venerdì 7 dicembre 2012

Un uomo che muore chiama la mamma

Dopo tanti post in cui ho parlato di padri, di operatori uomini e di educazione al maschile... una frase mi risuona nella mente

"Quando mio marito in Afghanistan vedeva morire degli uomini, li sentiva chiamare la mamma".

Un commento che non era strettente collegato alla guerra ma ad una (bella) discussione che ruotava intorno al gender dell'educazione.
L'attaccamento primordiale, il legame che si crea durante la gravidanza, la differenza tra uomini e donne, i ruoli sociali.
E poi quest'altra frase che gira in rete e sulla quale si discute, ci si scambia opinioni e riflessioni:

"Avere figli fa di voi un genitore non più di quanto avere un pianoforte faccia di voi un pianista."
Michael Levine, Lessons at the Halfway Point, 1995
 


Ma allora cosa significa essere genitori? Perché si decide (quando è una scelta programmata e consapevole) di dare alla vita un figlio?
Le motivazioni che ho incontrato nella mia vita e nella mia professione sono tantissime: per coronare un sogno d'amore, per trasformare una coppia in una famiglia, perché una donna senza un figlio non è una donna completa, per legare a sé un compagno, per paura della solitudine, perché un figlio unico cresce "viziato" ed allora è meglio che abbia un fratello o una sorella...
Tante motivazioni, appunto, anche se non tutte valide o condivisibili.
E questo per quanto riguarda la maternità. E la paternità?
Sinceramente (e questa volta vado controcorrente rispetto a quanto sostegno di solito) ritengo che la paternità sia meno ragionata.
Non perché gli uomini riflettano in maniera minore rispetto alle donne, quanto perché per un uomo la paternità è un oggetto teorico. Almeno finché non si trova tra le braccia il/la pargolo/a.
Ecco perché, nel mio difendere e rivendicare il ruolo positivo del maschile in educazione, non posso negare che un uomo che muore invoca la mamma.
Certo, il legame con la mamma è indissolubile, è fisico, è... quando la maternità è consapevola, scelta e gratuita.
Ma non è di questo che voglio disquisire.
Non ho mai messo in discussione il legame di un figlio con sua madre (guai a chi mi tocca la mamma!). Ho messo in discussione il ruolo educativo dei padri.
Che va di pari passo a quello delle madri. In modo diverso e con linguaggi differenti ma in modo complementare.
Ecco perché in post precedenti cercavo di descrivere la difficoltà in cui si trova un "educatore naturale" nel processo evolutivo del proprio cucciolo.
Mi rendo conto che fatico a spiegarmi (forse perché l'aspetto mi colpisce parecchio, ma solo professionalmente) e allora cerco di dirlo senza mezzi termini: agli uomini viene lasciato un ruolo marginale nell'educazione dei propri figli, almeno finchè non serve "il tono autoritario" o "la prestanza fisica". E questo non mi sembra corretto. Né per gli uomini né per le donne.
Ho conosciuto educatrici (e una l'ho anche sposata e ci ho fatto una figlia) che riuscivano a gestire un gruppo di 10 adolescenti (disagiati, extracomunitari, arzilli) con più autorità e autorevolezza che 10 educatori maschi...
Ho incontrato educatori che avevano la spina dorsale di una Barbie (no, lei ne aveva di più! Soprattutto perché era di plastica) e che davanti alla prima espressione di aggressività si nascondevano in ufficio...
Sto solo cercando di dire che l'educazione non è solo maschile o solo femminile.
L'educazione è... Punto!
 
Uffa... volevo fare un post "femminista" ma forse mi è venuto male...
La "mamma leonessa" che mi ha scaturito questa riflessione mi perdonerà...