domenica 9 giugno 2013

[met@]comunic@zione

Qualcuno inizia un nuovo scampolo di conversazione.
Bisogna decidere che linea prendere.
Di cosa sto parlando?
Se volete ve lo dico, ma non è molto importante.
Parlo di un dialogo (a 5 bocche) su un gruppo in un sociale network. Siamo gli amministratori di un gruppo su facebook. Ma non siamo solo questo: siamo anche educatori-pedagogisti-consulentipedagogici.
Questo conta?
Per quanto sto scrivendo si.
Ma non dovrebbe contare così tanto.


Dunque, dicevo: inizia un nuovo scampolo di conversazione nel quale dobbiamo decidere qualcosa. 
Quale sia l'oggetto del contendere poco importa, perché dopo i primi preamboli cominciano a delinearsi le prime dinamiche comunicative.
Caratteri.
Contesti.
Linguaggi.
Qui-ed-ora.
Queste sono le prime discriminanti.
La conversazione prende diverse pieghe, segue differenti stimoli di discussione, affronta molteplici aspetti o punti di vista.
Se a tutto quanto detto fino ad ora aggiungiamo che non tutte le persone si conoscono fuori dal mondo virtuale il tutto diventa ancora più complesso. A volte, complicato.
Per metacomunicazione (termine nato dalla fusione tra meta e comunicazione) si intende, in  psicologia, la comunicazione relativa alla comunicazione stessa.
È un concetto introdotto dagli psicologi della scuola di Palo Alto. Gregoy Bateson la definisce come "l'insieme di tutti gli indici e proposizioni scambiati in relazione alla (a) codifica e (b) relazione tra i comunicatori". Nella metacomunicazione gli schemi concettuali vertono su di essa, mentre il linguaggio rimane l'unico mezzo espressivo utilizzabile.

Qualcuno ride, altri scherzano, chi la prende molto [troppo?] sul serio, chi riporta tutti all'ordine... Sta di fatto che di metacomunicazione si tratta. Non stiamo più parlando dell'oggetto del contendere, stiamo definendo i ruoli tra noi, stiamo parlando del nostro parlare, stiamo definendo una relazione tra noi.

Nella nostra professione quotidiana quante volte ci imbattiamo nella metacomunicazione e non ce ne accorgiamo? Quante volte non ci rendiamo conto che la qualità della nostra relazione viene definita anche attraverso il modo in cui comunichiamo [verbalmente o meno] tra di noi? 
Quante volte comunichiamo di noi?

Alziamo la posta.
Questa comunicazione (e la sua conseguente meta-comunicazione) avvengono all'interno della rete, dove le relazioni umane sono ulteriormente complicate dalla matrice comunicativa specifica del virtuale.
La definizione della relazione tra i soggetti [noi, non dimentichiamolo] viene complicata dal livello astratto della relazione stessa.
Non c'è il contatto fisico, non c'è il tono della voce, non c'è la comunicazione non verbale.
Manca la fisicità, manca l'odore dell'altro, manca lo scambio di sguardi. Tutti tratti specifici della comunicazione e della relazione educativa.
Quanto incide questo sulla meta-comunicazione? Quanto queste carenze/assenze influiscono sulla costruzione/definizione del livello di relazione tra noi?

A mio parere molto poco.
Perché i ruoli e le dinamiche emergono senza nessuna difficoltà. Lo spiritoso appare subito per lo spiritoso, il leader si mostra fin dall'inizio per il leader, l'insicuro si presenta immediatamente per quello che è...
Come normalmente accade in ogni comunicazione umana, in ogni definizione di relazione [educativa e non].
Il ruolo della metacomunicazione sembra quindi superare le barriere del virtuale.
Forse perché c'è naturalezza nella conversazione? Probabilmente perché nessuno intende mostrarsi diverso da quello che è? O magari perché siamo tecnici dell'educazione e di conseguenza poniamo attenzione ad ogni atto comunicativo consapevoli che questo determinerà la qualità della nostra relazione con l'altro?

Non so quale sia la risposta a questi ultimi quesiti. 
Quello che so è che la [meta]comunicazione virtuale non differisce così tanto dalla [meta]comunicazione reale.
A prescindere dalle teorie sulla rete e dalla [presunta] freddezza delle comunicazioni virtuali.

Le relazioni umane evolvono.
La comunicazione evolve.
La rete è la nuova missione educativa.

Imparare a [meta]comunicare è la nuova frontiera?