sabato 29 dicembre 2012

Fuga di cervelli

Scienziati che migrano verso paesi stranieri?
Giovani talentuosi che escono dalle università e vincono borse di studio lontane dagli atenei che li hanno formati?
Geni che vendono le proprie capacità fuori dall'Italia?

No.

L'immagine di un cervello che fugge dal corpo mi è apparsa questa mattina quando ho sentito la notizia della studentessa di Nuova Dehli morta dopo lo stupro subito dal branco.
Intanto l'immagine stereotipata (lo ammetto) che avevo dell'India si è dissolta in un istante sostituendo santoni, vacche magre, biciclette e divinità con un gruppo di idioti che, in pieno stile "occidentale", si riuniscono per fare del male ad una persona.
Ad una vittima.

Ma oltre a questo ecco la fuga dei cervelli.
Mi immagino questo gruppo di ragazzi (individualmente dotati di cerebro) che si riuniscono e, man mano che formano il gruppo, vengono abbandonati dai loro cervelli.
Come un gruppo di zombie che si aggira per la città in cerca di cibo, guidati solo dal cieco istinto e dal sordo bisogno di soddisfarsi.
Come degli ectoplasmi alieni guidati da una unità di pensiero unica che ne determina gli agiti.
Con la semplicità del linguaggio del sistema binario:
1 = acceso
0 = spento.
E chissà come mai il branco è sempre su 0!

Le dinamiche psicopedagogiche di questi avvenimenti sono ormai tristemente note: abitudine a vedere soddisfatto ogni proprio bisogno senza nessuna fatica, identità individuale debole che ricerca la propria forza nel calore confortante del gruppo, senso di inferiorità che viene sublimato solo attraverso l'uso della superiorità fisica, emulazione...
E il tutto senza scomodare qualche "personaggio" con abito nero e collarino bianco particolarmente  illuminato che semplificherebbe il tutto condendo l'idiozia generale con una posizione precisa sul femminicidio e sulla colpa della donna "tentatrice".
Non c'è più nemmeno bisogno, caro padre, di giustificare (o tentare di farlo) la follia collettiva.
Siamo ormai ad un punto in cui la follia collettiva si autoalimenta e va avanti anche da sola!
 
Ripeto: il problema non è capire quali sono le motivazioni che portano a questi episodi.
La sostanza sta nel cercare di capire cosa possiamo fare perché queste situazioni non si verifichino più.
Come ancorare i cervelli ai rispettivi corpi?
 
Bisogna partire dalle famiglie: che devono superare il gap generazionale.
Non quello con i propri figli, ma quello con i propri genitori. Parlo di quella dinamica che è partita dal "Ho rinunciato a troppo nella mia vita e non voglio che i miei figli debbano farlo" dei nostri genitori ed è arrivata al "Per i miei figli voglio essere un amico" che ha contraddistinto buona parte della nostra generazione.
Essere un genitore significa - in primo luogo - assumersi la responsabilità di trasformare i propri figli in adulti.
 
Per passare poi alle agenzie educative (la scuola, gli oratori, i centri aggregazione, le associazioni sportive) che non devono abdicare al loro ruolo educativo in nome di una rivendicazione di altro che ha semplicemente il sapore della paura.
Ancora una volta emerge il problema della responsabilità.
 
Per arrivare infine alla società tutta, che altro non è che una somma sistemica degli individui.
La "società" è normalmemte il capro espiatorio di tutti i problemi. Il deus ex-machina che ordirebbe il male alle nostre spalle.
Ma la società altro non è che il nostro specchio, l'immagine - leggermente increspata - di ciò che siamo noi.
Il nostro Ritratto di Dorian Gray.
E si ritorna quindi, in una circolarità sistemica, al senso di responsabilità dell'individuo.
E non si può prescindere da questo.
Per ancorare - in primis - il nostro cervello (e ognuno sostituisca "nostro" con "mio") al proprio corpo.

martedì 25 dicembre 2012

Naufraghi alla deriva

"Tuttora non so perché ci si imponga di attaccarci, come naufraghi alla deriva, ad un passato, qualunque esso sia. Forse la scarsa fiducia in noi stessi, che si traduce in paura di non saper affrontare il futuro.
Un rapporto che sta finendo è un tronco fradicio a cui ci si aggrappa per paura."
(Niente da nascondere - F. Casali - Koi Press 2012)
 
 
 
Ho estrapolato questa frase. Forse non la più bella o la più significativa.
Certamente quella che mi ha colpito di più.
Il tema dell'attaccamento e del distacco - in educazione - è sempre presente. Nelle relazioni educative, quelle significative, questo argomento è sempre in prima fila.
Ma una relazione educativa è anche quella che abbiamo con noi stessi, ed allora decidiamo se rimanere attaccati o distaccarci dal nostro passato.
Il passato è differente dal ricordo: il primo può rappresentare una gabbia mentre il secondo è ciò che ci portiamo dentro, che ci ha formati e che ci rammenta da dove siamo partiti.
Così come il futuro è differente dalla speranza: uno è qualcosa di ignoto, ma che possiamo cercare di costruire; l'altra è il motore che ci fa andare avanti.
La vita è cambiamento: un costante e perenne mutamento di ciò che siamo, di ciò che ci circonda e di ciò che vogliamo o desideriamo.
Le fasi evolutive sono rappresentate da distacchi e da perdite.
Quando si rifiutano questi distacchi e queste perdite per scarsa fiducia in noi stessi (o per paura del dolore, della sofferenza che il "lasciare" ci provoca) rimaniamo chiusi in una gabbia.
Credo però che la paura di affrontare il dolore, di non volerlo vivere così da poterlo superare, sia ancora pià doloroso.
Ed è ciò che ho percepito tra le righe leggendo questo libro.
 
L'autore affronta in modo molto personale il tema del dolore e della sofferenza.
Può piacere o non piacere come ce li racconta.
Ma ce li propone così come sono, o almeno così come sono "per lui".
Ecco perché mi ha spinto a ragionare sulla relazione educativa che abbiamo con noi stessi.
Quanto è significativa? Quanto è consapevole? Come la gestiamo? Che strumenti utilizziamo per mantenerla viva e vivida? Come e quanto cerchiamo di educarci?
Il rischio che un educatore corre, nella sua professione, è di dedicarsi talmente tanto alle relazioni con gli altri da dimenticare o sottovalutare quella più intima con sé stessi.
Di perdere la propria strada.
E la strada di un educatore è irrimediabilmente anche quella di un essere umano poiché, per quanto si possa tentare di razionalizzare una professione per evitare che ci ingoi e ci risputi malconci, ogni educatore è un essere umano.
Il rischio quindi diventa doppio: un educatore e una persona che hanno smarrito la direzione.
Sprofondando nel dolore.
Attaccandosi, come un naufrago alla deriva, a ciò che era prima.
Senza riuscire ad innescare un nuovo cambiamento.
 
Rivitalizziamo quindi la relazione che abbiamo con noi stessi, non dimentichiamo di educarci ogni giorno al rispetto per la nostra persona, ritroviamo la direzione (professionale e personale) in ogni momento della nostra esistenza.
Senza niente da nascondere.
 


lunedì 24 dicembre 2012

Famiglia...

Domani è Natale.
Il giorno in cui si festeggia la Sacra Famiglia.
Il mio pensiero va a tutte le famiglie che conosco, a quelle con cui lavoro, a quelle che mi stanno intorno ma a cui non riesco a stare dietro.
Ma soprattutto un pensiero particolare va alla mia famiglia...

Oggi la mia bimba mi ha detto "Sai che la nostra famiglia è proprio bella? Grande, piena di nonne, nonni, zii, cugini... Mi piace".
 
La famiglia è il fondamento della nostra società, il luogo in cui si cresce, ci si forma e si diventa adulti.
Nel bene e nel male.
La famiglia tradizionale è - però - solo una tipologia di famiglia.
"Famiglia" è dove risiedono i propri affetti, il luogo dove ci si sente sicuri.
Un Buon Natale quindi a tutti.
Anche a quegli educatori che cercano di essere sempre "luogo di sicurezza".

martedì 18 dicembre 2012

Pedagogia della morte?

"Papà i miei compagni mi hanno detto che la maestra dell'asilo è morta. Vuol dire che è andata in cielo? L'ho vista l'altro giorno. Mi mancherà?"
"Papà, l'altro giorno quando sei caduto davanti a me mi sono spaventata. Io ti chiamavo e tu non mi rispondevi. Prometti che non mi farai mai più spaventare così." (A. 5 anni, italiana)
 
"Al mio paese quando sentivo arrivare le bombe potevo solo stare fermo e sperare che non cadesse sulla mia casa. All'inizio pensavo a chi dei miei amici o parenti non avrei rivisto il giorno dopo. Poi ho smesso di pensarci: se cadeva su un'altra casa voleva dire che non era caduta sulla mia" (R. 16 anni, afghano)
 
"Odio mio padre che è morto senza chiedermi il permesso. Non ho fatto in tempo a dirgli quanto lo odiavo e ora non lo potrò più fare." (V. 10 anni, italiano)
 
"Siamo partiti in 30 e siamo arrivati in 12. Cercavamo tutti una vita migliore. Io ho avuto molta paura, ma almeno non sono morto." (M. 15 anni, egiziano)
 
"Vorrei che mio padre morisse, sono un mostro?" (F. 12 anni, italiano)
 
Vere frasi, sentite con le mie orecchie.
Perché tutto questo parlare di morte? Semplicemente perché in questi giorni imperversano i commenti e le riflessioni dopo i fatti degli Stati Uniti che hanno visto protagonista Adam e la "strage degli innocenti".
Su Facebook (Educatori, Consulenti Pedagogici e Pedagogisti) si è aperta una discussione sull'opportunità o meno di difendere i cuccioli di uomo da notizie tragiche come quelle che sentiamo in questi giorni.
Quando è il momento giusto per affrontare questo tema con i nostri figli o i nostri educandi? A quale età è opportuno fargli notare che gli "orchi" esistono veramente e non solo nelle favole? In quale momento potranno essere "meno traumatizzati" dal sapere che il mondo non è solo tutto bello?
Genitori, Educatori e Pedagogisti si interrogano. Giustamente.
Ma secondo me la prospettiva è sbagliata.
Non possiamo essere noi a decidere (pur sapendo che potremmo sbagliare) quale possa essere il momento.
Perché la morte può arrivare improvvisamente. L'orco può irrompere nella nostra vita in modo inaspettato.
Ed è difficile chiudere il cancello quando i buoi sono già scappati.
La prima "esperienza" che mia figlia ha avuto con la morte è stato il provero Nebbia: il pesce rosso vinto alla festa dell'oratorio che un giorno è stato trovato a pancia all'insù.
Ovviamente è stato trovato proprio da lei.
Una tragedia.
Nonostante si fosse già parlato del fatto che i nonni-bis sono in cielo, anche se le domande su "la nonna è vecchia? quando muore?" era già arrivata... si trattava ancora di ipotesi, di ragionamenti astratti basati sul sentito dire.
Ma Nebbia è morto sul serio. E la mia piccola ha dovuto fare i conti con la prima perdita.
Così come Nebbia è stato portato via da "morte naturale", anche i bambini di Newtown - Connecticut sono stati portati via.
Da un orco.
Si può tentare di tenere la televisione spenta, di non affrontare il discorso, di non acquistare i giornali.
Ma gli orchi prima o poi vengono a galla.
Quando meno ce lo aspettiamo.
Mi chiedo se i bambini sopravvissuti a Newtown sapessero dell'esistenza degli orchi. E mi chiedo per quanto tempo avranno incubi sognando i mostri.
E tutti gli adulti sono attenti a filtrare la notizia, per evitare che anche altri bimbi possano sognare i mostri.
"Ma per "filtrare" una notizia, occorre darla e occorre darla tempestivamente, prima che arrivi da sola e come pare a lei."
 
Sono fortemente convinto che i tempi dell'educazione non possano essere stabiliti dagli educatori, ma dagli educando.
Ed occorre cercare di essere pronti.
Le frasi che ho citato all'inizio sono arrivate all'improvviso. Non come un fulmine a ciel sereno ma come una deflagrazione atomica.
Perché hanno squassato le mie paure, le mie ansie e la mia visione della morte.
Non mi sono potuto basare su ciò che io penso della morte o su ciò che questo pensiero provoca in me.
Ho dovuto affrontare il problema dal punto di vista di coloro che queste frasi le hanno espresse.
Utilizzando un linguaggio a loro comprensibile ma senza tergiversare, senza tentare di rinviare il discorso.
Perché quando qualcuno pone una domanda è per avere una risposta.
E se la risposta non arriva dalla persona a cui si è posta la domanda, la si va a cercare da altre parti.
Senza contare che spesso la domanda arriva per un input esterno.
 
Non possiamo controllare ogni avvenimento di questo mondo.
Possiamo solo cercare di affrontarlo con coraggio e con le risorse in nostro possesso.
 

domenica 16 dicembre 2012

I Maya avevano torto: la strage degli innocenti

Ancora una strage degli innocenti!
Circa 2012 anni dopo la più tristemente famosa strage avvenuta nell'Impero Romano e perpetrata da Erode, su tutte le tv, le testate giornalistiche e il web rimbalzano notizie, commenti, ipotesi su quanto accaduto in quella scuola elementare degli Stati Uniti dove un "pazzo" ha ucciso 20 bambini.
"Pazzo" lo chiamo io, anche se numerosi articoli e controarticoli disquisiscono sulla sua presunta (o meno) sanità mentale.

Io non entro nel merito: per me una persona che uccide dei bambini è un pazzo! Non importa quale motivazione (se esiste) possa avere.
La si può chiamare semplificazione.
Certo.
Ma la si può contraddire?
 
Sarò cinico, ma mi vien da pensare che i bambini che non ci sono più paradossalmente sono più fortunati di coloro che da quella scuola sono usciti sani e salvi.
Perché domani dovranno tornare a scuola e lo faranno con il terrore che un altro pazzo possa entrare e cominciare a sparare.
Imparando che la vita altro non è che una roulette russa.
"Se ci fossero meno armi..."
"Se i servizi psicosociali avessero seguito quella situazione..."
Se, se, se...
Tutto è sempre contornato da se e da ma!

Purtroppo i Maya avevano torto: il mondo non finirà il prossimo 21 dicembre.
Non è una profezia che ci deve spaventare.
L'umanità finisce ogni giorno davanti a questi avvenimenti.
 

mercoledì 12 dicembre 2012

Ritorno al futuro

Ecco il futuro che avanza: arriva dalla California la rivoluzione esistenziale nel sociale

"In California è stato presentato un referendum che alla vigilia era considerato folle. Impossibile che potesse vincere. Era dato perdente da tutti, definito da Mitt Romney “un paradosso, un vero obbrobrio perché va contro la natura stessa degli umani”. La “proposition 30” chiamava i cittadini californiani a scegliere tra due opzioni: a) aumentare del 14,7% le tasse per chi guadagna da 500 mila a 1 milione di dollari all’anno e del 28,5% per tutti coloro che guadagnano da 1 milione di dollari in su, oppure b) non aumentare le tasse."
 
Indovinate quale risposta ha avuto la percentuale di voti più alta...
 
Che succede in California?
Leggendo l'articolo sembra che i VIP si siano accorti che l'educazione e la formazione siano un processo fondamentale nel nostro mondo.
Ma è davvero così? I VIP californiani lo pensano davvero oppure è una mossa di marketing rispetto alla loro immagine?
E in Italia?
Che succede in Italia?
Per esperienza mi trovo tutti i giorni a dover operare in situazioni di recupero, su situazioni che sono già al limite (spesso oltre il limite) e mai in occasioni di prevenzione.
In questa situazione socio-economica, con i continui tagli al mondo del sociale, Enti Locali e Organizzazioni varie non possono far altro che rappezzare situazioni già compromesse. Solo quando non se ne può fare a meno.
E come si pongono la Pedagogia e l'Educazione in questa situazione?
Ovunque si legge che il mondo del sociale non ha risorse, non ci sono fondi, gli operatori sono sottoposti a continui "stress professionali" perché sottopagati o perché non vengono rispettati i giusti ritmi lavoro-riposo o ancora perché lo stipendio non è commisurato al titolo di studio o all'impegno profuso.
Che risposte arrivano dal mondo politico? Nessuna naturalmente.
Ma che risposte arrivano dal mondo accademico? Da coloro che di pedagogia e di educazione si occupano ogni giorno e ad ogni livello?
La risposta mi sembra chiara: ancora nessuna. O meglio: molto poche. Purtroppo mi sembra non ci sia comunicazione (o ce ne sia troppo poca) tra coloro che - dal basso - si occupano di educazione tutti i giorni e coloro che - dall'alto - dovrebbero gestirla, insegnarla, programmarla, diffonderla. Qual è il problema? Possibile che gli attori americani si preoccupino dell'educazione dei figli dei loro dipendenti e qui da noi non ci si preoccupi di che futuro stiamo preparando per le nostre nuove generazioni?


domenica 9 dicembre 2012

Il gioco del cieco

- Facciamo il gioco del cieco? -
- Cioè? -
- Ti prendo sottobraccio e chiudo gli occhi poi tu mi porti in giro per il parco. Però non farmi sbattere da nessuna parte... -
- Ok. Però tieni gli occhi ben chiusi e non imbrogliare -
 

Un anno fa cominciava questo intervento educativo. E dopo esattamente dodici mesi si svolge questo dialogo. Proposto dal ragazzo all'educatore.
Potrebbe sembrare un gioco sciocco, ma per me non lo è.
Il cieco si deve fidare del suo accompagnatore... Il "buio" di un mondo colmo di pericoli che non puoi vedere può far paura se chi ti sta a fianco non è degno della tua fiducia.
Una bella metafora questo gioco.
Finalmente si è fidato di me, ed ha trovato il modo di dimostrarmelo senza dirmelo.
Come sono arrivato a questo punto?
Con costanza, pazienza (tanta!), coerenza e qualche arrabbiatura di troppo digerita in solitudine.
La strada è stata in salita e faticosa, ma ha portato ad un primo buon risultato: un buon punto di partenza.
Perché adesso non ho davanti una discesa, ma una nuova salita. Da affrontare però con un bagaglio in più, una consapevolezza che alleggerisce la fatica ma che carica di responsabilità.
La fiducia conquistata va mantenuta, giorno dopo giorno.
 
Il lavoro educativo - quello sul campo, di coloro che "si sporcano le mani" - è fatto così: di (apparentemente) piccoli risultati che si raggiungono (forse, prima o poi) con fatica.
All'università questo non viene insegnato: impari a stabilire obiettivi, ad ipotizzare strategie per raggiungerli, a valutarli... ma nessuno ti insegna l'esercizio della pazienza nell'attesa, l'importanza della costanza per il raggiungimento di una meta, la gestione della frustrazione e della rabbia se i risultati non giungono quando vorresti.
Queste cose si imparano con l'esperienza, sulla propria pelle.
Ma la gestione della frustrazione e della rabbia sono complesse e soprattutto sono difficili da affrontare se si è da soli.
Perché rabbia e frustrazione possono rendere ciechi.
E allora dove troviamo il nostro accompagnatore?
 

venerdì 7 dicembre 2012

Un uomo che muore chiama la mamma

Dopo tanti post in cui ho parlato di padri, di operatori uomini e di educazione al maschile... una frase mi risuona nella mente

"Quando mio marito in Afghanistan vedeva morire degli uomini, li sentiva chiamare la mamma".

Un commento che non era strettente collegato alla guerra ma ad una (bella) discussione che ruotava intorno al gender dell'educazione.
L'attaccamento primordiale, il legame che si crea durante la gravidanza, la differenza tra uomini e donne, i ruoli sociali.
E poi quest'altra frase che gira in rete e sulla quale si discute, ci si scambia opinioni e riflessioni:

"Avere figli fa di voi un genitore non più di quanto avere un pianoforte faccia di voi un pianista."
Michael Levine, Lessons at the Halfway Point, 1995
 


Ma allora cosa significa essere genitori? Perché si decide (quando è una scelta programmata e consapevole) di dare alla vita un figlio?
Le motivazioni che ho incontrato nella mia vita e nella mia professione sono tantissime: per coronare un sogno d'amore, per trasformare una coppia in una famiglia, perché una donna senza un figlio non è una donna completa, per legare a sé un compagno, per paura della solitudine, perché un figlio unico cresce "viziato" ed allora è meglio che abbia un fratello o una sorella...
Tante motivazioni, appunto, anche se non tutte valide o condivisibili.
E questo per quanto riguarda la maternità. E la paternità?
Sinceramente (e questa volta vado controcorrente rispetto a quanto sostegno di solito) ritengo che la paternità sia meno ragionata.
Non perché gli uomini riflettano in maniera minore rispetto alle donne, quanto perché per un uomo la paternità è un oggetto teorico. Almeno finché non si trova tra le braccia il/la pargolo/a.
Ecco perché, nel mio difendere e rivendicare il ruolo positivo del maschile in educazione, non posso negare che un uomo che muore invoca la mamma.
Certo, il legame con la mamma è indissolubile, è fisico, è... quando la maternità è consapevola, scelta e gratuita.
Ma non è di questo che voglio disquisire.
Non ho mai messo in discussione il legame di un figlio con sua madre (guai a chi mi tocca la mamma!). Ho messo in discussione il ruolo educativo dei padri.
Che va di pari passo a quello delle madri. In modo diverso e con linguaggi differenti ma in modo complementare.
Ecco perché in post precedenti cercavo di descrivere la difficoltà in cui si trova un "educatore naturale" nel processo evolutivo del proprio cucciolo.
Mi rendo conto che fatico a spiegarmi (forse perché l'aspetto mi colpisce parecchio, ma solo professionalmente) e allora cerco di dirlo senza mezzi termini: agli uomini viene lasciato un ruolo marginale nell'educazione dei propri figli, almeno finchè non serve "il tono autoritario" o "la prestanza fisica". E questo non mi sembra corretto. Né per gli uomini né per le donne.
Ho conosciuto educatrici (e una l'ho anche sposata e ci ho fatto una figlia) che riuscivano a gestire un gruppo di 10 adolescenti (disagiati, extracomunitari, arzilli) con più autorità e autorevolezza che 10 educatori maschi...
Ho incontrato educatori che avevano la spina dorsale di una Barbie (no, lei ne aveva di più! Soprattutto perché era di plastica) e che davanti alla prima espressione di aggressività si nascondevano in ufficio...
Sto solo cercando di dire che l'educazione non è solo maschile o solo femminile.
L'educazione è... Punto!
 
Uffa... volevo fare un post "femminista" ma forse mi è venuto male...
La "mamma leonessa" che mi ha scaturito questa riflessione mi perdonerà...

mercoledì 5 dicembre 2012

Il maschile in educazione: figura o figurante?

La maestra dice una cosa al bambino, che finge di non sentire. L'educatore dice la stessa cosa allo stesso bimbo e lui ubbidisce.
"La figura maschile ha sempre il suo potere. Dovresti essere qui tutti i giorni. O almeno registrarmi un cd con la tua voce" dice sorridendo (e prendendomi in giro) la maestra.

In educazione la figura maschile è osannata o massacrata.
Osannata quando si tratta di inserirla in servizi o interventi particolarmente perniciosi. Massacrata quando si parla di educazione naturale (o non professionale) dove l'uomo viene relegato ad un ruolo marginale, quando va bene, o addirittura denigrato (per assenza., incapacità o dis-educazione).
Sembra paradossale ma nell'educazione "naturale" è la donna ad avere il predominio, il fuoco sacro, la predisposizione... mentre il povero maschio deve solo preoccuparsi di "portare a casa la pagnotta".
Eppure nell'educazione professionale non succede così, almeno non nelle situazioni di marginalità estrema.
Perchè la scuola (di ogni ordine e grado) è ancora territorio a predominanza femminile, anche se più sale l'età degli educandi e meno è sensibile il divario di gender.
Ma quanti educatori uomini si sono mai visti nei servizi per la prima infanzia? O nelle scuole materne o elementari?
Come se prima degli 11 anni l'educazione al maschile non fosse considerata.
Ci hanno sempre insegnato che l'istinto materno esiste, che la gravidanza e l'allattamento (attività esclusivamente femminili) sono il primo canale di attaccamento, che emotività e affetti sono caratteristiche predominanti nel gentil sesso.
Ma la procreazione non è un atto di coppia? Non sono necessari entrambi i sessi per la creazione di una nuova vita?
E allora perché l'educazione deve essere prerogativa solo del femminile?
So che questo agomento è trito e ritrito, fonte e causa di studi e dibattiti nonché di diatribe sociologiche, psicologiche e antropologiche.
Ma io sono un pragmatico e tendo a ridurre le situazioni ai minimi termini: se ci vogliono due genitori per creare una nuova vita ritengo ci vogliano anche per educare la nuova creatura.
Altrimenti non si spiegherebbe perché gli educatori  uomini sono così ricercati.
O è solo una questione di corde vocali?

martedì 27 novembre 2012

Occorre dare un senso

In ogni progetto, la prima cosa da fare è stabilire quale obiettivo si vuole raggiungere e con quali strumenti.
Un progetto, nella testa del suo ideatore, è sempre molto chiaro.
Ma purtroppo non è altrettanto chiaro nei beneficiari del progetto.
 
Come incipit può sembrare abbastanza confusivo ma, come per ogni buon progetto, nella mia testa tutto è molto chiaro.
Cerco di spiegarmi meglio: a quattro mesi dall'apertura di questo blog mi sono scontrato con alcuni aspetti che - ingenuamente - non avevo considerato.
Nella mia testa l'obiettivo di questo blog era decisamente inequivocabile: cercare e favorire scambi di pensiero in merito all'educazione.
La scelta di partire dalle mie esperienze professionali mi sembrava il miglior modo per "restare sul pezzo".
 
Nel corso delle riflessioni mi sono anche "affiliato" ad un gruppo su facebook nel quale si ragiona sull'educazione e su tutto ciò che vi ruota intorno.
Ed uno dei temi principali era il rischio dell'entrare nella rete. Con tutte le varie ed eventuali metafore e riflessioni che abbiamo utilizzato e su cui abbiamo lavorato.
 
Ecco: la rete, per un verso, mi ha ingabbiato!
Non me l'aspettavo ma così è stato.
 
Rimango però fedele ad uno dei miei principi: in educazione c'è sempre da imparare. E chi non lo sa non riconosce il vero valore dell'educazione e della pedagogia.
Quindi ho imparato dalla mia ingenuità, dalle mie mancanze e dalle restituzioni della rete, degli altri.
 
Ed oggi voglio rinnovare il senso di questo blog, che non è differente dal progetto che avevo in testa quando l'ho aperto.
Semplicemente mi sono ricordato (a forza) che la comunicazione è un concetto e un processo complesso, che il messaggio che si vuole inviare non viene sempre percepito nel modo in cui immaginavamo.
Perché il contenuto di ogni messaggio è strettamente connesso al presupposto dell'inviante ma non può prescidnere da quello del ricevente.
La buona fede è il mio punto di forza, l'ingenuità (a volte) il mio punto di debolezza.
Ma l'obiettivo mi è sempre chiaro.
"Labirinti pedagogici: dove educazione e pedagogia cercano nuove strade".

mercoledì 21 novembre 2012

Scemenza pedagogica

Ascolto il loro programma radio quasi tutti i giorni, non appena posso.
Apparentemente sono l'enfasi della scemenza, del non-sense, dello sberleffo. E fanno ridere per questo.
Ma qualche volta si mettono a parlare seriamente.
E lo fanno molto bene.
A chi capita, in questi giorni, di ascoltare Radio Deejay tra le 17 e le 18.30 sarà capitato di sentir parlare di "Casa Elisa", una casa di accoglienza che SOS Vilaggi del Bambini ha creato ad Atene e che ospita bambini tra i 2 e i 5 anni che hanno subito abusi di ogni tipo.
Ma Casa Elisa rischia di chiudere perché la crisi economica, che in Grecia si è fatta sentire più che in altri paesi, fa si che il governo non abbia più fondi per finanziare questa struttura.
E La Pina si è fatta carico di cercare fondi perché questo non accada.
Potrà sembrare la solita raccolta fondi, uguale a mille altre, che non sappiamo mai se sarà portata a  termine.
Personalmente, però, mi è capitato di sentire La Pina raccontare del suo incontro con questi bambini.
E la "svampita" della radio aveva la voce rotta dal pianto. Un pianto vero. Sincero.
Lei continua a dire di non essere un tecnico dell'educazione, ma parla in modo appassionato di ciò che ha visto con i suoi occhi. Con la naturalezza che, secondo me, la contraddistinuge.
Questo mi ha fatto specie.
Come mi ha "raggelato" (proprio questa sera) sentire il suo collega Diego parlare di "progetto educativo".
Si, proprio Diego che passa il suo tempo prendendo in giro le persone, sbeffeggiando e deridendo ogni persona, ha parlato con molta competenza di un progetto pedagogico.
Il tutto coordinato (mi si passi il termine) dalla Vale, la loro compagna di sempre.
E in tutto questo pubblicizzare Casa Elisa, ho sentito spendere parole entusiastiche sul lavoro degli educatori, sul loro ruolo, sulla competenza che dimostrano.
In un periodo in cui (da Padova in poi, ma anche prima) l'educazione sembra solo un alibi per raggiungere altri obiettivi (poco etici e leciti) qualcuno ha avuto il coraggio di raccontarla diversamente.
Senza essere un tecnico.
E la "scemenza" allora diventa pedagogica, perché educa - in una trasmissione leggera che vuole solo accompagnare le persone a casa dopo il lavoro - ad un'attenzione all'altro che esula dai confini nazionali, dagli andamenti della Borsa e da qualsiasi altro argomento faceto.
 
La Pina, Diego e la Vale mi perdoneranno per averli definiti "svampiti" e sono certo che accetteranno questo mio strano modo di pubblicizzare e condividere il loro progetto.
Sentito.
Entusiasta.
A mio parere, Vero!
 
Ecco il link per il loro sito, anche se tutti lo avranno già sentito.

martedì 20 novembre 2012

I diritti dell'infanzia


ART. 1.
Questa Convenzione si occupa dei diritti di tutti coloro che ancora non hanno compiuto 18 anni.
ART. 2.

Tutti gli stati devono rispettare e garantire i diritti del bambino, senza distinzione di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica del bambino o della sua famiglia.
ART. 3.

Gli interessi del bambino devono essere considerati per primi in tutte le decisioni che lo riguardano. Il bambino ha il diritto di ricevere la protezione e le cure necessarie al suo benessere.
ART. 5.

Sono i genitori o chi li sostituisce a doversi prendere cura del bambino.
ART. 6.

Il bambino ha il diritto alla vita.
2. Il bambino ha il diritto di sviluppare in modo completo la propria personalità.
ART. 9.

Il bambino ha il diritto di mantenere i contatti con i suoi genitori, anche se questi sono separati o divorziati.
ART.10.

Il bambino ha il diritto di riunirsi ai suoi genitori o di restare in contatto con loro se questi vivono all'estero.
ART 11.

Nessun bambino può essere portato via dal suo paese in modo illegale.
ART 13.

Il bambino ha il diritto di essere informato e di poter dire ciò che pensa, con i mezzi che preferisce.
ART 14.

Il bambino ha il diritto di libertà di pensiero, di coscienza, di religione.
2. I genitori hanno il diritto e il dovere di guidare i figli e in tale compito devono essere lasciati liberi di seguire le idee in cui credono.
ART. 15.

Il bambino ha il diritto di stare assieme agli altri.
ART. 17.

I giornali, i programmi radiofonici e televisivi sono importanti per il bambino; per questo motivo è importante che ce ne siano di adatti a lui.
ART 18.
Se un bambino non ha i genitori, ci deve essere qualcuno che si occupa di lui.
Se i genitori di un bambino lavorano, qualcuno deve prendersi cura del bambino mentre loro sono al lavoro.
ART.19.
Nessuno può trascurare, abbandonare, maltrattare, sfruttare un bambino o fare violenza su di lui.
ART. 20.
Se un bambino non può rimanere con la sua famiglia, deve andare a vivere con qualcuno che si occupi di lui.
ART. 21.
Il bambino ha il diritto di essere adottato, se la sua famiglia non si può occupare di lui. Non si può fare commercio con le adozioni.
ART. 22.
1. Il bambino rifugiato ha il diritto di essere protetto.
2. Il bambino rifugiato deve essere aiutato a riunirsi alla sua famiglia.
ART. 23.
1.Il bambino che ha problemi mentali o fisici ha diritto di vivere come gli altri bambini e assieme a loro.
2. Il bambino che ha problemi mentali o fisici ha il diritto di essere curato.
3. Il bambino che ha problemi fisici o mentali ha il diritto di andare a scuola, di prepararsi per il lavoro, di divertirsi.
ART. 24.
Il bambino ha il diritto di raggiungere il massimo livello di salute fisica e mentale e di essere curato bene quando ne ha bisogno.
ART. 27.
Il bambino ha il diritto di crescere bene fisicamente, mentalmente, spiritualmente e socialmente.
ART. 28.
Il bambino ha il diritto all'istruzione. La scuola deve essere obbligatoria e gratuita per tutti.
ART. 29.
Il bambino ha il diritto di ricevere un'educazione che sviluppa le sue capacità e che gli insegni la pace, l'amicizia, l'uguaglianza e il rispetto per l'ambiente naturale.
ART. 30.
Il bambino che appartiene ad una minoranza ha il diritto di usare la sua lingua e di vivere secondo la sua cultura e la sua religione.
ART. 31.
Il bambino ha il diritto al gioco, al riposo, al divertimento e a dedicarsi alle attività che più gli piacciono.
ART. 32.
Nessun bambino deve essere sfruttato. Nessun bambino deve fare lavori che possano essere pericolosi o che gli impediscano di crescere bene o di studiare.
ART. 33.
Il bambino deve essere protetto dalla droga.
ART. 34.
Nessun bambino deve subire violenza sessuale o essere sfruttato sessualmente.
ART. 35.
Nessun bambino deve essere rapito, comprato o venduto.
ART. 37.
Nessun bambino può essere torturato o condannato a morte o all'ergastolo.
Nessun bambino può essere privato della sua libertà in modo illegale o arbitrario.
ART. 38.
Nessun bambino al di sotto dei 15 anni deve essere arruolato in un esercito, né combattere in una guerra.
ART. 39.
Il bambino che è stato trascurato, sfruttato o maltrattato ha il diritto di essere aiutato a recuperare la sua salute e la sua serenità.
ART. 40.
Il bambino che è accusato di un reato deve essere ritenuto innocente fino a quando non sia riconosciuto colpevole, dopo un processo giusto. Comunque, anche quando è riconosciuto colpevole, ha il diritto di ricevere un trattamento adatto alla sua età, che lo aiuti a tornare a vivere con gli altri.
ART. 41.
A questi diritti ogni Stato può aggiungerne degli altri, che migliorino la situazione del bambino.
ART. 42.
Bisogna far conoscere a tutti, adulti e bambini, quello che dice questa Convenzione.

Solo un piccolo estratto, ma che spesso viene dimenticato da tanti...

domenica 18 novembre 2012

Piccoli tiranni

Una lettura interessante.
Autoritarismo, autorevolezza, permissivismo sono gli stili educativi che i luminari hanno identificato.
Pare che nell'epoca moderna lo stile più utilizzato sia proprio quello permissivo.
Perché?
Come contrapposizione allo stile più "autoritario" che qualche generazione fa veniva utilizzato (quello del "padre-padrone" che comandava su tutti e a cui - in alcune regioni - si doveva addirittura rivolgersi con il "lei" o il "voi")?
Oppure per la paura dei moderni genitori di entrare in conflitto con i propri figli?
O - ancora - come risultato delle evoluzioni sociali che dagli anni 70 in poi hanno criticato il potere costituito e messo in discussione ogni autorità?
Mi vien da sperare che quanto descritto in questo libro, per quanto reale, sia solo una (e non l'unica) rappresentazione della realtà.
E mi vien da sperare che, come in tutti i corsi e ricorsi storici, a seguito di due epoche in cui si prediligono gli opposti, si possa finalmente giungere al "giusto mezzo" riconoscendo che l'autorevolezza possa essere un corretto equilibrio tra autorità e permissivismo.
Compito dell'educazione, in questo caso, è di sostenere gli adulti nel loro processo di crescita ed autoformazione al ruolo di genitori?
 
Tratto dal libro:«Dottore, come posso far capire alla bambina che è ora di andare a letto quando mi dice che vuole continuare a guardare la televisione?». «Basta spegnere la televisione, signora». «Dottore, mai lei la riaccende!». Leggendo questo dialogo si direbbe che la madre abbia a che fare con un’adolescente ribelle. […] La bambina di cui parla ha ventitré mesi, e pesa meno di dieci chili.

martedì 13 novembre 2012

Pre-pensionamento educativo

"Dove sono finiti tutti gli educatori con esperienza, strutturati e in grado di gestire interventi educativi complessi? Dimmelo tu perché io non ne trovo!"
Con questa domanda mi ha accolto settimana scorsa un'assistente sociale alla ricerca di un operatore a cui affidare il caso, appunto molto complesso, di un minore e della sua famiglia.
Ma questa domanda, nell'ultimo periodo, non l'ho sentita solo da lei.
Perché dopo un po' di anni di lavoro gli educatori rifuggono il contatto diretto con l'utenza?
Per quale motivo ambiscono a diventare coordinatori o si rifugiano all'interno di servizi dove il contatto con le persone è ridotto?
"Sai, è una caratteristica del nostro lavoro purtroppo. L'energia dopo un po' cala... Mi immagini a 60 anni a correre dietro ad adolescenti sgarruppati o a gestire situazioni conflittuali?" ho provato a risponderle.
Ma lei mi ha subito incalzato: "Posso capirlo a 60 anni, ma quando succede a 30? Che mi rispondi?".
E questo è davvero un problema.
In Italia l'età pensionabile si allontana sempre di più ed il nostro non è considerato un "lavoro usurante".
D'altra parte non lavoriamo in miniera!
Ecco perché schiere di educatori cercano di ricollocarsi, reinventarsi e tentare la strada dei coordinatori, dei consulenti, dei supervisori.
Solo che non ci può essere un coordinatore, un consulente o un supervisore per ogni educatore attivo.
E le leggi matematiche non sono delle opinioni. Le proporzioni sono proporzioni.
In più un bravo educatore non significa in automatico un bravo coordinatore o consulente o supervisore.
Quindi il problema si complessifica.
Esiste però anche l'altra faccia della medaglia: i giovani educatori non riescono ad avere opportunità perché carenti di esperienza.
Come fanno a fare esperienza se non hanno opportunità?
Infine: un educatore strutturato (o "agé" come amo definirlo io) necessita anche di una tranquillità professionale ed economica perché normalmente ha una famiglia e non può prescindere da alcune certezze.
E quindi il problema rimane invariato: il mercato chiede educatori con esperienza, gli educatori con esperienza sono già sistemati o rifuggono il contatto con l'utenza, gli educatori senza esperienza non hanno opportunità e continueranno a rimanere senza esperienza.
La soluzione al problema?
Non lo so. So solo che devo trovare due educatori con esperienza e tutti quelli che ho sono già strapieni di progetti, ma non posso proporre educatori giovani perché il mercato non li vuole.
Wow: il cane che si morde la coda.
Le agenzie formative non aiutano, il mercato non si apre e... Bisogna trovare una soluzione al problema.
Suggerimenti?

domenica 11 novembre 2012

Scacchiera pedagogica

Uno dei compiti più complessi, a mio parere, di un coordinatore di assistenze domiciliari per minori è l'organizzazione degli orari e l'accoppiamento educatore-utente.
Il primo aspetto è complesso perché questo tipo di intervento normalmemte si svolge al pomeriggio (dopo gli impegni scolastici e prima di cena). Un pomeriggio però è composto al massimo da 5 ore! E non bisogna dimenticare il tempo di spostamemto da un intervento all'altro.
Ma la parte più delicata è proprio la scelta della tipologia di educatore da proporre a seconda della richiesta da parte del servizio e dalla peculiarità del'utente: uomini o donne, giovani o strutturati, con formazione specifica su un disturbo o polivalenti... Cercando di rispondere ai bisogni del servizio inviante ma effettuando un'analiso oggettiva di come noi vediamo questo tipo di intervento.
Proprio perché è peculiarità dell'educatore e del pedagogista progettare l'intervento educativo.
Qualche giorno fa mi sono trovato imbrigliato con un ispettore del lavoro: dovevo riuscire a spiegare perché il ricollocamento di un educatore da un progetto all'altro non è affare semplice.
Ma l'ispettore non parlava il mio linguaggio e di conseguenza faticava a comprendere.
"Immagini una giovane educatrice specializzata nel lavoro con bambini 0-3 anni. Ecco ora mi dica se io posso ricollocarla in un progetto con padri ex-tossicodipendenti o ex-carcerati e posso mandarla a lavorare presso il loro domicilio. Non è come spostarsi dal reparto latticini al reparto macelleria!"
La scelta dell'educatore deve quindi tenere conto delle caratteristiche dell'intervento, della disponibilità oraria dell'operatore, del beneplacito dei servizi, dei bisogni dell'utente... E tutto va "ricollocato" nell'ottica contrattuale!
Non è un aspetto semplice da considerare, perché ne va dell'efficacia dell'intervento, della sanità mentale dell'operatore e del positivo riscontro da parte dei clienti (che dovranno/non dovranno proporti altre interventi educativi).
Ecco perché un buon coordinatore dovrebbe almeno sapere come funziona il gioco degli scacchi.
Meglio ancora saperci giocare quantomeno discretamente.

domenica 4 novembre 2012

L'eredità educativa

Un piccolo malessere, un calo di pressione, un mancamento. Il papà non si sente bene, la mamma si preoccupa, la bimba si terrorizza.
"Se non vuoi andare dal medico a richiedere approfondimenti per te stesso, almeno fallo per tua figlia..." è la supplica della moglie al marito.
Cosa siamo noi? Qual è il destino dell'essere umano? Domanda filosoficamente fondamentale ma con un'unica, sola e inappellabile risposta: siamo destinati a morire.
E allora tanti si sono chiesti quale sia il senso.
Il senso della vita.
Lo si può rivedere negli occhi di quella bimba spaventata per il malore del suo adorato papà: il senso della nostra vita è l'eredità che lasciamo a chi ci sopravviverà. Affinché loro abbiano ricordi che, come piccoli mattoncini di lego colorati, li possano aiutare a trovare il loro senso della vita e a costruire l'eredità che anche a loro toccherà lasciare, prima o dopo.
Mi viene da pensare che - allora - il senso della vita coincide con il senso dell'educazione: non solo trasmissione di saperi, ma anche di valori, credenze, convinzioni, dubbi, paure, perplessità, speranze, tradizioni, affetti...
Il terrore negli occhi di quella bimba spaventata dal melessere del suo papà - che non capisce fino in fondo e che chissà quali paure e fantasmi le provoca - apre a nuovi paradigmi: educare non significa solo prendersi cura dell'altro, ma anche prendersi cura di sé stessi in funzione del benessere dell'altro.
Il benessere di quel papà non ha solo l'obiettivo di evitare gli occhi gonfi di lacrime della sua adorata figlia, ma anche di preservarla da una prematura perdita di uno dei suoi riferimenti più importanti, di uno dei legami fondamentali per il processo di crescita e per il superamento delle difficoltà e delle paure o per il considamento delle proprie capacità.
Il primo amore della propria vita ma certamente non l'ultimo.
Di sicuro quello che imposterà tutte le relazioni affettive della sua esistenza.

Vale solo per i propri figli?
Per un educatore certamente no. Perché nella professione educativa l'importanza dell'eredità è il senso dell'educazione.
Semina perché prima o poi qualcuno raccolga.
Lascia un segno di te negli altri.
Proponiti come individuo perché gli altri possano superare la paura della propria individualità.
Offri risorse, strumenti e occasioni perché gli altri abbiano la possibilità di scegliere se utilizzarli o no.
Ma sappi che il tuo compito prima o poi avrà termine.
E non è detto che sia tu a decidere quando.

Quindi prenditi cura degli altri, con passione, costanza e dedizione.
Ma non dimenticare di mettere la stessa passione, costanza e dedizione nella cura di te stesso.
Educare è un compito faticoso e va affrontato con il massimo delle energie.

lunedì 29 ottobre 2012

Esperimento comunicativo

La questione è cm la rete possa essere educativa.
Ke tipo di linguaggio si può usare? Cm si possono mostrate le emozioni? Il linguaggio nn verbale?
Se 6 triste cm puoi esprimerlo a parole? Ke segni puoi utilizzare? :-(
E oltre a qst... Cm governare il mezzo?
+ di 160 post nel gruppo x discutere di qst.
La discussione nn è stata semplice xché nn siamo ancora allenati ad utilizzare bene il mezzo, ad averne il pieno possesso.
Ma il dubbio principale è qll del linguaggio, della diversità di significato ke i "nuovi tecnici" (gli ado) danno?
Nn solo, ma sembra ke il linguaggio scritto ponga dei limiti di interpretazione.
Xchè non siamo abituati? O_o
Xchè siamo vecchi? :-(
O solo xché siamo pigri? ;-P
Naturalmente nei 160 post nn si è discusso solo di qst, ma anke della freddezza e della distanza del mezzo.
Nostalgia?
Forse!
Ma è necessario abituarsi al nuovo mezzo xché qst è qll che abbiamo.
Di necessità virtù.
ki vuole aggiungere qlc cs?
O tradurre?
 
 
P.s. H h h h c c c c u u u e e e. ... Queste sono solo alcune delle lettere che mancano in questo post. Chi fosse davvero allergico al nuovo linguaggio le può incastrare laddove mancano.
:-)

giovedì 25 ottobre 2012

Padova: la bolla di sapone

Sono passate due settimane e già non se ne sente più parlare.
Quattordici giorni fa imperava su tutte le tv e in rete quel famosissimo video. Lo avete già dimenticato?
Mi riferisco al video del bimbo di dieci anni "barbaramente" portato via dalla polizia, "ingiustamente strappato" dalle braccia della sua mamma ed inserito in casa famiglia.
Come potete averlo già chiuso in un cassetto?
Eppure molti ne hanno parlato, tanti hanno urlato allo sdegno, diversi hanno denunciato uno scandalo pari ad una barbarie, pochi sono riusciti a tacere.
Eppure di quel bambino non v'è più traccia in alcuna trasmissione televisiva, talk show o social network.
Dopo il tanto urlare dei parenti presenti, degli specialisti, dei tecnici, dei presentatori, della gente comune... Immancabilmente il silenzio!
Spesso capita questo: si cavalca l'onda dell'emozione, ci si aggrega nello sdegno, ci si unisce al coro di chi urla la vergogna. E poi si passa ad altro.
La solita bolla di sapone che presto scoppia.
E Leonardo?
Si, ho usato il suo nome (vero o inventato che sia) e ho smesso di chiamarlo "il bambino di 10 anni".
Perché?
Semplice: perché a me, di tutta questa storia, è rimasta la preoccupazione per lui, essere umano e non simbolo o stendardo dietro cui nascondere altri fini.
Dopo tanti anni di lavoro in comunità per minori, dopo aver accolto tanti "allontanamenti coatti" mi è rimasta l'attenzione per il dopo.
Per il benessere (o malessere) di questi bimbi e ragazzi, per gli interventi possibili (o impossibili) da poter porre in essere, per la ricerca di strumenti pedagogici da mettere in campo.
Questo, per me, è il mondo educativo. O almeno dovrebbe esserlo.
Ma mi sento un pesce fuor d'acqua, con pochi che la pensano o vivono questa situazione nello stesso modo in cui succede a me.
Mi piacerebbe educare questo mondo.
Mi piacerebbe poter insegnare che non è chi urla di più ad essere più forte.
Vorrei poter aiutare le persone a non vivere solo le emozioni di pancia e poi dimenticare.
Vorrei...
Sono pragmatico? O sono visionario?
Si parla tanto (e sempre più spesso) della rete, dei suoi vincoli, dei suoi limiti e delle sue risorse. Ed io sono il primo che tenta sempre di "vedere il bicchiere mezzo pieno" e trarre dal web ciò che di meglio mi può dare.
La rete è veloce. Tutto passa e scorre. Panta rei.
Ma l'essere umano deve rimanere al centro di tutto. L'uomo deve poter (saper?) decidere a prescindere dallo strumento che utilizza.

Due settimane fa ho deciso di non commentare quanto accaduto.
Oggi decido di non dimenticare che dietro al circo mediatico che ci ha investito, alle urla di sdegno e di vergogna, ai commenti, c'è Leonardo: un bambino che ha sofferto e che probabilmente sta ancora soffrendo.
Oltre a questa mia decisione, un pensiero speciale va a quegli educatori, a quei colleghi, che in questo momento con Leonardo stanno lavorando.
Che sappiano stare fuori da tutto ciò che gli gira intorno e lavorino con professionalità e con passione.
 

lunedì 22 ottobre 2012

La ragnatela e il ragno

La discussione è partita, i commenti si fanno sempre più vari ed eventuali, le strade si moltiplicano, le riflessioni e le scelte anche.
Di che si parla? Della rete ovviamente. Dei suoi limiti e delle sue potenzialità.
Ma non del web in generale, quanto della possibilità che questo diventi uno strumento educativo.
Il punto di partenza è la pagina di un social network (https://www.facebook.com/index.php?stype=lo&lh=Ac_P6BNHugXJcySJ#!/groups/394822953923495/) a cui partecipano educatori, consulenti pedagogici e pedagogisti.
Chi meglio di loro (di noi) poteva porsi questo quesito?
Inevitabilmente la velocità della rete ha portato al diversificarsi degli argomenti.
Ma siamo sicuri che sia stata la ragnatela ad intrappolarci?
Non c'è ragnatela che non sia stata tessuta da un ragno e - nel nostro web - chi è l'ottupede?
Secondo me l'insetto intrappolatore è il nostro cervello, cioé noi con i nostri pensieri.
La sensazione che ricevo leggendo e rileggendo i commenti è quella di tanti soggetti che si sentono come dei moscerini intrappolati.
Ma la butto là: e se fossimo tutti ragni? Ragni in cerca di qualcuno che li educhi a tessere la propria rete come meglio ci aggrada? Come più ci serve?
L'educazione è sempre stata rivoluzionaria, controcorrente, imprevedibile e alla ricerca di nuove strade.
Lo dimostrano i cambiamenti della scuola e delle metodologie didattiche, tutte le teorie pedagogiche che nel corso dei secoli si sono susseguite, la continua e spasmodica ricerca da parte di ognuno di noi (educatori di ogni tipo) di nuovi strumenti e strategie che ci aiutino nelle difficoltà professionali (o meno) di tutti i giorni.
Perché allora questa imperante paura della nuova tecnologia?
Quando andavano a scuola i miei genitori si imparava a scrivere facendo file e file di aste... Ai miei tempi si partiva direttamente con l'alfabeto... Oggi, a parte la prescrittura e la prelettura, la mia bambina ha imparato a leggere e scrivere inviando sms a sua madre dal mio tablet. Con tanto di emoticons!
La potenzialità di ogni strumento non è mai nello strumento stesso, ma nell'intelligenza di chi lo usa.
Un "collega blogger" (gli cadranno i capelli se leggerà che lo definisco così) scriveva che ha solo dieci dita ed un cervello. Mentre i computer utilizzano microprocessori velocissimi.
Tutto vero.
Ma il pc è una macchina stupida perché esegue qualsiasi ordine gli venga impartito.
Senza sapere se sia giusto o sbagliato, senza riconoscerne il valore o la differenza, senza nessun discernimento.
La ragnatela è stupida.
L'intelligenza sta nel ragno.

"Da un grande potere derivano grandi responsabilità."
Spiderman

venerdì 19 ottobre 2012

Spugne pensanti

Una comune serata di una famiglia.
Mamma, papà e bimba che stanno cenando.
Presente, come spesso accade, l'inseparabile fastidiosa ma inevitabile compagna di sottofondo: la televisione.
Mamma e papà chiacchierano, la bimba interviene a tratti nei discorsi.
Ad un certo punto inizia la pubblicità di un noto supermercato. Ma si dai, avete capito, quella con la famosa comica italiana bassina, non bellissima ma con un'ironia da far sganasciare. Si, si, proprio quella in cui vuole cambiare il dentifricio di sempre, lo yogurt di sempre ed il detersivo di sempre.
Quella in cui la conclusione comica varia di volta in volta.
Oggi la domanda della comica è "Possiamo cambiare i nostri mariti di sempre?".
Mamma e papà ridono, perché il sottile cliché ironico fatto di mille sottointesi che comprendono solo gli adulti è simpatico.
La bimba risponde con un secco "No!".
Mamma e papà hanno un attimo di smarrimento: a chi sta rispondendo la piccola? E quindi, nel tentativo di capire, le chiedono spiegazioni.
"Non si possono cambiare i mariti perché io non voglio cambiare papà. Il mio papà me lo voglio tenere quindi mamma non puoi cambiare il tuo marito di sempre".
Lo smarrimento si trasforma...
La mamma sorride (perché - per fortuna - non ha nessuna intenzione di cambiare marito) ed è piacevolmente colpita dalla logica inattaccabile e dalla capacità di attenzione e di comprensione della sua piccola di appena sei anni.
Il papà gongola, e non c'é bisogno di spiegarne il motivo.
Ma questo papà è anche un educatore che spesso si trova di fronte bimbi che, per obbligo o necessità, non possono o non vogliono pronunciare una frase simile.
Ed il pensiero va a loro e alla loro sofferenza. A quella dei loro padri che non potranno gongolare dopo aver sentito una tale dimostrazione di affetto.
 
I bambini sono delle spugne: assorbono tutto quanto gli sta attorno. Emozioni, frasi, gesti,  sentimenti, dissapori...
Ma sono delle spugne pensanti: assorbono e rielaborano i concetti secondo il loro punto di vista, partendo dalla loro visione del mondo, mettendo in connessione l'input ricevuto con i loro desideri.
Se possono permettersi di esprimerli.
Gli adulti spesso dimenticano questa semplice verità: che i bimbi sono delle spugne pensanti. E che, oltre a fare attenzione a ciò che si dice loro, bisogna anche fare molta attenzione a ciò che ci restituiscono.
Una banale pubblicità (peraltro anche divertente per un adulto) può diventare per un bimbo la fonte di un pensiero, di una paura, di un sentimento. E se il piccolo non è abituato ad esprimere (o non gli viene concesso) con tranquillità la sua opinione, questa macererà dentro di lui e rischierà di diventare dannosa.
Perché la rielaborazione delle spugne pensanti ha comunque bisogno del supporto della razionalità adulta.
 
Il padre ringrazia la pubblicità che ha permesso alla bimba di esprimere il suo amore.
L'educatore si interroga se tutti i bambini hanno questa possibilità e come aiutare gli adulti che incontra quotidianamente per sostenerli in questa scelta.
 
P.S. Tranquilla piccola mia, nemmeno io cambierei la mia "bambina di sempre".

giovedì 18 ottobre 2012

Diversamente disabile = abile?

Ho un'amica.
Che si porta sulle spalle un gran peso: quello della sua disabilità. È giovane, molto bella, molto intelligente... Ma ha questo gran peso. La sua disabilità (come lei stessa la definisce) le impedisce di condurre quella che per molti di noi è una vita "normale".
Sottoposta a continui trattamenti medici e dipendente dagli altri per alcuni livelli della sua autonomia porta però il macigno con dignità, coraggio e noncuranza dei pregiudizi altrui.
Già: pregiudizi!
Perché oltre a dover combattere con la sua malattia si trova anche a dover "giustificare" ad altri le sue scelte.
Spesso non credono alla gravità della sua situazione perché le piace vestirsi bene o perché i suoi capelli sono sempre in ordine o, ancora, perché gli accessori sono sempre coordinati o la vedono camminare in giro per il paese.
Poco importa se per prepararsi per un'uscita (che peraltro si concede una volta ogni due morti di papa) impiega un'intera giornata.
O se cammina con un bastone alla sua giovane età, come se questo fosse un vezzo o un nuovo accessorio del suo look.
La sua disabilità però - secondo me - l'ha aiutata a tirare fuori alcune parti del suo carattere che magari non sarebbero emersi in modo così preponderante: il coraggio, la forza di volontà e la combattività. Che lei usa quotidianamente per andare avanti, lottare contro la sua malattia (per stare letteralmente "in piedi") e per aiutare gli altri.
Già, perché cerca sempre di aiutare anche chi le sta intorno. Come può, come riesce, sempre un poco di più di quello che la sua condizione le permetterebbe.
La sua disabilità le ha permesso di essere più abile in altro.
E non è così per tutti? Io, per esempio, a calcio sono assolutamente disabile (una vera schiappa) e nei lavori manuali idem (so giusto cambiare una lampadina, e poco altro!).
Certo: ci sono disabilità che non permettono questo, che sono così invalidanti da non lasciare spazio per altro.
Ma ci sono anche disabilità diverse, che possono essere affrontate per cercare di superare i propri limti. Ogni giorno.
Senza scomodare le varie Minetti (la cantante-ballerina-record italiana e non la "consigliera" regionale dimissionaria) e Pistorious (a cui va tutto il mio plauso per ciò che fanno, ma soprattutto per ciò che rappresentano) mi piace ricordare che di "diversamente disabili" ce ne sono molti.
E quando si ha la fortuna di conoscerli si può solo imparare da loro.
Essere educati da loro.
Più abili di noi nel superare le difficoltà.
E per un educatore di un certo tipo, essere educato è un piacere.
Quasi un vanto.

lunedì 15 ottobre 2012

Dopo Padova... si ritorna al lavoro

Ho lasciato passare un paio di giorni dal mio ultimo post perché volevo che quanto ho scritto sedimentasse un po'. In me e negli altri.
Ho passato il fine settimana bombardato da commenti su tutti i social network, in ogni telegiornale, in diverse trasmissioni televisive.
Psichiatri, psicologi, avvocati, giudici, educatori, persone comuni... Ognuno ha detto (qualche volta urlato) la propria opinione e il proprio sdegno sulla faccenda.
Ma io ho cercato di mantenere la mia linea: non commentare ciò che non conosci a fondo, non prendere una posizione fino a che tutto non sarà chiaro.
Ma negli avvenimenti di Padova non ci sarà mai chiarezza, non si saprà mai la verità fino in fondo.
E credo sia giusto così, nel nome di quella tutela della privacy e dell'interesse del minore tanto sbandierati.
 
Con questa consapevolezza oggi sono tornato a lavorare.
Mai il destino mi ha riservato uno scherzo così divertente, affascinante e a tratti incredibile.
Oggi comincio a seguire un nuovo caso, un intervento che mi è stato presentato nelle scorse settimane.
Devo monitorare gli incontri tra un padre e la sua bambina, a seguito di una separazione problematica tra genitori.
Divertente no?
Ancora mi rimbombano nelle orecchie tutti i commenti (congruenti o meno, intelligenti o meno, competenti o meno) che ho sentito negli ultimi giorni.
E con questa eco assordante mi appresto ad incontrarli.
Non voglio partire con il pregiudizio di servizi che vengono vissuti come aggressivi e violenti, o di operatori che vengono poi criticati perché potevano effettuare scelte diverse, o di tribunali che possono commettere errori, o di presunte patologie esistenti, riconosciute o meno.
Voglio solo fare il mio lavoro, con la professionalità di sempre.
Devo incontrare la madre, presentarmi alla figlia e monitorare l'incontro tra la bimba ed il padre.
Osservare, mediare la comunicazione, tamponare eventuali situazioni di disagio. E restituire poi quanto visto, detto e letto tra le righe ai servizi referenti.
Senza pensare che uso ne faranno loro, ma certamente soppesando ogni parola, assumendo un tono distaccato.
Non prenderò le parti di nessuno, perché questo mi viene chiesto.
 
E questo avrebbero dovuto fare anche nell'episodio di Padova.
Ma ognuno ha dovuto dire la sua, e pochi sono riusciti a tacere.  

venerdì 12 ottobre 2012

Accadde a Padova...

Un allontanamento coatto di un bambino di dieci anni prelevato da scuola dalle forze dell'ordine e trascinato dagli agenti in un modo brutale. Le urla della madre e altri commenti percepiti a spizzichi e bocconi. Il tutto aggravato dalla presenza delle telecamere. Nell'era multimediale il tutto finisce su youtube nel giro di poco, viene condiviso sui social network, passa su tutti i telegiornali e diventa materiale per ogni trasmissione televisiva.
E - come sempre - si scatenano le polemiche.
Qualcuno si aspettava anche un mio commento alla situazione su questo blog.
 
Ieri, per scelta, non ho voluto guardare le immagini o sentire i commenti. Ho deciso per questa astensione sia perché non avevo il giusto tempo da dedicarvi sia perché ho imparato, per esperienza, che un giudizio affrettato è spesso scorretto, o quantomeno frammentario.
Questa mattina, nonostante la mia volontà di "rimanerne fuori", alle 6.30 ho acceso la tv e mi sono subito trovato davanti il servizio del tg.
E come tutti sono rimasto impietrito per la crudezza delle immagini.
Ho guardato, ho cercato di capire, ma ancora non avevo sufficienti informazioni.
Allora ho cercato di carpire qualche notizia in più, ma il telegiornale - a quell'ora della mattina - non aggiunge mai molto. Sono quindi andato sul social network e ho letto un po' di commenti.
Frasi che mi hanno lasciato un po' perplesso!
 
"Nemmeno chi ha ucciso viene trascinato in quel modo"
"Se avessero dei pedagogisti che si occupassero di queste cose sarebbe molto più facile"
"Nella scala sociale metto le forze dell'ordine ad un livello basso"
"Avrebbero dovuto opporsi..."
"Trascineresti tuo figlio in quel modo? Manco un cane..."
"La scuola e la dirigente dov'erano?"
"I bambini vanno ascoltati... se non voleva andarsene  un motivo ci doveva essere"
"Non sono affatto a favore dell'allontanamento coatto"
 
Non sono perplesso dalle frasi in sé quanto dal fatto che siano state scritte da educatori.
Naturalmente i commenti non erano tutti di questo genere, altri erano assolutamente condivisibili.
Ho imparato nella mia vita che "Domandare è lecito, rispondere è cortesia" ed io mi ritengo una persona cortese.
Quindi normalmente a domanda rispondo.
A volte verbalmente, altre tra me e me, oggi sul mio blog.
 
Intanto non trascinerei mai mia figlia in questo modo, ma sono assolutamente certo che nessun altro lo farebbe. Perché io non sono un padre (né mia moglie una madre) per le cui azioni intervengono i servizi sociali o il Tribunale...
La scuola e la dirigente? Dove volete che fossero: presenti! Ma che tipo di intervento avrebbero potuto fare? Che tipo di peso pensiamo abbiano di fronte ad un decreto del Tribunale?
I bambini vanno ascoltati? Certamente si ma.... 1) se sono minorenni ci sarà un motivo? Non è possibile invocare la loro tutela (perché minorenni) ma ritenerli adulti (perché vanno ascoltati) 2) la legge prevede che le audizioni del minore sono possibile dopo i 12 anni perché prima non sono ritenuti in grado di discernere. E chiedo a tutti i genitori con figli minori di 12 anni: date per assodato ogni cosa che dicono? ogni scelta che fanno? o come genitori decidete voi al posto loro, pur tenendo in considerazione ciò che dicono?
Avrebbero dovuto opporsi? Chi? La madre? La zia? Chi altri? Ancora una volta stiamo cercando di svalutare il lavoro dei servizi sociali, dei tecnici, degli specialisti.... proprio noi che ogni giorno rivendichiamo la peculiarità della nostra professione?
Contrario all'allontanamento coatto? Beh... forse un legislatore o un governo potrebbero esprimere un concetto di questo tipo e provare a fare qualcosa... chiunque altro esprime un'opinione personale e dovrebbe - quantomeno - motivarla e giustificarla.
Ma, a parte le risposte (cortesi, spero) alle domande (o pseudo tali) poste, sono rimasto colpito dall'aggressività e dall'intransigenza di queste affermazioni.
Lungi da me, ovviamente, cercare anche solo lontanamente di giustificare o motivare le immagini trasmesse.
 
Ho però difeso, nella mia vita professionale, due principi che ritengo indiscutibili.
Il primo è che prima di esprimere qualsiasi opinione personale, in situazioni come queste, occorre avere tutte le informazioni a disposizione. Ricordo moltissimi servizi al tg in cui "madri coraggio" denunciavano le angherie dei servizi sociali e dei Tribunali che avevano, secondo loro, ingiustamente portato via i loro figli.
Accorati appelli, pianti e grida, proclami di ingiustizie. Il tutto davanti alle telecamere.
E via che l'opinione pubblica si scatenava contro le assistenti sociali ree di "rubare" i bambini o che accusava i tribunali di ingiuste sentenze. Come se il mondo del sociale fosse composto solo da mostri e gli "utenti" fossero delle povere vittime.
In un caso - addirittura - ho visto un padre incatenato davanti al Tribunale per i Minorenni di Milano con uno striscione in cui denunciava l'ingiustizia subita. Conoscevo il caso di quel ragazzo perché era stata fatta richiesta di inserimento nella comunità in cui lavoravo allora. E naturalmente ciò che lui denunciava era falso, con una evidente omissione di ciò che lui aveva commesso.
Il secondo principio è che di lavoro noi facciamo gli educatori, non i giudici.
Mi sono sempre presentato con questa affermazione a tutti gli utenti perché l'assenza di giudizio aiuta a costruire una relazione educativa più proficua.
Ma soprattutto sono fortemente convinto che giudicare sia il compito di altri. Un compito complesso ed articolato che va gestito con giudizio.
In nome di questi due principi non mi permetto di giudicare quanto accaduto a Padova e mi sorprendo che altri educatori si permettano di farlo, tanto più con i toni che ho sentito.
Tutti hanno diritto ad avere un'opinione personale, ma bisogna fare attenzione alla leggereza con cui la si esprime e al tono che si utilizza.
Il mondo è già pieno di luoghi comuni che impediscono il ragionamento e a volte non solo ostacolano lo svolgersi corretto di operazioni delicate ma addirittura le travisano e le sbattono in prima pagina con il solo obiettivo di ottenere più audience.

D'altra parte, come dicevano due dei miei DeeJay preferiti questa mattina parlando di altro, 
  • tutti i ciclisti si dopano
  • i politici sono tutti ladri e corrotti
  • non esistono più le mezze stagioni.
Luoghi comuni.
Castrazione massima del libero pensiero.
Ma forse mi sbaglio?





P.S. prima di pubblicarlo ho riletto il mio post... Cavolo sono sempre il solito! Controcorrente!!! Chissà in quanti giudicheranno anche me... Me ne farò una ragione!
 

giovedì 11 ottobre 2012

L'ancella di nome "Pedagogia"

Ho segnalato il tuo blog a una prof dell'uni di Padova. Ecco il suo feedback:
"Sono andata a vedere il blog del tuo amico e....mi piace! Sono riflessioni fresche, interroganti e profonde.
Il problema della pedagogia è quello di non avere una sua identità intrinseca e quindi di essere ancella della psicologia, della filosofia e della sociologia, ecc.
Questo mancare di identità è il suo problema più grosso. In questo blog invece la pedagogia ha una sua identità particolare....credo che ogni tanto i pedagogisti (e credimi ne conosco tanti di quelli che scrivono libri altezzosi e lontani dalle problematiche "reali") dovrebbero farsi un giro in un blog come questo (e comprendere come la riflessione teorica può essere al servizio di queste esperienze)."
Buon lavoro

Sembra paradossale che la mancanza d'identità, che è uno dei temi principali del lavoro pedagogico, sia proprio uno dei difetti della Pedagogia.
Essere ancella di altre discipline è una caratteristica ereditaria? Che si porta avanti da secoli?
Sarà per questo che non esiste un albo di pedagogisti? O che il nostro lavoro possa essere fatto da "tutti" - come molte lamentele dei colleghi ricordano ogni giorno -?
La pubblicazione di questo commento non vuole essere un'autocelebrazione, ma - come sempre - il tentativo di innescare una nuova discussione costruttiva.
Parliamo di Pedagogia, ragioniamo sulla Pedagogia, costruiamo la Pedagogia.
Insieme.
 

mercoledì 10 ottobre 2012

Schizofrenia emotiva dell'educatore?

SMS - Messaggi Ricevuti
"Ciao Ale! Ti scrivo per spere come stai e per informarti che con il L. va tutto a meraviglia. L'assistente sociale non si è più fatta sentire (fortunatamente) quindi tutto ok!"
 
Oggi ho ricevuto questo sms, da parte di un padre con cui ho lavorato nell'ultimo anno e mezzo. Situazione super complessa che in partenza, sulla carta, aveva già un destino fallimentare.
Un padre separato con grandi conflitti con la madre di suo figlio e la di lei famiglia (ma anche la "di lui" famiglia). Denunce reciproche, sgarbi, ripicche... mettendo al centro di questo conflitto (come "arma di ricatto") il piccolo di 4 anni.
Un anno e mezzo di mediazione, di consulenze a lui e a lei, di incontri protetti, di sfoghi, di rabbia, di aggressività...
Dopo questo sms l'ho chiamato immediatamente, anche perché avevo già in mente di farlo (telepatia pedagogica?) visto che era passato un mesetto dal nostro ultimo incontro ed era ora di verificare la situazione che stanno tentando di gestire senza l'intervento dei professionisti.
Voce squillante, goia nel tono, mi racconta delle ultime "avventure" del suo piccolo, delle gite, dei week-end che ha trascorso con lui, del "distendersi" (parola grossa) dei rapporti con la sua ex-compagna (che almeno si sono fatti civili ad un livello formale), del lavoro che comincia a ripartire, dei risultati negativi del Ser.T... L'ho sentito proprio bene, felice di farmi sapere che le cose stanno procedendo, che la crisi grossa è passata.
Dopo un anno e mezzo di fatica, di depressione, di visione negativa del futuro, di rabbia e frustrazione verso ogni istituzione percepisco uno spiraglio, la possibilità anche solo di poter pensare che il futuro può regalargli qualcosa di bello.
Nel rapporto con suo figlio e con sé stesso.
 
Il lavoro dell'educatore è faticoso, soprattutto perché non è possibile farlo se non ci si mette in gioco come persone, senza poter prescindere dalle nostre emozioni.
Spesso i risultati del nostro lavoro sono invisibili, a volte visibili ad altri solo molto tempo dopo il nostro intervento, raramente percettibili.
Due giorni fa ero frustrato per un'occasione persa, ieri ero distrutto dal raffreddore e dalla febbre, oggi sono felice per questa bella telefonata.
Schizofrenia emotiva dell'educatore?

lunedì 8 ottobre 2012

Ho perso un'occasione!

Ecco una cosa che mi ha fatto innervosire e mi ha intristito.
Ero a scuola, a fare uno dei miei interventi con uno dei miei ragazzetti. Un suo compagno, abbastanza "casinista", sta facendo il suo solito show. Si tratta della solita dinamica: fa fatica a studiare e a capire ciò che viene spiegato e si difende facendo lo stupido e disturbando.
La prof lo richiama e lo richiama e lo richiama... alla fine si scoccia e si fa portare il libretto delle comunicazioni e gli mette una nota.
Lui si rabbuia e si calma (troppo tardi, purtroppo) e brontola.
Visto che ho un attimo di tempo mi avvicino a lui e cerco di fargli capire che dovrebbe imparare a fermarsi un attimo prima di arrivare al punto di rottura.
Lui mi risponde con una frase raggelante: "Ecco, oggi dovrò discutere con i miei genitori. Sono stufo. Già li sento discutere tra di loro tutti i giorni... Oggi ci sarà una nuova discussione!" e se ne va.
Purtroppo, in quel momento, non ho tempo di parlare con lui perché mi tocca correre dietro al ragazzetto per cui sono lì e perché dopo poco suona la campanella e tutti gli studenti fuggono.
Ho perso un'occasione, perché questo dodicenne mi ha lanciato una richiesta, ha chiaramente espresso un disagio che avrei voluto cogliere.
Ma non ho potuto.
Non sono lì per lui e non posso cogliere questa occasione se il "mio" ragazzetto mi impegna.
Vorrei segnalare la cosa, ma a chi?
Sicuramente ai professori, ma so già che non coglieranno appieno questo grido di aiuto. Per come li conosco e per il ruolo che hanno si occupano principalmente di didattica e disciplina...
Al dirigente? Potrei, ma so già che non avrà tempo per queste cose: è appena arrivato e si sta occupando di tutta la parte organizzativa di quello che per lui è un nuovo istituto da dirigere.
Alla psicologa della scuola? Non c'è...
Mi sento impotente e frustrato perché vorrei che ci fosse uno sportello con un pedagogista in questa scuola, che possa raccogliere queste occasioni che - malvolentieri e controvoglia - non posso accogliere.
Ma non c'è...
Didattica, disciplina, programmi annuali, assenze, mensa... e dove lasciamo il processo di crescita di questi ragazzi?
Già è strano che aprano uno spiraglio, data l'età, ed ancora più difficile è che lo lascino aperto.
La prossima volta che lo incrocio, se ne avrò l'occasione, cercherò di riattivare la comunicazione.
Ma temo che l'occasione ormai sia persa.
E sono frustrato per questo.