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mercoledì 18 marzo 2015

Riflessioni sui generi(s)

Da un po' di tempo non bazzico da queste parti e me ne dispiace. 

Ci sono periodi in cui la vita si complessifica talmente tanto che bisogna selezionare. E il blog - in questo periodo - non riusciva a trovare spazio nelle mille cose che quotidianamente mi impegnavano.

Ora però sono di nuovo qui: di fronte a questo spazio bianco e a tanti bei tastini perché sento di dover dire delle cose, nella speranza (come sempre) di instillare briciole di riflessione che permettano (a me in primis) di crescere.

Ultimamente mi capita sempre più spesso di leggere (in rete e non) articoli, riflessioni e commenti riguardanti "i generi" (e non mi riferisco alle principali vittime delle battutine delle suocere sarcastiche!)
Differenze di genere, vittime della violenza di genere, teorie del gender... fino a sfociare nei paradossi (al limite dell'assurdo, secondo me) di presunte lobby che instillerebbero l'educazione omosessuale dentro le nostre scuole.


Bene: di quest'ultimo argomento non parlerò perché si tratta - a parer mio - di un esercizio di retorica atto a riempirsi la bocca nella speranza di apparire intelligente (o degno di ascolto).
Mentre sui generi (o sulle differenze di genere) però vorrei provare a proporre qualche riflessione e pensiero.

Premetto che concordo in modo assoluto con quanti (e quante) affermano che storicamente il genere maschile abbia costruito (o tentato di costruire) una società e una cultura in cui gli uomini dominavano sulle donne. Sarebbe sciocco tentare di negare questa evidenza: basta aprire un qualsiasi libro di storia, leggere qualche riga di un'epoca qualsiasi e salta subito all'occhio che (quasi) tutto era gestito dagli uomini attraverso la forza (fisica). 
Pochissime sono le presenze femminili (mi viene in mente la madre di Alessandro Magno) che avevano un seppur minimo ruolo politico o decisionale. E anche in quei casi dovevano necessariamente dipendere da un uomo e dalla sua forza (o protezione). 
La differenza di genere è dunque esistita ed ha influenzato la storia, la politica, la cultura, la società e le strutture del nostro mondo.



Detto questo: ha ancora senso (e se si quanto) parlare delle differenze di genere?

E qui comincio a proporre qualche pensiero.

Intanto: la rivoluzione femminista quanto ha scardinato l'impianto della differenza di genere? 
Secondo me parecchio: che le donne, attraverso una rivendicazione seria ed una corretta analisi della situazione precedente, abbiano cominciato ad ottenere diritti e parità mi sembra evidente. Di contro che il mondo maschile abbia faticato a digerire questo cambiamento è altrettanto reale... 

Ma qual è la vera volontà del mondo femminile? 
Perché l'altra faccia della medaglia di questo percorso è stato il tentativo di denigrare il maschio identificandolo esclusivamente con una sottospecie di scimmione forzuto ma poco dotato di intelletto. Come una sorta di contrapposizione alla precedente visione (in parte di stampo psicanalitico) che accoppiava il maschile al pensiero e il femminile al corpo?
Perché, tornando ad un livello più quotidiano e popolare, sembra che lo sport nazionale ormai sia schernire il genere maschile...


Il grande "punto di forza" che storicamente le donne hanno sempre avuto era la maternità, territorio (biologicamente) interdetto al mondo maschile.
Come è cambiato questo tema? 
Gli uomini (alcuni uomini, forse ancora pochi uomini) hanno cominciato a prendere in considerazione l'idea di occuparsi della cura (anche primaria) della prole. Tentativi goffi, forse il risultato di una paura: quella di non avere più alcun ruolo nel mondo. O forse - una volta toltisi la pesante eredità di doversi sempre mostrare forte, insensibile e razionale - hanno cominciato ad aprire uno spazio mentale alle emozioni. E alle loro conseguenze.
Che impatto ha avuto questo cambiamento sulle differenze di genere? 
Alcune donne hanno urlato a gran voce un sonoro "Finalmente!" e si sono godute la possibilità di gestire altri (contemporanei) ruoli a livello pubblico e sociale.
Altre si sono forse sentite tremare la terra sotto i piedi?
Perché altrimenti non si spiegherebbero cartelli come questo:




E in politica?
Le donne si accontentano delle (a mio parere imbarazzanti ed offensive) "quote rosa"? Che producono risultati come l'ex consigliera regionale lombarda che tutti conoscono?


La confusione sembra regnare: femminismo, maschilismo, differenza di genere, teorie del gender, cavalleria, vittime...


Nel mio piccolo parto da due punti che per me sono fondamentali.
1. Uomini e Donne non sono differenti ma diversi. Il termine differenza mi rimanda ad un giudizio di valore, ad una mancanza di uno rispetto all'altro (e viceversa) mentre la diversità non ha un'accezione valoriale
2. Alla base di ogni relazione umana ci deve essere rispetto reciproco. Senza di questo ci saranno sempre differenze e mai diversità.


Forse aggrappandosi a questi due principi si potrebbe fare più chiarezza?

Con questo post vorrei aprire il dialogo e confrontarmi con quanti hanno un'opinione (o un abbozzo di essa, come me) in merito.
Aspetto i commenti (costruttivi) di tutti

giovedì 17 luglio 2014

#5buoneragioni

Sta accadendo qualcosa di importante.
Qualcosa che ha a che fare con le comunità per minori. Tema [non ho bisogno di dirlo a chi mi conosce bene] che mi sta molto caro.
Perché in comunità per minori ci ho passato (letteralmente) metà della mia vita.
Sangue (metaforico), sudore (fisico) e lacrime (quelle raccolte). 
Ma tante e tante soddisfazioni.

Ma bando all'emotività di un povero anziano educatore.
Dicevo che sta succedendo qualcosa. 
Alle 12.30 di oggi alla Camera dei Deputati stanno presentando la campagna #5buoneragioni.
Cinque buone ragioni per accogliere i bambini che vanno protetti.


Da dove nasce questa campagna? 
Dai recenti servizi di tante trasmissioni che hanno messo in discussione [eufemismo] il lavoro di queste strutture di accoglienza. 
[Ne ho già parlato qui e (indirettamente) qui.]
Qualcuno ha letto i miei post e - per questo - mi ha coinvolto chiedendomi di sottoscrivere la campagna.
Cosa che ho fatto senza dubbio alcuno.
Perché io conosco il senso ed il valore delle comunità di accoglienza.
Poi mi hanno chiesto di mandare un video: una registrazione in cui racconto perché ho sottoscritto quella campagna. Ma io mi vergogno. So a malapena scrivere, figuriamoci se so anche parlare in pubblico...
Forse lo farò, forse no (anche se qualcuno a me molto vicino continua a dirmi Mandalo!).
Ma intanto ho fatto quel che so fare (forse) meglio.
Scrivere.

Ed è qui che scrivo che non ho bisogno di #5buoneragioni per sostenere che le comunità di accoglienza devono continuare ad esistere.
Mi basta pensare alle centinaia di ragazzi che ho incontrato in quasi vent'anni di lavoro in comunità e mi vengono in mente molto più che #5buoneragioni. 
Potrei fare i nomi, ma non mi basterebbe un post.
E non sarebbe interessante per coloro che leggono, perché le storie hanno senso solo se le conosciamo bene. Se le viviamo o se ci vengono raccontate...
Ecco perché io cerco di narrare ciò che faccio in educazione. 
Non per me. 
Non per i servizi. 
Ma per loro: le storie (e le persone) che quotidianamente incontro e che vivo.
Perché l'educazione è un viaggio che si percorre insieme!

So che ci sono servizi che non funzionano, so che ci sono educatori che non fanno bene il loro lavoro (e non sono né meglio né peggio di quelli che vengono arrestati per pedofilia, maltrattamenti o incuria perché quando si ha a che fare con le persone non si scherza, non si può sbagliare!).
Ma so che ci sono preti che partecipano a festini a base di coca. 
E non vuole dire che tutti i preti sono cocainomani.
So che ci sono cassiere del supermercato che rubato. 
E non vuol dire che tutte le cassiere siano ladre.
So che ci sono dipendenti pubblici che non lavorano. 
E non vuol dire che tutti i dipendenti pubblici siano dei fannulloni.
So che ci sono insegnanti che non hanno a cuore il processo di crescita dei loro studenti. 
E non vuol dire che tutti gli insegnanti siano inetti.
So che ci sono genitori che non riescono/possono/vogliono crescere bene i loro figli.
E non vuol dire che tutti i genitori siano degli incapaci.

Al mondo ci sono un mucchio di luoghi comuni.
Alcuni giusti e alcuni sbagliati.
Poi ci sono un mucchio di storie. 
Chi ha il potere di dire quali siano quelle giuste e quelle sbagliate?

Alcune sono silenziose ad esclusivo appannaggio di chi ha avuto la fortuna di viverle.
Altre le raccontano qui.
E sono interessanti da ascoltare.


(e vi consiglio di prestare particolare attenzione a ciò che dice Francesco...)


domenica 22 giugno 2014

Scuola: quando un 4 diventa un 6


Mi ero ripromesso di non scrivere nulla sulla scuola fino a quando questa non fosse terminata (esami compresi). Le fatiche, il caldo e i tempi impegnatissimi di questo periodo giocavano a mio favore.
Ma.
Leggendo a destra e a sinistra mi imbatto in un post che parla di valutazione a scuola. 
"Il voto corrompe. Il voto divide. Il voto classifica. Il voto separa. Il voto è il più subdolo disintegratore di una comunità. Il voto cancella le storie, il cammino, lo sforzo e l’impegno del fare insieme. Il voto è brutale, premia e punisce, esalta ed umilia. Il voto sbaglia, nel momento che sancisce, inciampa nel variabile umano. Il voto dimentica da dove si viene. Il voto non è il volto."
Ecco quanto si legge (probabilmente estrapolato, in quanto non virgolettato) del pensiero della maestra.
Un pensiero condiviso e condivisibile.
Anche da me, che sto scrivendo in questo momento.
Perché penso alla mia bambina e ai suoi compagnetti di seconda elementare. Me li vedo sorridenti tra i loro banchi con i quadernoni colorati pieni di scritte in (quasi) bella grafia e di disegni (più o meno) colorati. Cerco di immaginarmeli (per la proiezione che, da genitore, ho a casa quando fanno i compiti) impegnati nel ripetere alla maestra le tabelline, a leggere le storie proposte sui loro libri. Me li figuro affascinati dalle novità che apprendono quotidianamente e che escono dalla bocca della loro maestra.

"Dove l'hai imparata questa cosa?" chiedo spesso a mia figlia quando mi illumina con perle di saggezza che non avrei ritenuto possibili a sette anni.
"Me l'ha detto la maestra." è la sua risposta semplice ma lapidaria.
Perché quello che dice la maestra è vero, sacrosanto ed incontrovertibile. Ed è giusto che sia così, almeno per ora.
Ecco perché mi piace quando leggo, nel post sopracitato, la "valutazione" che era solito usare il maestro Manzi.
Ha fatto quel che può, quel che non può non fa
Poi però, come spesso mi accade, smetto di essere romantico e torno con i piedi per terra.
E ripenso agli ultimi tre anni durante i quali, per professione, ho avuto il privilegio di osservare dall'interno una classe nella sua evoluzione dalla prima alla terza media.
E qui, diversamente da come faccio per mia figlia, mi baso su osservazioni concrete da me direttamente effettuate e non su proiezioni fantastiche.
E mi vengono in mente i due A. portatori dello stesso nome ma diametralmente opposti nell'approccio con la scuola: uno silenzioso, studioso, educato, impegnato, sempre pronto ad aiutare gli altri; l'altro irriverente, sfaticato, poco educato nei confronti dei docenti, sempre pronto a disturbare.
Neanche a dirlo i risultati dei due A. sono differenti: il primo pieno di otto-nove-dieci e l'altro trincerato dietro i suoi due-tre-quattro da finto bulletto di periferia.
Al mio sguardo di educatore appare evidente che dietro a questi voti ci siano dei volti e delle storie differenti. Sembra quasi banale sottolineare che il "bulletto-semiasino" nasconda dietro i suoi comportamenti l'estrema fatica di studiare, la difficoltà a capire i concetti, la paura di essere etichettato "solo" come l'ignorante che va male a scuola. E allora reagisce disturbando, nascondendo dietro al suo essere rumoroso e irriverente la paura del fallimento.
Ma non è così anche per l'altro A.? Perché dare per scontato che per lui sia tutto più facile, più naturale? Ho visto anche sul suo volto la paura del fallimento e la delusione per un risultato non raggiunto. Pochi (forse nessuno) hanno notato quanto tristezza c'era nei suoi occhi davanti ad un 8 ottenuto in una verifica. Perché per un ragazzino che aveva passato giorni e giorni a studiare quel voto ha significato un fallimento.
Anche se ai più può sembrare stupido.

Ed è vero che il voto classifica.

Ma mi vengono alla mente anche C. e S. altri due ragazzetti che in questi anni ho potuto osservare quasi scientificamente.
Il loro andamento è stato sempre altalenante, tra alti e bassi, caratterizzato dall'essere sempre sotto la sufficienza, ogni anno. Sempre a rischio bocciatura.
Mai bocciati però. 
Perché in nome del principio per cui "il voto cancella le storie e le persone" accadono delle magie strane alla fine di ogni scolastico.
Accade (spesso?) che i 4 si trasformino in 6.
E che - a dispetto di impegno ed educazione - anche chi avrebbe dovuto ripetere la classe (per mancanza di risultati raggiunti) si trovi proiettato in quella successiva o ammesso agli esami.
In nome di cosa?
Dell'ingiustezza della valutazione.
Della personalizzazione dei percorsi.
Della critica al sistema scolastico.

Un pensiero mi martella però la mente in questo momento. Ed è questo il vero motivo per cui, nonostante mi fossi ripromesso di non farlo, sto scrivendo questo post.
"Il voto è brutale, premia e punisce, esalta e umilia."
Si. 
Ma non sempre nel modo in cui saremmo portati a pensare.
Perché nei volti di quei 20 ragazzetti che ho visto per tre anni dietro ai loro banchi e nei corridoi durante l'intervallo l'umiliazione maggiore l'ho notata proprio in A.
Il secchione.
Quello bravo, educato, composto, attento e impegnato.
Perché lui i suoi otto in pagella se li è guadagnati, meritati e sudati.
Gli altri hanno avuto dei 6 che erano il frutto di una magia.
E non mi sembra proprio vero che ognuno abbia fatto quel che può.

Perché qualcuno, con questo metodo, ha solo imparato che nella vita le cose non bisogna sudarsele e guadagnarsele con il proprio impegno.
Tanto quel che non puoi (vuoi) fare, lo farà qualcun altro per te.
Che razza di messaggio educativo è questo?


Corollario
"Ragazzi oggi interrogo. Ve l'avevo detto. C'è qualcuno pronto che si offre volontario?"
Ho sentito questa frase decine di volte, settimana dopo settimana, per tre anni. E nei momenti in cui nessuno si sentiva pronto (= aveva studiato) la prof rimandava l'interrogazione alla settimana successiva.
Qualcuno ha preso due perché alla fine dell'anno non aveva mai trovato il tempo, il modo o il coraggio di farsi interrogare.
Il "fare insieme" presuppone lo sforzo del docente ma anche l'impegno dell'alunno.
Non si può remare da soli quando in barca si è in due.

mercoledì 5 febbraio 2014

Campare di educazione


In Italia c'è crisi e questa non è una novità. Una crisi economica e lavorativa che colpisce tutti i settori, produttivi e non.
Non è strano quindi, gironzolando per la rete, leggere post o commenti (soprattutto sui social) che trattano questo argomento.
Problemi ad erogare credito o microcredito soprattutto alle piccole e medie imprese, aumento delle tasse dirette ed indirette, tagli a tutti i settori pubblici...

Come sempre, in momenti di ristrettezze economiche come queste, il mondo del sociale è il primo a vedersi falcidiati i finanziamenti. 
Come se il welfare non fosse una priorità.

Ma non è una lezione di politica economica che intendo fare. Non ne sarei capace nemmeno se volessi...

Leggo spesso - appunto sui social - educatori che lamentano la mancanza di lavoro, ragazzi che si sono laureati da uno o due anni che non sono ancora riusciti ad avere la prima esperienza professionale... con tutto quello che ne consegue: rivendicazioni sui titoli più o meno riconosciuti (con minacce di class action contro le università colpevoli di moltiplicare le possibilità formative senza adeguarsi al mercato del lavoro), aggressività verso 'altre professionalità' che (in nome della crisi) effettuano invasioni di campo ' rubando' il lavoro; corsi, microcorsi, kit, libri, cd ed audiocassette (queste per fortuna ormai no, sono scomparse) che promettono di farti raggiungere presto e bene il tanto agognato obiettivo di portare a casa lo stipendio a fine mese.

Premetto che da questo punto di vista mi sento un privilegiato perché la crisi (non diciamolo troppo ad alta voce!) non ha influito sulla mia attività professionale né oggi né mai da quando sono entrato nel mondo del lavoro.
E so che questa è una fortuna, che purtroppo non capita a tutti.
Non è quindi dal mio "piedistallo" che voglio distribuire consigli o perle di saggezza.
Come sempre attingo dalla mia esperienza, dall'osservazione di ciò (di chi) mi circonda.
Perché ho intorno a me persone che la crisi l'hanno sentita (e la sentono ancora): donne autonome che devono sobbarcarsi la gestione [economica] della loro vita senza nessun appoggio, padri di famiglia che sentono il senso di responsabilità verso i loro figli [e verso quelle madri di famiglia loro compagne/mogli che, da sole, non potrebbero garantire la sicurezza], coppie che arrancano nell'arrivare a fine mese perché le entrate sono nettamente diminuite... e tutti lavorano nel campo dell'educazione.

Da qui la domanda.
Si può campare di educazione?

Una risposta io ce l'ho ed è che si deve campare di educazione. Perché l'educazione è uno dei fondamenti della nostra società atta a garantire il miglioramento dell'individuo e del gruppo a cui appartiene. Perché chi l'educazione l'ha scelta come professione (dedicando sé stesso, appunto, alla società a cui appartiene) ha il diritto di vivere il resto della giornata (quella non professionale) con dignità e tranquillità.

Certo, ma come si fa a campare di educazione?
Qui sta il nodo della questione, il problema a cui bisogna trovare la soluzione.
Come si fa? Come si può galleggiare in un momento di crisi economica mondiale (si, mondiale, che non riguarda solo il nostro piccolo! non dimentichiamolo...)?

Io credo che la professione educativa debba essere considerata come un progetto educativo.
Perché la società cambia e di conseguenza cambiano i bisogno che noi educatori/pedagogisti dovremmo saper analizzare.
Perché il primo strumento di un progetto educativo è proprio l'educatore/pedagogista e quindi il soggetto deve osservare sé stesso e capire quali sono i suoi punti di forza, i suoi limiti, come declinarli in un'azione che porti [con tutte le variazioni in corso d'opera] all'obiettivo che si vuole raggiungere.
Perché la comunicazione è cambiata e di conseguenza anche i modi, i tempi e i luoghi dell'educazione ed allora occorre trovare nuove strategie, dare spazio alla propria creatività calandola nel setting che altri hanno costruito per noi.
Perché anche il sistema di dipendenze a cui apparteniamo probabilmente è variato ed occorre, forse, osservarne nuovamente le dinamiche e capire quali processi di autonomia/attaccamento stiamo portando avanti, e se sono ancora validi oppure no.

Questo dovrebbe saper fare un buon educatore. E questo, secondo me, è il modo con cui si dovrebbe affrontare la crisi del welfare.
Perché di educazione (come vediamo tristemente ogni giorno) c'è un gran bisogno.
Si deve solo trovare il modo di renderla produttiva, per noi e per gli altri.

p.s. quando incontrerò i colleghi che mi hanno suscitato queste riflessioni per ringraziarli di un nuovo insegnamento offrirò loro un ottimo ginger pedagogico. alla salute!

#educareè

giovedì 23 gennaio 2014

Oggi mi sono svegliato con... (riflessioni intorno agli 'anta' e all'educazione)


Oggi mi sono svegliato con addosso 42 anni. Ieri erano solo 41 ma oggi...
È una settimana che scherzo su questo numero, raccontando a destra e a sinistra che avrei festeggiato i 32!
Tutto per ridere ovviamente. Per fare un po' di autoironia.

Questa mattina, invece, appena sono entrato in macchina per affrontare la lunga giornata di lavoro (non perché al mio compleanno tutto mi sembri più pesante, quanto perché il giovedì professionale per me è sempre così: comincia presto e finisce tardi) ho cominciato a pensare.
Non mi sono svegliato solo con 42 anni addosso ma anche con un mucchio di cose con me.

Con una moglie che amo e che mi ama (anche se entrambi brontoliamo spesso).
Con una figlia che adoro e che mi adora, che mi fa ridere e mi fa arrabbiare, che mi fa provare paura per il futuro ma mi fa venire voglia di esserci in quel futuro. Con lei, per lei, con qualcosa di costruito perché il futuro sia meno spaventoso.
Con due famiglie (si! Proprio due! La mia famiglia di origine e quella di mia moglie) che mi apprezzano, mi stimano e qualche volta mi spronano anche.
Con delle persone intorno (amici e colleghi) con cui condividere fatiche, risultati, dubbi o ricerche.
Con un lavoro che adoro e che mi appassiona. Nonostante le fatiche e le difficoltà.
Con tanti risultati personali e professionali raggiunti. Alcuni piccoli e impercettibili, altri impensabili e sotto gli occhi di tutti.


Mi sento un uomo arrivato?
No!
Perché oltre che con i miei 42 anni questa mattina mi sono svegliato con ancora tanti obiettivi, aspirazioni, progetti; con tanta voglia di fare e di migliorare.
Di crescere.
E di invecchiare.


Sembra un post autocelebrativo? Forse, ma nelle mie intenzioni non lo è.
Cosa c'è di pedagogico?
Semplice: la vita per me è pedagogica, perché è basata su un progetto, con limiti e risorse, obiettivi e strumenti, autonomie e dipendenze, setting e scene da attraversare, incontri ed eventi che a volte sembrano far deviare dalla strada scelta, relazioni da costruire e che ci aiutano a cambiare, insegnamenti e apprendimenti...
Ecco perché oggi, oltre che con i miei 42 anni, mi sono svegliato con queste riflessioni.


Sono un uomo felice?
Si!
E non solo oggi.


p.s. Buon Compleanno a me!

mercoledì 7 agosto 2013

Bisogni evolutivi

[posa della prima pietra - nuovi progetti crescono]

Chi si occupa di educazione è abituato a ragionare sui bisogni evolutivi dei propri utenti. A prescindere dalla tipologia di utenza: età, sesso, [dis]abilità di ogni tipo, momento di processo della vita...
Ma sempre di utenti si tratta.

A me però, come sempre, piace ribaltare la frittata. 

Oggi infatti mi sono trovato a ragionare sui bisogni evolutivi [miei] degli operatori, degli educatori, dei pedagogisti, dei consulenti pedagogici... Insomma, di tutti coloro che di educazione (ad ogni livello e grado) si occupano. 
Anche noi abbiamo bisogno di evolvere. 
Ma verso dove? In che modo?
In biologia, con il termine evoluzione, si intende il progressivo ed ininterrotto accumularsi di modificazioni successive, fino a manifestare, in un arco di tempo sufficientemente ampio, significativi cambiamenti morfologici, strutturali e funzionali negli organismi viventi. (fonte: wikipedia)
Dove si posizionano, dunque, i bisogni evolutivi?
E quanto tempo occorre perché l'evoluzione [cambiamento] avvenga?
Chi si occupa di educazione è [dovrebbe essere] abituato ai processi di cambiamento, perché ogni progetto educativo che si rispetti ha obiettivi da raggiungere oltre che tempi e strumenti per il loro conseguimento.
L'educazione è però un processo circolare, dove - a prescindere dalle posizioni "asimmetriche" dei soggetti coinvolti - non ci può essere cambiamenti a senso unico.

Oggi il mio bisogno educativo si è concretizzato su una spiaggia lacustre, dove - con una collega - mi sono entusiasmato davanti ad un nuovo progetto che prevede l'evoluzione della nostra professionalità. 
E della nostra figura professionale.
Ribaltando forse la credenza comune che vede educatori e pedagogisti in posizioni differenti? 
Forse.

Perché ognuno ha i suoi bisogni.