venerdì 27 luglio 2012

Regola numero 1 dell'educatore: essere educato. (Ovvero: ciò che non ti insegnano all'università)

Ieri mi è accaduto un fatto strano che mi ha lasciato un po' perplesso e sconcertato.
Ho scritto il mio post (come sempre), l'ho pubblicato sul blog e ne ho condiviso il link (come sempre) sulla mia pagina in un social network.
In quel social network (ovviamente uno dei più utilizzati, non c'è bisogno che dica quale) sono iscritto ad un paio di gruppi di educatori e pedagogisti.
Sempre con lo stesso intento: cercare confronto, stimoli e riflessioni sulla mia professione.
Con lo stesso obiettivo già più volte dichiarato: crescere.
Ebbene: ogni volta che pubblico un nuovo post lo linko anche in quei due gruppi, ipotizzando che possano interessare a qualcuno (come alcune volte è successo) e sperando di ricevere qualche commento o qualche nuovo spunto (come - purtroppo - poche volte è successo).
Tornando a verificare le retroazioni al mio post... sorpresa: i miei post sono scomparsi dalla pagina!
Penso ad un errore del mio pc (ormai vecchio, che qualche volta perde i colpi), ma una nuova guardatina alla pagina conferma la prima impressione.
Ipotizzo allora che il gestore della pagina non abbia gradito la mia "intrusione" e - per esserne certo - invio un messaggio chiedendo se i miei link non fossero graditi.
Un'altra successiva sbirciatina alla pagina e non vedo risposta alla mia domanda.
Lo so: sono un po' cocciuto! Infatti la mia testardaggine nel voler andare in fondo alle cose mi ha obbligato a ripostare il link.
Riapro il social network dopo un po' e che ti scopro? Che sono stato estromesso (forse è meglio dire "buttato fuori") da quel gruppo.
Senza una spiegazione, una risposta, un commento!
E sono certo che il gestore di quella pagina abbia letto la mia domanda perché - purtroppo o per fortuna - il sistema ti informa di quante e quali persone hanno visionato ciò che hai scritto.
Ecco quello che mi ha lasciato basito: il non ricevere nessuna comunicazione in merito.
Matrici culturali, paradigmi pedagogici, paradossi educativi, pragmatica comunicativa, progettazione diagnostica... tutti termini fondamentali e ultrautilizzati ma che dovrebbero appoggiarsi a delle fondamenta solide costituite dalla buona educazione.
E allora mi chiedo: come può un educatore/pedagogista (cioè colui che è specializzato nelle "scienze dell'educazione") dimenticare il concetto base della buona educazione?
Non è la didattica ma la saggezza popolare che - in questa occasione - mi è venuta in soccorso con un vecchio detto "Il figlio del calzolaio ha sempre le scarpe bucate".
Che è come dire che le colpe dei padri ricadono sempre sui figli. E a me questo non va: ognuno si assuma le proprie responsabilità.
E allora ho deciso: da oggi la mia nuova saggezza popolare ha leggermente variato il vecchio detto.
Il calzolaio - troppo spesso - ha le scarpe bucate!