lunedì 30 luglio 2012

Il gioco: piacere o lavoro?

In letteratura si definisce gioco quell'attività che possiede due aspetti essenziali:

  • la dimensione del piacere, della gratuità dell'esperienza fine a sé stessa, fatta esclusivamente per il proprio piacere;
  • la dimensione dell'improduttività, poiché non è un'attività finalizzata, non produce nulla nel senso che noi di solito attribuiamo al termine risultato o prodotto. Esce dalla logica della produzione nel senso sociale ed economico del termine.

Il bambino gioca perché gli piace farlo, fa ciò che immediatamente lo attrae e ha senso per lui ciò che suscita piacere e interesse.
Al gioco però appartiene anche una dimensione formativa e culturale: non è solo esercizio o addestramento poiché mediante il gioco si trasmettono conoscenze e modelli culturali.
L'attività ludica assume un'importanza fondamentale per un corretto sviluppo socio-affettivo e intellettivo dei bambini e si caratterizza mediante i concetti di creatività - intesa come capacità di combinare diversamente i dati, le informazioni che già si possiedono o di ricavarne di nuovi - e di possibilità come forma delle categorie interpretative. E' nel giocare che fin da bambino l'uomo sperimenta con successo la possibilità di intervenire attivamente sugli elementi che lo circondano, nel senso di trasfigurarli e di modificarli. Il gioco assume dunque la caratteristica di un'attività orientata verso la creatività, il cambiamento e verso la categoria del possibile.

Ecco perché i bambini adorano giocare, ed ecco perché gli educatori amano progettare giochi, laboratori ed attività.
La difficoltà sta nel trovare l'equilibrio tra il gioco "strutturato", progettato e il gioco "libero": il primo è pedagogicamente orientato e permette il raggiungimento di obiettivi stabiliti a priori, mentre il secondo lascia più ampia scelta ai bambini e gli permettere di sperimentare ciò che più lo incuriosisce.