #pensodunquebloggo.

A me personalmente sembrava già un ottimo risultato perché - considerando le fatiche e l'agitazione da scolaretti che stavano dietro ad ogni appuntamento - credevo avremmo terminato le nostre energie in quella prima tornata.
Ma noi Edu-Blogger siamo gente cocciuta.
O incosciente.

Ed ecco che allora siamo partiti con i tre appuntamenti successivi: educazione e amore, educazione e bellezza (anche questo bissato qui) e i lati oscuri dell'educazione. 
Che ci conducono direttamente a questo #pensodunquebloggodue, con il quale tentiamo una ricucitura dei temi affrontati in questo ultimo trimestre.
Rileggendo gli ultimi contributi mi è venuta in mente un'immagine che - secondo me - le racchiude.
Una moneta. 

Una moneta chiamata Educazione la cui prima faccia è l'amore (sentimento fondamentale per la costruzione di una relazione che deve declinarsi in amore pedagogico se la relazione da costruire è di tipo educativo) e l'altra è il pericolo (perché il rischio di ogni educatore è di cedere al richiamo dell'onnipotenza, trasformandosi in un cattivo maestro). 
Immaginando questo concetto nel mio quotidiano lavorativo riesco a scorgere innumerevoli episodio in cui ho dovuto coniugare questi due aspetti (l'amore pedagogico verso i miei utenti e l'attenzione al mio delirio di onnipotenza).
Innumerevoli? Praticamente ogni azione educativa che svolgo passa sotto queste due lenti d'osservazione, a voler ben guardare...
E dove sta la bellezza, vi chiederete?
Me lo sono chiesto anche io. E ho trovato la risposta rileggendo proprio Ogni scarafone è bello a mamma soja perché la Bellezza sta proprio nel risultato che possiamo osservare in ciò che facciamo.

Come Michelangelo, che nel blocco di marmo già intravedeva la statua che vi era nascosta liberandola dalle parti eccedenti. 
Una bellezza che è frutto anche del nostro amore e dell'attenzione che poniamo al nostro essere onnipotenti, ma che è già insito nella persona che abbiamo di fronte. 
E che noi possiamo solo trarre fuori (ex-ducere).

Genitori, insegnanti, politici, educatori, esseri umani... siamo tutti coinvolti come soggetti attivi nel processo di Educazione dell'altro come di noi stessi. Del mondo. 
L'Educazione diventa compito e responsabilità di ognuno di noi. 
A suo modo. 
Per le proprie capacità.
Ma non è possibile abdicare.
O meglio: io scelgo di non abdicare.
Come educatore, padre ed essere di questo mondo.

Questo è, per me, il significato di questo percorso: cercare ogni strada per continuare a far risuonare la grancassa dell'Educazione perché tutti possano esserne richiamati ed attratti.
Ecco perché questo #pensodunquebloggodue non è un punto di arrivo.
Ma una nuova partenza.
Per nuove idee, percorsi e scambi di cultura educativa e pedagogica.
Dentro e fuori la rete.

Per dare voce a Tutti coloro che avranno voglia di partecipare, nei commenti o con altri contributi sui temi che verranno proposti.




I Blog Partecipanti:

La Bottega della Pedagogista di Vania Rigoni
Ponti e Derive di Monica Cristina Massola
Nessi Pedagogici di Manuela Fedeli
E di Educazione di Anna Gatti assieme a un guest post di Alessia Zucchelli, collaboratrice del blog
Bivio Pedagogico di Christian Sarno
TraFantasiaSpazioAzione di Monica D'Alessandro Pozzi
Labirinti Pedagogici di Alessandro Curti
In Dialogo di Elisa Benzi
Il Piccolo Doge di Sylvia Baldessari

giovedì 12 giugno 2014

#educazionEbellezza - Abitare il proprio spazio

Il tema lanciato a giugno da Snodi Pedagogici è: #educazionEbellezza

"Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace. 

Quale posto ha l'educazione al Bello nella nostra vita? Come siamo stati formati e come vogliamo formare i nostri ragazzi alla bellezza? Non è semplice educare a un concetto così soggettivo, ma è necessario, specialmente in un'epoca in cui, si dice, tutto è soggettivo e più nulla ha valore assoluto"

Buona lettura.

#educazionEbellezza - Abitare il proprio spazio

Voglio essere frivola, è giugno, il tema è perfetto, un’abbinata naturale specialmente nel nostro emisfero nord: estate & bellezza, esposizione dei corpi in libertà (già qualche perplessità mi nasce). Assediati da articoli e servizi televisivi, pubblicità via web tutti orientati a illustrarci modalità varie per arrivare alla famosa prova bikini in forma perfetta, milioni di manualetti sul mangiare sano, infine come ogni anno parte la campagna politica sul magro è salute è bellezza è successo. Chi controlla il peso è così potente da controllare la vita.Chi controlla il cibo è così forte da controllare la sua nutrizione. Mi sono già auto-turbata, io decisamente arrodondata da qualche annetto, propensa a stare in salute e a nutrirmi bene. Poi mentre preparavo il lavoro per lo studio, e nel riordinavo le carte e gli appunti, mi passan per le mani vecchi progetti e leggo: Abitare il proprio spazio.
Una vecchia cosa che avevo “sognato di realizzare” molti anni fa quando lavoravo come pedagogista in un gruppo di disabili intellettivi di circa 30anni: loro si apprestavano a entrare in un progetto di autonomia residenziale e io volevo sostenere le famiglie che erano molto angosciate che dopo anni di vita a occuparsi dei loro figli adesso dovevano trovare le forze per lasciarli andare. Ma Abitare il proprio spazio era ed è un percorso di auto-riflessione su quale sia lo spazio: la casa o il proprio corpo? Allora come oggi la più grande difficoltà è individuare il nostro spazio corporeo, riconoscerlo ed esplorarlo, amarlo e assaporarlo. I bambini e sopratutto i preadolescenti (e oltre) che vedo come specialista, ma anche dai confronti con le colleghe, sono sempre più dissociati nella dicotomia mente-corpo: o vanno male a scuola o hanno degli impacci motori, o sono con comportamenti non adeguati socialmente o non sanno leggere (dicono ogni volta i genitori…gli insegnanti). L’essere umano è visualizzato dalla pedagogia clinica come unicità di anima e corpo. Lungo il percorso clinico, dall’incontro iniziale fino ad arrivare alla diagnosi, la corporeità della persona è tenuta in grande considerazione, essendo essa stessa il luogo in cui si esplicitano e si esprimono il senso, la traiettoria e la direzione di un’esistenza unica e irripetibile, di una storia di vita individuale e specifica. L’intervento rivolto alla persona in difficoltà tiene anch’esso in grande considerazione la corporeità quale dato immediato attraverso cui la persona comunica i propri bisogni, le proprie aspirazioni e costruisce il proprio progetto di vita. (cit. Gerardo Pistillo, Il corpo in pedagogia clinica, Ed. Magi 2012) Partendo da queste parole con cui il collega apre nel libro all’importanza e centralità del corpo nei Metodi Pedagogico Clinici, vi chiedo anche voi come me reputate che in educazione lavorare sul corpo è il primo passaggio (e sottolineo a qualsiasi età) per mettere in moto il cambiamento auto-educativo della persona? Che senso avrebbe non ripartire dalla propriocezione del corpo quando è nella sua conoscenza che sono celati i segreti degli apprendimenti? E la bellezza allora in educazione cosa diventa? Per me e per la mia esperienza professionale, è il condurre l’altro a riordinare il caos, riconoscendo prima i propri schemi e le proprie armonie, verificarne l’applicabilità pratica e infine memorizzarli per replicarli ogni volta che gli sarà necessario. Vi faccio un esempio, una giovinetta dai modi raffinati con cui lavoravo tempo fa per delle difficoltà nel latino e sopratutto nella matematica continuava a dirmi, nei primi incontri, che doveva dimagrire. Allora abbiamo fatto un gioco di sagome: lei ha realizzato la mia ed io la sua. Solo quando ha posto la sagoma di se stessa sulla mia ha realizzato che lei era magra, perché “lei dottoressa non è obesa (sorridendo mi disse)”. Ovvio, con lei il lavoro fu aiutarla nell’imparare a osservarsi, osservare il mondo per individuarne le logiche e sviluppare l’attenzione e la concentrazione…come poteva cogliere le leggi della matematica e del latino se non coglieva né se stessa né il proprio habitat?! Questo lavoro sul corpo, sull’estetica intesa come ordine personale, sulla passione verso l’arte dovrebbe essere alimentato dalla scuola che invece vedo sempre più orientarsi sulle valutazioni e competenze cognitive, ma come fa un bambino a imparare la geometria se non coglie le linee del suo corpo? come fa a riconoscere le lettere se non ha imparato ad osservare se stesso? #educazioneBellezza per me è sostenere le persone nel momento in cui si guardano per la prima volta e si scoprono essere un opera estetica, si relazionano con passione verso il loro corpo. Non c’è più controllo ossessivo, c’è solo osservazione e curiosità; in quel momento i modelli con cui veniamo bombardati vengono guardati con distacco e non con aspirazione, il cibo diventa nutrizione, il corpo ritrova il piacere dei sensi. "Il bello è una manifestazione di arcane leggi della natura, che senza l'apparizione di esso ci sarebbero rimaste eternamente celate.” (Goethe)
Per riflettere anche insieme ai vostri figli vi propongo questo video
Vania Rigoni, dottoressa in Scienze dell’Educazione, Pedagogista clinico e Mediatrice Familiare ma anche moglie, figlia e mamma bipede. Nella vita mi sono occupata di educazione e espressione creativa; la mia mission è “dare al mondo quello che vorrei ricevere”, proporre alle persone vie per auto-costruire la propria serenità. Ho un blog ww.bottegadellapedagogista.com su cui da anni cerco di portare le mie riflessioni fuori Firenze.
I blogging day fanno parte di un progetto culturale organizzato e promosso da Snodi Pedagogici.
Questo avrà termine con l'estate e sfocerà in un'antologia dei contributi che verrà pubblicata sotto forma di ebook, il cui ricavato andrà in beneficenza alla "Locanda dei Girasoli" ( http://www.lalocandadeigirasoli.it/ )
Una volta finito il percorso di pubblicazione online, vari autori che hanno preso parte ai BDay, verranno contattati dalla redazione
Blog partecipanti:

#educazionEbellezza - Ogni scarrafone è bello a mamma soja

Il tema lanciato a giugno da Snodi Pedagogici è: #educazionEbellezza

"Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace. 

Quale posto ha l'educazione al Bello nella nostra vita? Come siamo stati formati e come vogliamo formare i nostri ragazzi alla bellezza? Non è semplice educare a un concetto così soggettivo, ma è necessario, specialmente in un'epoca in cui, si dice, tutto è soggettivo e più nulla ha valore assoluto"

Buona lettura.

#educazionEbellezza - Ogni scarrafone è bello a mamma soja
Io sono un'educatrice e ho un super potere. 
Certo, non un superpotere di quelli che ti salvano la vita quando sei appeso al cornicione di un palazzo, ma pur sempre un superpotere. 
Che poi io di gente appesa al cornicione non ne ho mai vista, ma questa è un'altra storia. 
Dicevo che ho un superpotere: trasformo i brutti in belli. 
Ho scoperto di esserne capace anni fa quando lavoravo in una comunità per minori disadattati. 
In comunità arrivavano ragazzi di ogni nazionalità a qualsiasi ora del giorno vestiti con poco, spesso sporchi, con tagli di capelli improbabili, con un sacchetto di plastica per valigia con dentro un documento gelosamente custodito e delle foto che ritraevano la famiglia. 
Gli sguardi duri di uomini cresciuti troppo in fretta scandagliavano la nuova abitazione per cercare un angolo che potesse ricordare lontanamente la loro casa. Occhi bassi per non incrociare i miei, silenziosi nei movimenti come solo chi vuole scomparire può fare. 
Ecco, così arrivava la maggior parte. 
Faticosamente si cominciava a conoscere i ragazzi, a farli aprire, a ipotizzare un percorso da percorrere insieme. 
Dopo qualche mese mi ritrovavo a guardare negli occhi dei ragazzi in jeans e maglietta, con capelli tagliati e ingellati, mi ritrovavo a sorridere e scherzare con loro. 
Com'ero brava! 
Il mio potere non conosceva confini. 
Ora lavoro in un nido. 
Pensavo di appendere al chiodo la mio super potere perché, si sa, i bambini son tutti belli. 
SBAGLIATO! 
Certo: ci sono cuccioli di uomo oggettivamente belli quasi da mangiarseli, ma esistono anche quelli in cui la genetica si è sentita – diciamocelo - quantomeno “creativa”. 
Al nido non è un problema di taglio di capelli (molti non ne hanno), di abbigliamento o di atteggiamento, ma qualche volta siamo di fronte ad una buona dose di bruttezza. 
Quella oggettiva forse? 
Mi sono ritrovata quindi a rispolverare il mio super potere da eroina ed ecco che nel giro di poche settimane inizio a cogliere uno sguardo, una posa, un atteggiamento che fanno sembrare grazioso il bimbo. 
Quella è la prima avvisaglia che la mutazione è quasi conclusa. 
Da lì a poche settimane mi troverò un bambino bellissimo che ricordo essermi apparso brutto, ma non capisco dove. 
Al nido racconto favole, continuamente, ma non ho mai detto nulla del mio super potere, forse perchè i bimbi crederebbero più in me che in loro; sotto sotto lo so che il super potere non l'ho io, ma le persone con cui lavoro quotidianamente: sono loro che riescono a educare il mio sguardo a non soffermarsi in superficie e a far affiorare il bello che c'è in loro. 
Come Michelangelo, che nel blocco di marmo già intravedeva la statua che vi era nascosta liberandola dalle parti eccedenti. 
Pensandoci bene questa è la vera favola: tutti noi abbiamo questo superpotere e appena capiamo che chi ci ama lo fa per ciò che siamo e non per come siamo finiamo per vivere felici e contenti.
Sara Bonariva
educatrice da 20 anni, mamma da 8, moglie da 7.
Vivo costantemente lottando tra l'esuberanza di mio marito che adora fare voli pindarici e la mia irresistibile voglia di stare con i piedi ancorati a terra coltivando amorevolmente il mio orticello. 
Non è un caso che non sopporti volare.
I blogging day fanno parte di un progetto culturale organizzato e promosso da Snodi Pedagogici.
Questo avrà termine con l'estate e sfocerà in un'antologia dei contributi che verrà pubblicata sotto forma di ebook, il cui ricavato andrà in beneficenza alla "Locanda dei Girasoli" ( http://www.lalocandadeigirasoli.it/ )
Una volta finito il percorso di pubblicazione online, vari autori che hanno preso parte ai BDay, verranno contattati dalla redazione

mercoledì 7 maggio 2014

Il cruccio della valutazione in educazione

"Da giorni ormai non si sente altro... su Radio3 continuano a parlare della polemica sulle prove INVALSI"
"Non ho sentito nulla in merito. L'unica esperienza sull'argomento è della mia bambina, che ieri per la prima volta ha affrontato questa prova. Era molto agitata, cosa che normalmente non succede con le altre verifiche. Significa che sente maggiormente la pressione."

Ecco un brandello di telefonata tra me e una collega questa mattina.
Pare che l'argomento sia sulla bocca di tutti. Tv, radio, social network in questi giorni non stanno parlando d'altro.
Io invece ho avuto un approccio più "personale": ho dovuto "solo" spiegare alla mia bambina (che frequenta la seconda elementare) cosa fossero queste strane prove diverse dalle solite verifiche.
Gliel'ho spiegato semplicemente, dicendo che è una verifica che si fa uguale in tutte le seconde elementari d'Italia e che - quindi - tutti i bambini della sua età avrebbero fatto nello stesso giorno la stessa verifica.
La spiegazione le è bastata.

Però la telefonata con la collega mi ha fatto riflettere.

Mi ha fatto pensare al perenne cruccio della valutazione in educazione. 
Per un certo periodo è stato anche un mio cruccio, ci ho persino scritto la tesi...

La grande protesta contro gli INVALSI (mi è parso di capire) viene principalmente dagli insegnanti che "si sentono valutati", che non sentono fiducia da parte del Ministero rispetto al loro lavoro. E questo mi ha incuriosito.
Sono andato quindi a cercare informazioni perché, ammetto, sono abbastanza ignorante in materia.

Ho scoperto che:

"L'Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo dell'istruzione è un istituto di ricerca con personalità giuridica di diritto pubblico, il quale, sotto il patrocinio del Ministero dell'Istruzione ha raccolto, dal 1999 l'eredità del Centro Europeo dell'Educazione(CEDE) istituito nei primi anni settanta del secolo scorso.
I compiti principali dell'istituto sono incentrati in gran parte sulla valutazione del sistema scolastico italiano, con le seguenti principali attività:
  • verifiche sistematiche e periodiche sulle abilità e conoscenze degli studenti, e sulla qualità dell'offerta didattica e formativa delle istituzioni; in particolare gestisce il Sistema Nazionale di Valutazione (SNV)
  • preparazione annuale dei testi della prova scritta nazionale volta a verificare i livelli di apprendimento conseguiti dagli studenti nell'esame di Stato al terzo anno della scuola secondaria di primo grado (comunemente nota come Test INVALSI)" 
(fonte Wikipedia)

Quindi... 
Beh, si - cari insegnanti - in effetti la sensazione che avete (cioè di essere valutati) è corretta. 
Uno dei compiti di questo Istituto è proprio la valutazione della qualità dell'offerta didattica e formativa. 
Può essere fastidioso sentirsi sotto la lente d'ingrandimento ma credo sia corretto. 
La valutazione dovrebbe essere uno stimolo al costante miglioramento, a garanzia della qualità.
E se la scuola italiana fosse di qualità non sarebbe meglio?
Che lo strumento sia valido o meno questo non lo so. E probabilmente sarebbe interessante sentire il parere di chi è direttamente coinvolto in questo processo.

Anche la scelta (autonoma o imposta, poco importa) di raccogliere un dato statistico significativo sulla preparazione media degli studenti italiani mi sembra abbia senso.
Sarebbe come dire "Questo è il livello di preparazione dei nostri studenti!". 
Corretto, in un'ottica di globalizzazione, presentare il proprio valore? 
Si. Se di valore si tratta. 
Se invece si tratta di minor valore allora la questione si fa seria.

La paura, quindi, è di essere valutati o di non essere all'altezza della situazione?


Si tratta di una paura esclusivamente degli insegnanti o anche degli educatori, visto che anche in educazione la valutazione è sulla cresta dell'onda da diversi anni?
Come si fa a valutare l'efficacia di un intervento educativo? Come si può verificare la qualità di un servizio senza considerarne solo fattori facilmente misurabili come gli standard strutturali o gestionali? Come si può valutare il grado di autonomia raggiunto da un utente?
L'educazione non è un fatto oggettivo perché troppe sono le variabili in gioco. 
E se l'adolescente fosse refrattario all'intervento educativo? E se la famiglia decidesse di non aderire al progetto proposto? E se il servizio fosse attraversato da operatori di differente preparazione e qualità? E se...

Mi viene da dire, però, che la valutazione è comunque necessaria per diversi motivi.
  • Un operatore ha bisogno di un feed back rispetto al suo operato, ognuno ha la necessità di sapere se sta percorrendo la giusta direzione o se è meglio correggere la rotta;
  • Il valore dell'educazione deve essere esportabile, in modo che diventi cultura comune perché le buone prassi devono essere condivise;
  • Il committente (cioè colui che paga l'intervento educativo, chiunque esso sia) merita una restituzione di valore in modo che possa selezionare (sul libero mercato, anche nell'ampia offerta di servizi pubblici) l'eccellenza occorre avere dei dati.
Il perenne cruccio della valutazione.
Come si può valutare qualcosa che non può essere oggettivato? Quali sono gli standard dell'educazione? Come si misura la qualità?

Ma la vera domanda, in educazione come nella scuola è, "Chi valuta chi?"



venerdì 14 marzo 2014

Un post-it per Michele Serra

Ho letto il suo libro. 

Ho percorso, pagina per pagina, il rapporto problematico con il figlio tardo-adolescente sdraiato sulla sua stessa -sembra - incomprensibile età.
Ho cercato similitudini e differenze in questa lunga lettera che ha scritto a quel ragazzi nel tentativi di...

Di?

Ho poi scovato in rete commenti peda-socio-psico-educativi, riletture politiche dei messaggi ipotizzabili tra le righe.

Senza entrare nel merito della disanima politica, per la quale non ho le conoscenze necessarie mi limito a commentarlo come padre ed educatore: un completo fallimento su entrambi i fronti.

Terminata la lettura avevo solo voglia di scrivere io una lettera.
Non al figlio sdraiato, quanto al padre ripiegato su sé stesso.

Poi mi sono reso conto che sarebbe bastato un post-it.

"Svegliati, sei un padre! Smetti di scrivere e parla con tuo figlio!"


mercoledì 5 marzo 2014

Una scena educativa

Apparecchiare una scena educativa significa predisporre e agire dei rituali: delle azioni che concretamente segnino il passaggio in un tempo e spazio dalla qualità che essi stessi fanno intuire poter essere diversa, suscitando interesse, curiosità.Ed entrare in scena significa entrare in un contesto, essere ingaggiati in un’impresa fatta apposta per provocare cambiamenti.



ok guys... relax... be fine... don't worry!




Ecco una delle scene educative per me più nette, dirompenti e lampanti.

Sarà perché lavoro quotidianamente con bambini e adolescenti e quindi riesco ad immedesimarmi.
Sarà perché l'esplosione di energia che emerge da questo stralcio di film è contagiosa. 

C'è la paura di affrontare un qualcosa di nuovo, sconosciuto e faticoso.
C'è la guida, la voce tranquillizzante che supporta, sostiene e indirizza.
C'è il gruppo, che anche se qualche volta ti invita a fare atti che da solo non faresti, in altre situazioni ti aiuta ad affrontare i tuoi limiti. Perché una paura divisa per dieci qualche volta fa un decimo di paura.
C'è la società, gli altri. Che ti guardano, qualche volta ti giudicano, ma spesso aspettano solo di vedere cosa sai fare.
C'è il binario, quel "lalalalala" tranquillizzante che però non limita, ma lancia verso il nuovo.
C'è l'educatore, che si mette in gioco in prima persona infondendo coraggio nell'educando. Ma che poi è capace di farsi da parte.

E sa stupirsi di quell'educando che supera il maestro.
Che riesce a volare da solo. 
Con sicurezza.

Quando questo accade è di certo un Happy Day

giovedì 23 gennaio 2014

Oggi mi sono svegliato con... (riflessioni intorno agli 'anta' e all'educazione)


Oggi mi sono svegliato con addosso 42 anni. Ieri erano solo 41 ma oggi...
È una settimana che scherzo su questo numero, raccontando a destra e a sinistra che avrei festeggiato i 32!
Tutto per ridere ovviamente. Per fare un po' di autoironia.

Questa mattina, invece, appena sono entrato in macchina per affrontare la lunga giornata di lavoro (non perché al mio compleanno tutto mi sembri più pesante, quanto perché il giovedì professionale per me è sempre così: comincia presto e finisce tardi) ho cominciato a pensare.
Non mi sono svegliato solo con 42 anni addosso ma anche con un mucchio di cose con me.

Con una moglie che amo e che mi ama (anche se entrambi brontoliamo spesso).
Con una figlia che adoro e che mi adora, che mi fa ridere e mi fa arrabbiare, che mi fa provare paura per il futuro ma mi fa venire voglia di esserci in quel futuro. Con lei, per lei, con qualcosa di costruito perché il futuro sia meno spaventoso.
Con due famiglie (si! Proprio due! La mia famiglia di origine e quella di mia moglie) che mi apprezzano, mi stimano e qualche volta mi spronano anche.
Con delle persone intorno (amici e colleghi) con cui condividere fatiche, risultati, dubbi o ricerche.
Con un lavoro che adoro e che mi appassiona. Nonostante le fatiche e le difficoltà.
Con tanti risultati personali e professionali raggiunti. Alcuni piccoli e impercettibili, altri impensabili e sotto gli occhi di tutti.


Mi sento un uomo arrivato?
No!
Perché oltre che con i miei 42 anni questa mattina mi sono svegliato con ancora tanti obiettivi, aspirazioni, progetti; con tanta voglia di fare e di migliorare.
Di crescere.
E di invecchiare.


Sembra un post autocelebrativo? Forse, ma nelle mie intenzioni non lo è.
Cosa c'è di pedagogico?
Semplice: la vita per me è pedagogica, perché è basata su un progetto, con limiti e risorse, obiettivi e strumenti, autonomie e dipendenze, setting e scene da attraversare, incontri ed eventi che a volte sembrano far deviare dalla strada scelta, relazioni da costruire e che ci aiutano a cambiare, insegnamenti e apprendimenti...
Ecco perché oggi, oltre che con i miei 42 anni, mi sono svegliato con queste riflessioni.


Sono un uomo felice?
Si!
E non solo oggi.


p.s. Buon Compleanno a me!

sabato 30 novembre 2013

"Padri Imperfetti" incontra l'educazione naturale

Succede che da un po' di tempo a questa parte si parli di paternità in crisi, della difficoltà del maschile di ritrovare un ruolo – il proprio ruolo – in una società che già nel lontano 1963 si identificava come “senza padri” (Alexander Mitscherlich - Verso una società senza padre. Feltrinelli, Milano, 1970).
Succede poi che questa krìsis (nel senso greco del termine) spinga alcuni uomini verso la ricerca di un senso nuovo e differente a questa paternità, tanto che un uomo-padre-educatore che con i padri lavora quasi quotidianamente decida di scrivere un libro sull'imperfezione della paternità.
Poi qualcuno, che il libro lo ha letto e [probabilmente] lo ha apprezzato, decide che può essere condiviso, che vale la pena di utilizzarlo per aprire una discussione, una riflessione sulla paternità.
Succede allora che viene organizzata una presentazione, che gli inviti vengano inviati, che (come in tutti i piccoli paesi di provincia) il passaparola diventi il vero amplificatore della notizia e che – inaspettatamente – la sale dedicata sia più piena di quanto chiunque si potesse aspettare.
L'autore (che scrittore non è, fa l'educatore, per chi l'avesse dimenticato) comincia a parlare del suo libro. Timidamente. Quasi con timore.
Parte poi una prima domanda, seguita da una seconda e anche da una terza... e la serata supera i vincoli che il libro pone con i suoi contenuti e le sua storie trasformandosi in un dialogo, in una riflessione comune sulla paternità, sul ruolo genitoriale e sulla responsabilità che gli adulti hanno nei confronti delle nuove leve.
Si parla del senso del limite che i giovani sembrano non avere e che (forse) non hanno ricevuto come insegnamento.
Si parla di comunicazione. Comunicazione genitoriale, di coppia, familiare. Con gli annessi e connessi canali di comunicazione. Passando per il web e i pericoli-vincoli-vantaggi che può dare. Senza dimenticare le paure che provocano in chi nativo digitale non è.


L'educazione professionale incontra l'educazione naturale. E l'alchimia che si forma è calda, attiva e produttiva.
Un seme gettato.
Una promessa di incontrarsi di nuovo.
E confrontarsi ancora.
Su questo tema o su altri.

Segnale di un bisogno di “fare rete” anche nel nostro ruolo educativo e genitoriale. Consapevoli che “insieme forse è meglio”.

educareè

lunedì 7 ottobre 2013

Quanto pungono gli aculei di un porcospino?

Alcuni porcospini, in una fredda giornata d'inverno, si strinsero vicini, vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l'uno dall'altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò nuovamente a stare insieme, si ripeté quell'altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali. finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.
Parerga e paralipomena – Arthur Schopenhauer


Ho sentito la storia dei porcospini questa mattina in una terza media. 
Avevo di fronte a me un gruppo di ragazzetti di 13 anni e ho provato a figurarmeli come un'accozzaglia di istrici infreddoliti, cercando di immaginare quali sarebbero state le loro reazioni. Chi sarebbe morto congelato? Chi invece avrebbe sopportato le ferite provocate dalla vicinanza dei suoi simili pur di sopravvivere? 
Ma anche oltre: chi avrebbe borbottato? chi si sarebbe immolato silenziosamente? chi avrebbe tentato di mantenere la pace nel gruppo? chi avrebbe fomentato la rivolta?

Stavo osservando un piccolo microcosmo sociale, una metafora di quello che accade quotidianamente nelle relazioni umane, e attraverso un lavoro di immaginazione ho provato a traslarlo nella mia quotidianità personale e professionale.
Ogni essere umano è un animale sociale, non può fare a meno di avvicinarsi ai suoi simili. Ma la vicinanza porta inevitabilmente a ferite, piccole o grandi lacerazioni che alcune volte passano, altre lasciano un segno indelebile che ci fa ricordare quanto accaduto. 
Come un monito. O una promessa.

Ed è così anche la relazione educativa: un avvicinarsi/allontanarsi costante, fatto di bisogni e di paure, di tentativi ed errori. Alla ricerca di un equilibrio relazionale che ci permetta di soddisfare i nostri bisogni ma, al contempo, di evitarci dolori insopportabili. Di trovare una "moderata distanza reciproca" che rappresenti per noi il meglio.
Per noi. Per ognuno di noi.
Perché ogni relazione (educativa o non) deve essere commisurata ai soggetti che la stanno co-costruendo, nel rispetto delle reciproche posizioni. E dei reciproci bisogni. 
Un incontro di aculei appena appena spuntati per evitare di recidere troppo la pelle del nostro vicino.

Probabilmente è proprio questo il bello dell'umanità: la ricerca di una “formula perfetta” che non esiste, ma che è bello pensare si possa un giorno trovare.

Sarà proprio da questa caccia della felicità che nascono le energie che governano il mondo? Da questo continuo avvicinarsi e allontanarsi che produce un'infinita energia?

Non lo so. 
Ma oggi - nonostante le fatiche che l'umanità mi ha buttato sulle spalle e complice l'autunno che sta inesorabilmente arrivando - gira così: mi sento un porcospino alla ricerca del giusto equilibrio tra bisogno di calore e timore delle ferite.
Sto producendo energia?



lunedì 1 luglio 2013

Insegnamento, Apprendimento ed Educazione


La scuola è finita.
"Finalmente!" pensano gli studenti. E altrettanto "Finalmente!" pensano gli insegnanti.
A prescindere dalle imminenti vacanze (per studenti e insegnanti, gli educatori in vacanza non ci vanno quasi mai o - almeno - non per un periodo così lungo!) si comincia a ragionare sul prossimo anno scolastico e su ciò che si andrà ad affrontare.

Mi capita infatti - più che in altri periodi dell'anno - di parlare con docenti di ogni ordine e grado di quanto accaduto lo scorso anno e di quanto potrebbe accadere il prossimo.
Se ne parla di più forse perché c'è più tempo.
O probabilmente perché ci sono novità nel campo che interessano [=preoccupano] tutti.

A parte i B.E.S. (la nuova frontiera/sfida di scuola e pedagogia) capita che ci si confronti - tra educatori ed insegnanti - su come intervenire nelle situazioni delicate o particolari. Quelle che esulano dal processo di insegnamento-apprendimento.
E sempre più spesso sento (o percepisco tra le righe) una sorta di preoccupazione nei docenti che si sentono impreparati (o inadeguati) ad affrontare il compito.
Non solo della disabilità in sé, ma anche (e forse soprattutto) di questi benedetti Bisogni Educativi Speciali che comprendono tutto.
E quindi - come spesso succede - non comprendono nulla.
Una nuova definizione, un nuovo contenitore ma pochi contenuti.

Qualche giorno fa ho lanciato una domanda su facebook, in un paio di gruppi di educatori.

Può esserci un buon apprendimento senza una relazione affettiva?
Apprendimento ed educazione sono sinonimi?

Posto che tutti negavano i due termini come sinonimi, le risposte alla prima domanda mi hanno un po' spiazzato. La più distante dal mio vissuto è stata:


Instaurare una relazione è fondamentale in ambito educativo altrimenti non si riuscirebbe ad entrare in empatia e connessione con l'altro. Lo stesso deve avvenire in ambito scolastico: se un docente non si prende carico della difficoltà, perplessità e necessità del discente non può esserci nessun apprendimento.. quindi si, si instaura una relazione anche di tipo affettiva.

Nella mia esperienza di educatore scolastico ho visto professori che provavano empatia e connessione solo con la propria materia, con la quale avevano una relazione talmente affettiva da considerare gli studenti come degli "intrusi".
Ecco perché mi sono ritrovato a riflettere su questo argomento.

L'insegnamento è "la trasmissione del sapere". L'apprendimento è la "ricezione del sapere".
Me lo figuro come un processo lineare a senso unico.


Della serie: io docente offro a te discente il mio sapere, a prescindere dal fatto che tu lo voglia apprendere oppure no.
Siamo già fortunati quando il processo di insegnamento/apprendimento è a senso unico alternato.


Della serie: io docente offro a te discente il mio sapere e tu discente me lo restituisci come appreso attraverso delle prove di valutazione.

Non c'è bisogno di relazione affettiva, non occorre empatia.
Il processo educativo è differente: educatore ed educando - sebbene su due livelli differenti - stanno all'interno dello stesso processo che è di tipo circolare.


Della serie: io educatore offro a te la mia esperienza ma ti lascio la libertà di rielaborarla, digerirla e farla tua come meglio credi, a patto che tu me la restituisca in modo che possa - per me - diventare nuovamente esperienza. 
In questo processo è necessario che ci siano relazione, empatia, dialogo, ascolto reciproco, scambio...

Ecco perché gli insegnanti faticano a comprendere l'approccio educativo. Per loro formazione sono principalmente dei cultori della materia, degli esperti di contenuti. Diventano "educatori/insegnanti" solo se hanno una predisposizione personale e la utilizzano nella loro professione.
Spesso senza formazione o confronto.

Oggi una professoressa mi ha chiesto: "E dove sono i nostri Bisogni Educativi Speciali? Quelli di noi docenti?"
Era una domanda provocatoria ma l'ho voluta leggere come una richiesta legittima di aiuto nella gestione di un qualcosa che non le appartiene.

Ma forse sono solo un educatore ed è la mia deformazione professionale ad avermela fatta percepire così?