mercoledì 2 gennaio 2013

La cassettiera pedagogica

"Che ne è stato dei miei pazienti dopo che si sono congedati da me? La terapia ha veramente cambiato le loro vite? Come sono finite le loro storie?"
Questa è la fondamentale domanda che si è posto il celebre psicoanalista newyorkese Robert Akeret dopo trentacinque anni di attività professionale raccontandolo nel libro "L'uomo che si innamorò di un orso bianco" (1998)
 
Quante storie si intrecciano alla nostra durante la vita professionale?
Decisamente tante e affrontiamo ognuna di esse con grande impegno, progettualità, sacrificio, analisi ed autoanalisi... Ma poi succede che l'intreccio di queste storie con la nostra si interrompe.
Per diversi motivi.
Qualche volta perché un minore raggiunge la maggiore età, o quando un utente viene dimesso dal servizio in cui lavoriamo, oppure perché siamo noi a lasciare quel servizio per trasferirci verso altri lidi professionali, talvolta quando i progetti non hanno più ragione di essere (ebbene si! a volte capita che gli obiettivi vengano raggiunti e non ci sia più bisogno di noi) e altre se la burocrazia cambia (una variazione di residenza o una legge diversa che avvicina/allontana qualcuno dal luogo in cui è).
E cosa capita all'educatore?
Incontra nuove storie, altri intrecci, ulteriori necessità di investimento emotivo e di tempo.

Ma che fine fanno gli utenti? Come vanno avanti le loro vite? Che cosa sarà cambiato in loro o intorno a loro dopo il nostro intervento?
Le persone che incontriamo non sono solo una parentesi lunga o corta della nostra vita professionale, sono vita loro stessi.
Sempre più spesso nei miei momenti di riflessioni ragiono sull'importanza del feed back rispetto agli interventi educativi che svolgo, sia come "chiusura del cerchio" (cioè per sapere che fine hanno fatto le persone) che come momento di autovalutazione e verifica del mio operato.
Attualmente però non esistono progetti di follow up individuali sugli utenti che noi seguiamo perché le condizioni economiche ed organizzative del welfare non prevedono momenti strutturati di équipe di valutazione dopo un periodo prestabilito di tempo dal termine dell'intervento.
Raramente questi momenti ci sono sui servizi, ma mai sui singoli utenti.
Tutto troppo costoso?
O semplicemente non ritenuto importante?

Questa rifelssione mi rimanda l'immagine di una cassettiera: ogni storia è all'interno di un cassetto che ad un certo punto però viene chiuso, perché è necessario (o obbligatorio) aprirne un altro.
E che fine fa il contenuto del cassetto precedente? Rimane dentro, certo.
Ma nessuno di noi ha il tempo di andare a riaprirlo. Per vedere se sia ancora "ordinato" come lo avevamo lasciato o se ci sia ancora una (nuova o uguale) "confusione".
E quand'anche si riuscisse ad aprirne uno, come si può fare con gli altri? Con tutti i cassetti della nostra cassettiera?
Mi sembra la parte meno "umana" della nostra professione perchè involontariamente dimentichiamo che dietro all'utente c'è la persona.
Che dietro al disagio c'è altro.
E questo è un aspetto che un educatore cerca di evitare il più possibile. Come la peste.
Diventiamo come i medici davanti alla patologia?  Ci concentriamo sul qui ed ora (del disagio e del conseguente intervento) senza preoccuparci di ciò che succede dopo (cioè di come e quanto l'intervento è stato positivo sul lungo termine)?
Di come cresce e viene coltivato ciò che abbiamo seminato?

Si tratta di una necessità insuperabile o di una mancanza di restituzione del valore del lavoro svolto?
Rappresenta un bisogno solo mio o anche di altri colleghi?