mercoledì 15 maggio 2013

Forurensning av språk (contaminazione di linguaggi [trad.])

Fino a quando uno parla la sua lingua è sicuro di essere compreso.
Poi ci sono le volte in cui non parli proprio lo stesso linguaggio del tuo interlocutore, ma ci si capisce ugualmente. I gesti, la comunicazione non verbale, gli sguardi, le espressioni del viso aiutano.
Un dialetto, un'assonanza.
Ma la vita non è sempre così semplice.

Capita che devi dialogare con qualcuno che la tua lingua non solo non la conosce, ma nemmeno gli interessa impararla.
E allora dipende dall'obiettivo che vuoi raggiungere.
Certo: se sei in vacanza in Burundi e parli con un Burundese (chissà se si chiamano così?) che non è interessato a conoscere né imparare la tua lingua (o quella internazionale) sopravvivi comunque. 
Sorridi, lasci stare, ti rivolgi altrove, a qualcun altro.
Ma proviamo ad immaginare che il nostro Burundese debba fare qualcosa per noi che sia "questione di vita o di morte".
Che siamo obbligati a comunicare con lui. 
Che non possiamo farne a meno...

Oggi non ho parlato con un Burundese ma mi capita - in questo periodo - di dover dialogare con soggetti che non parlano la mia lingua. E che non sono interessati nemmeno ad impararla.
Mi capita, mi capita spesso.
Per un Educatore è normale dover tradurre il proprio linguaggio in Scolastichese o in Psicologese o in Adultese.
Perché questi sono i contesti in cui normalmente si lavora.
Occorre quindi riuscire a tradurre il proprio messaggio in modo che l'Altro [da me] possa comprendere.
Un professore che riesca ad uscire da una logica di Didattica per entrare in un mondo Progettuale.
Uno psicologo che riesca a cogliere la parte sana dell'oggetto della conversazione e non per forza la parte malata.
Un genitore che riesca a superare la propria emotività ed il proprio egocentrismo per concentrarsi su qualcosa di diverso dall'immagine fantastica che ha del proprio figlio.

Ma c'era un mondo con il quale (professionalmente) non mi ero ancora confrontato. Che non avevo ancora cercato di contaminare.
Non voglio svelare quale sia.
Non è importante.
Ciò che è importante è che devo fare uno sforzo per riuscire a comunicare, per farmi comprendere.
E non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire.
Ma l'obiettivo da raggiungere va oltre il fastidio, oltre l'orgoglio, oltre la modalità comunicativa.
Un bravo educatore deve riuscire, in un modo o nell'altro, ad imparare il linguaggio altrui, farlo proprio e comunicare.
Ne va del suo lavoro.
Dell'obiettivo.

Anche se la Torre di Babele è proprio una loro invenzione.