lunedì 18 febbraio 2013

Adolescenti: immagine e sostanza

Venerdì scorso per il rito ambrosiano era  Carnevale e le scuole erano chiuse.
In giro per le strade si vedevano bambini mascherati e adolescenti malvestiti.
I bambini avevano i costumi più disparati: dalle classiche principesse e gli intramontabili pirati, ai personaggi dei cartoni animati e i super eroi.
Si divertivano, lanciavano coriandoli e stelle filanti, ridevano.

Poi ho visto gli adolescenti: greggi di ragazzetti tra i 12 e i 16 anni tutti abbigliati e agghindati alla stessa maniera. Felponi imbottiti di pelo, jeans "prét a cagher" (come dicono alcuni nonni con sottili francesismi) e stretti in fondo, scarpe da ginnastica di massa volumetrica e taglia enormi. Le immancabili stringhe fosfo (che abbiano paura di perdersi nel buio?) e gli occhiali da sole colorati calati sugli occhi (questo a prescindere dal buio).
Tutti uguali, omologati in una divisa che pareva uscita dai peggiori incubi socialisti di cinese memoria.
Quasi indistinguibili, maschi e femmine. Grandi e meno grandi.
Indossavano la loro maschera con spontanea naturalezza beandosi dell'immagine che proponevano al mondo.

La sottile differenza che ho colto sotto i due diversi stili di maschera era percepibile appena. I bimbi che festeggiavano carnevale sapevano che indossavano un costume e che la maschera sarebbe durata per quel giorno, al massimo quello successivo. Dietro a quel vestito giocavano ad impersonare qualcuno, altro da loro.
Gli adolescenti invece sembravano non cogliere questo aspetto: sotto il loro travestimento si percepiva solo la necessità di appartenere e di confondersi (nonostante la fluorescenza dei loro piedi) e poca consapevolezza. Il giorno dopo sarebbero stati agghindati allo stesso modo, quello succesivo anche.
Fino a quando?
Fino a che troveranno una loro immagine, distinguibile da quelle altrui, separandosi come individui dalla massa.
Questo almeno dovrebbe essere.
Ma dai brandelli di comunicazioni che colgo, dai racconti che sento dagli adulti circa i loro figli, dalle conversazioni che scambio con loro nei diversi ambiti in cui li incontro mi accorgo che la ricerca di individualità e di senso sono lontani dai loro pensieri.
Sembra che si stiano perdendo nella loro stessa adolescenza.

Immancabile è il parallelo con la mia di adolescenza. La stessa confusione, gli stessi greggi.
Ma la differenza stava nei modelli e negli obiettivi.
L'omologazione stava - paradossalmente - nella differenziazione. Si parlava di filosofia (a sproposito), di religione (per assiomi o contrapposizioni), di politica (senza conoscerla a fondo, ma con la voglia di approfondire, di novità).
Che cosa è successo? Come e perché è cambiata questa benedetta adolescenza?
Dove sono finite le lotte di classe, la ricerca filosofica, i pensieri metaforici così lontani dalla realtà ma con un sapore esotico ed esoterico memorabile?
Oggi di cosa parlano gli adolescenti?
Di Balotelli che si è schiantato con la sua Porche nero opaca, dell'ultimo gioco della Play e di quanti amici hanno su Facebook.
 
Come può un processo di identificazione attuarsi se non c'è ricerca di identità ma solo immagine?