venerdì 11 gennaio 2013

L'altra faccia della medaglia

Uno dei miei ragazzetti oggi mi ha tirato fuori dagli stracci.
Non ha fatto nulla di particolare: ha solo toccato corde che era meglio evitare.
Non l'ha fatto apposta.
È cascato dentro ad una trappola che lui stesso aveva - inconsapevolente - architettato.

Poi leggo una (feroce) discussione in un gruppo di professionisti.
Si parte da un argomento proposto da una terza persona. Su un tema non di fondamentale importanza.
Però poi i toni si alzano.

E mi vengono in mente le discussioni tra coniugi. Dove ognuno dei soggetti parte dal suo presupposto, difende la propria posizione ma - soprattutto - il proprio ruolo all'interno della relazione.
 
L'equilibrio non è mai semplice, tanto più perché non si tratta quasi mai solo di contenuti.
Ma di difendere la propria posizione nel processo comunicativo-relazionale.
Attraverso la richiesta di riconoscimento di ciò che proponiamo chiediamo, parallelamente ma in modo prioritario, il riconoscimento di noi stessi, tramite la personificazione della nostra posizione.
La teoria psico-pedagogica però non è prassi educativo-relazionale.
Per quanto io mi sia sforzato oggi di non cadere nella trappola ordita dal mio ragazzetto, non ci sono riuscito.
Per quanto le due professioniste - dopo mille riflessioni sulla difficoltà di dialogare correttamente e in modo costruttivo nel mondo virtuale dove mancano comunicazione para e nonverbale - abbiano tentato di non azzuffarsi, hanno fallito.
Per quanto le coppie vivano felici (spesso), sistematicamente si azzannano.
Per quanto...

Qual è la questione?
Le trappole comunicative?
Direi di no.
Piuttosto le corde da cui stare lontani.
Perché per quanta professionalità si possa avere ci sono degli argomenti che ci toccano più da vicino, dei temi che per noi sono più scottanti, dei nervi che sono (e rimangono) scoperti.
E non c'è vaccino professionale che tenga.
Non c'è copertura o viatico che ci possa aiutare.
Come quando abbiamo mal di schiena e altro non possiamo fare che trovare una posizione comoda (o non completamemte scomoda) che ci faccia soffrire un po' meno.
Ma, come nel mal di schiena, è solo l'esperienza che ci può aiutare: i precedenti tentivi falliti che ci indicano la strada per provare meno dolore, per evitare che la manipolazione del nervo scoperto sia letale.
Le provocazioni (consapevoli o meno che siano) sono quotidiane nella nostra professione.
La difficoltà è affrontarle senza che ci annientino.
Ribadisco sempre (e magari risulto pedante nel farlo) che l'educatore è prima di tutto un essere umano e questa caratteristica, oltre ad essere il suo miglior pregio, è anche il suo peggior difetto.
L'altra faccia della medaglia.