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mercoledì 29 ottobre 2014

Io sono DSA

"Allora ragazzi, i DSA alzino la mano che organizziamo le interrogazioni programmate."

"Prof io sono DSA, non può interrogarmi a sorpresa."

"I ragazzi DSA possono scaricare le mappe di fisica da sito."

"Prof alle medie ero DSA. Perché non posso usare la calcolatrice? Lei deve farmela usare!"

"Come faccio a sapere se sono DSA? Anche io voglio fare le interrogazioni programmate come i miei compagni..."

DSA, DVA, dislessico, discalculico, disortografico, iperattivo, BES... dove sono finito Marco, Sofia, Luca, Martina e tutti i loro compagni?
Per questa nuova scuola sembrano non esistere più, confusi dietro ad una etichetta che gli è stata appiccicata e che non possono più togliersi.
O che non vogliono più togliersi, perché avere un disturbo specifico dell'apprendimento oggi può essere un vantaggio. Un dito dietro cui nascondersi per non mostrare la poca voglia di studiare, di faticare nel processo di apprendimento.


Le frasi citate poco sopra (udite dalle mie povere orecchie di educatore alla ricerca di peculiarità individuali) sono state espresse con naturalezza, con provocazione alcune volte.
Ma mai con vergogna o imbarazzo.
Intendiamoci: avere un disturbo dell'apprendimento non è una colpa e come tale non deve essere vissuto.
Però il disturbo non può arrivare prima della persona o - addirittura - al suo posto!
Marco può essere dislessico, Sofia discalculica, Luca disortografico, Martina iperattiva... ma restano dei ragazzi che oltre al loro disturbo hanno altro.
Risorse, caratteri, interessi, paure, certezze! Questo e tanto altro.

Approfondire il fenomeno è giusto, ricercare nuove strategie e modalità di studio è doveroso, capire come offrire a tutti pari opportunità di apprendimento è obbligatorio.
Ma non a discapito della persona e del suo essere globale. 
Non sostituendo la problematicità con l'educazione.
Non mettendo in disparte l'approccio sistemico per semplificare ed uniformare gli interventi.

Perché categorizzare può essere utile ma etichettare diventa pericoloso.

Io questa lezione l'ho imparata anni fa quando, durante un esame universitario utilizzando un lessico professionale troppo gergale, parlai di "tossicodipendenti" e venni fermato da docente che, con sguardo truce, mi chiese: "Scusi chi?"
Solo correggendomi con un "Persone affette da tossicodipendenza" riuscii far cambiare espressione al docente e superare un esame che, sebbene brillante, aveva rischiato di essere inficiato da quella disattenzione.


Chi insegna questa lezione ai nuovi studenti?
Quale scuola semplifica, permettendo agli studenti stessi di semplificare, le persone?

giovedì 17 luglio 2014

#5buoneragioni

Sta accadendo qualcosa di importante.
Qualcosa che ha a che fare con le comunità per minori. Tema [non ho bisogno di dirlo a chi mi conosce bene] che mi sta molto caro.
Perché in comunità per minori ci ho passato (letteralmente) metà della mia vita.
Sangue (metaforico), sudore (fisico) e lacrime (quelle raccolte). 
Ma tante e tante soddisfazioni.

Ma bando all'emotività di un povero anziano educatore.
Dicevo che sta succedendo qualcosa. 
Alle 12.30 di oggi alla Camera dei Deputati stanno presentando la campagna #5buoneragioni.
Cinque buone ragioni per accogliere i bambini che vanno protetti.


Da dove nasce questa campagna? 
Dai recenti servizi di tante trasmissioni che hanno messo in discussione [eufemismo] il lavoro di queste strutture di accoglienza. 
[Ne ho già parlato qui e (indirettamente) qui.]
Qualcuno ha letto i miei post e - per questo - mi ha coinvolto chiedendomi di sottoscrivere la campagna.
Cosa che ho fatto senza dubbio alcuno.
Perché io conosco il senso ed il valore delle comunità di accoglienza.
Poi mi hanno chiesto di mandare un video: una registrazione in cui racconto perché ho sottoscritto quella campagna. Ma io mi vergogno. So a malapena scrivere, figuriamoci se so anche parlare in pubblico...
Forse lo farò, forse no (anche se qualcuno a me molto vicino continua a dirmi Mandalo!).
Ma intanto ho fatto quel che so fare (forse) meglio.
Scrivere.

Ed è qui che scrivo che non ho bisogno di #5buoneragioni per sostenere che le comunità di accoglienza devono continuare ad esistere.
Mi basta pensare alle centinaia di ragazzi che ho incontrato in quasi vent'anni di lavoro in comunità e mi vengono in mente molto più che #5buoneragioni. 
Potrei fare i nomi, ma non mi basterebbe un post.
E non sarebbe interessante per coloro che leggono, perché le storie hanno senso solo se le conosciamo bene. Se le viviamo o se ci vengono raccontate...
Ecco perché io cerco di narrare ciò che faccio in educazione. 
Non per me. 
Non per i servizi. 
Ma per loro: le storie (e le persone) che quotidianamente incontro e che vivo.
Perché l'educazione è un viaggio che si percorre insieme!

So che ci sono servizi che non funzionano, so che ci sono educatori che non fanno bene il loro lavoro (e non sono né meglio né peggio di quelli che vengono arrestati per pedofilia, maltrattamenti o incuria perché quando si ha a che fare con le persone non si scherza, non si può sbagliare!).
Ma so che ci sono preti che partecipano a festini a base di coca. 
E non vuole dire che tutti i preti sono cocainomani.
So che ci sono cassiere del supermercato che rubato. 
E non vuol dire che tutte le cassiere siano ladre.
So che ci sono dipendenti pubblici che non lavorano. 
E non vuol dire che tutti i dipendenti pubblici siano dei fannulloni.
So che ci sono insegnanti che non hanno a cuore il processo di crescita dei loro studenti. 
E non vuol dire che tutti gli insegnanti siano inetti.
So che ci sono genitori che non riescono/possono/vogliono crescere bene i loro figli.
E non vuol dire che tutti i genitori siano degli incapaci.

Al mondo ci sono un mucchio di luoghi comuni.
Alcuni giusti e alcuni sbagliati.
Poi ci sono un mucchio di storie. 
Chi ha il potere di dire quali siano quelle giuste e quelle sbagliate?

Alcune sono silenziose ad esclusivo appannaggio di chi ha avuto la fortuna di viverle.
Altre le raccontano qui.
E sono interessanti da ascoltare.


(e vi consiglio di prestare particolare attenzione a ciò che dice Francesco...)


mercoledì 4 giugno 2014

Quando ti manca un pezzo di famiglia...


Capita a volte che, diventando grande, ti stacchi dalla tua famiglia d'origine e te ne vai in qualche parte del mondo a vivere. Magari non vicinissimo ai tuoi genitori, magari fisicamente non troppo lontano ma emotivamente distante...
Capita.
Ma non è che lo hai deciso prima. Progettato. Premeditato.
Capita e basta.
Di solito è una storia d'amore. Un lavoro che ti piace. Una casualità della vita.
Insomma: capita.
Poi il tempo passa e tu sei soddisfatto della tua vita. Del tuo lavoro. Della famiglia che ti sei creato. Della vita che hai [faticosamente] costruito. 
Ma ti manca un pezzo. Una parte della tua famiglia.
Che spesso fai finta di non ricordare, di perdere nei meandri della tua quotidianità. Il turbinio del lavoro, gli impegni sociali e familiari... 
Insomma ti perdi via.
Poi però capita qualcos'altro. Una frase. Un desiderio. Un bisogno che irrompono nella tua vita.

"Papi, andiamo a trovare i nonni. Mi mancano..."

E ti accorgi che ti manca un pezzo della tua famiglia.
O che se non manca a te, manca a qualcuno che per te è fondamentale.
Che è la TUA vita.

Poi nello stesso giorno capita anche altro.
Capita che leggi un articolo che racconta di tutti quei ragazzi che una famiglia non ce l'hanno. O se ce l'hanno... beh, qualche volta sarebbe stato meglio non ce l'avessero. 
Perché così pensavi, quando lavoravi con loro. Per loro.
E spesso non si trattava solo di un lavoro. 
Perché il lavoro te lo portavi a casa. 
A volte solo emotivamente. Altre volte anche fisicamente...
Insomma: ti trovi a fare un parallelo. 
Tra te [che la famiglia qualche volta l'hai schifata nella tua adolescenziale ribellione alla ricerca di un'autonomia] e loro [che avrebbero voluto una famiglia da schifare, invidiando la tua. Per quanto fosse difficile...].


E fai un bilancio.
Ricordi quando, prima dei tuoi diciotto anni, dicevi "Ah... quando sarò maggiorenne finalmente me ne potrò andare e stare finalmente bene!". 
E poi i diciotto anni sono arrivati. 
E qualcuno [tua madre] ti ha detto, aprendo la porta: "Ecco! Sei maggiorenne. Se vuoi andare quello è il mondo. Ti aspetta...". 
E tu hai inghiottito il tuo orgoglio e la tua ribellione adolescenziale e hai chiuso la porta. 
Restando dentro casa.
E forse in quel momento sei diventato un po' più uomo. Consapevole, ma solo un po', di quello che significava crescere...
Perché hai capito davvero il significato di quella frase solo qualche anno dopo. Quando un'altra porta si apriva per un neo maggiorenne e lui era lì, con gli occhi lucidi colmi di uno sguardo implorante.
"Non mi buttare in mezzo ad una strada..." diceva senza dirlo.
E tu? Cosa potevi fare? 
Nulla... perché erano passati quei fatidici diciassetteanniundicimesiventinovegiorni e la maggiore età era arrivata.
Senza appello.
Senza la possibilità di dire "Scusate... Aspettate un attimo... Non sono pronto..."
Avresti solo voluto chiudere quella porta. Prima che il ragazzo con gli occhioni imploranti uscisse.
[E capita... magari... che ci scrivi anche un libro!]

Ma non era possibile.
La legge che [implacabile] avevi invocato quando volevi diventare autonomo si abbatteva [inesorabile] su qualcuno che non l'aveva chiesta.
Che da anni implorava di essere accudito. Curato. Coccolato.
E tu, che accudito curato e coccolato lo eri stato, un po' ti sei vergognato.
Come se avessi sputato nel piatto in cui avevi mangiato. 
Ma non era colpa tua. Non lo era mai stato.
Tu eri stato un semplice adolescente che cercava di abbattere le regole che qualcuno aveva costruito per te. 
Per ricostruirle e farle tue. Interiorizzarle e diventare un po' più adulto.
Un pezzo alla volta.

Perché nello stesso momento capita altro.
[Cavolo! Quattro avvenimenti nel giro di 24 ore!]
Capita che ti ritrovi a condurre una serata con un gruppo di genitori che dovranno fare i volontari all'Oratorio Estivo. E che dovranno "collaborare" con un gruppo di adolescenti nella gestione di un centinaio (probabilmente di più) di bambini/ragazzi.
E cosa fai?
Chiedi loro di fare un viaggio nel tempo e tornare a quando avevano 15 anni. E poi a trovare una parola che riassumesse quel momento.
E poi gli chiedi di traslare quegli stessi termini al giorno d'oggi. Nel loro mondo di adulti/genitori. 
Con un pizzico di sorpresa si ritrovano a riflettere sul fatto che gli stessi termini, sebbene con sfumature differenti, abitano il loro presente.
E che tra loro e gli adolescenti cambia poco.
Solo la consapevolezza.
E che a quegli adolescenti - forse - possono chiedere meno di quello che avrebbero domandato.
Perché, come adulti consapevoli di quello che stanno affrontando, ricordando ciò che sono stati possono essere migliori in quello che sono oggi.

Tutto questo capita in poco tempo. Meno di 24 ore.
E tu [educatore-genitore-adulto-coordinatore] che fai?
Ti ritrovi a riflettere su quanto fosse sciocca [forse] la tua voglia di distaccarti dalla tua famiglia. 
Ti fermi a guardare la tua nuova famiglia [sonnecchiante sul divano] e a ricordare la felicità di quando, qualche mezz'ora prima, hai gioito nel dire a tua figlia
"Sabato arriva tuo cugino. Sta qui con noi una settimana..."

E rivedi nei suoi occhi la stessa gioia di quando tua madre e tuo padre ti telefonato e ti dicono
"Domenica veniamo a pranzo da te!"
E ti ritrovi a immaginare che espressione quei ragazzi di diciassetteanniundicimesieventinovegiorni avrebbero davanti alla stessa frase.
E forse ti vergogni un po' di quello che sei stato.

Questo capita.
Oggi.


E mi chiedevo come
avrei vissuto se tu
e se quel "magone"
mi sarebbe mai "andato giù"!
(V. Rossi - Io no)



(una canzone che ha segnato un tempo... e che va sentita fino alla fine!)

venerdì 14 marzo 2014

Un post-it per Michele Serra

Ho letto il suo libro. 

Ho percorso, pagina per pagina, il rapporto problematico con il figlio tardo-adolescente sdraiato sulla sua stessa -sembra - incomprensibile età.
Ho cercato similitudini e differenze in questa lunga lettera che ha scritto a quel ragazzi nel tentativi di...

Di?

Ho poi scovato in rete commenti peda-socio-psico-educativi, riletture politiche dei messaggi ipotizzabili tra le righe.

Senza entrare nel merito della disanima politica, per la quale non ho le conoscenze necessarie mi limito a commentarlo come padre ed educatore: un completo fallimento su entrambi i fronti.

Terminata la lettura avevo solo voglia di scrivere io una lettera.
Non al figlio sdraiato, quanto al padre ripiegato su sé stesso.

Poi mi sono reso conto che sarebbe bastato un post-it.

"Svegliati, sei un padre! Smetti di scrivere e parla con tuo figlio!"


martedì 13 agosto 2013

La solitudine dei numeri ultimi



"Sono omosessuale. Tutti mi prendono in giro."
Questo l'ultimo messaggio che un quattordicenne ha lasciato al mondo prima di togliersi la vita.
Due frasi. Una self-centered ed una di relazione.

La prima affermazione è una definizione di sé. Lapidaria. 
"Sono omosessuale."
Ma come si può a quattordici anni essere così certi su sé stessi? 
Si badi bene: non sto mettendo in discussione l'orientamento sessuale di quel giovane, le sue certezze raggiunte probabilmente con grandi sofferenze. Mi sto solo chiedendo quanto ineluttabile sia una definizione di sé. Non solo a quattordici anni. 
Parlo in generale.
L'adolescenza è il periodo dei cambiamenti, delle indecisioni, dei tentativi ed errori... Ma è anche l'età dell'intransigenza, del bianco o nero, dell'assenza di mezzi toni o sfumature, del passaggio repentino tra un'emozione e il suo esatto opposto.
Quindi una certezza così forte tutto sommato può starci.

Ma il livello di relazione?
"Tutti mi prendono in giro."
In adolescenza la qualità delle relazioni è fondamentale per il riconoscimento di sé. Un quattordicenne esiste soprattutto in funzione dell'opinione degli altri ed essere preso in giro da tutti è un giudizio di valore che difficilmente si può accettare.
Fuori dall'orientamento sessuale.

Omosessuale, nerd, povero, sfigato, extracomunitario... qualifiche spesso citate dagli adolescenti. Una categorizzazione paradossalmente necessaria al suo opposto: non appartenere a quel sottogruppo significa avere un posto nella normalità. Nel comune livello di accettazione sociale.
Ma cosa è normale nella nostra società? Essere figlio di genitori sposati o separati? Avere gli ultimi Ray-ban rossi con le lenti a specchio o indossare All Star del giusto colore? Essere un campione di PlayStation o sapersi destreggiare alla Wii? Andare in chiesa tutte le domeniche o rimanere in piazzetta? Essere una Belieber o una Directioner?
Gli adolescenti (ma anche gli adulti che convivono con la mancanza dell'I-phone o l'invidia per il Suv del nostro vicino, con la voglia di andare all'aperitivo con gli amici o la necessità della vacanza più cool) hanno bisogno di far parte di una categoria [riconosciuta] per appartenere a sé stessi.
E la ghettizzazione - di qualsiasi genere si tratti - va contro questo bisogno.

Ma non è ghettizzazione appartenere ad un qualsiasi gruppo? Non siamo "diversi" anche se ci riconosciamo in un gruppo? Diversi dagli altri, diversi da quello che gli altri riconoscono in noi.
Una sola certezza mi viene da questa riflessione: che la discriminante viene fatta dal livello di relazione. Io esisto solo in funzione di un Altro-da-me. Questo legame fortissimo (anche se non riconosciuto) viene sempre più amplificato in caso di sua assenza.
Nella solitudine, nella mancanza di relazione è l'individuo che perde sé stesso.
Perché non può riconoscere le sue differenze se non in relazione con l'altro.

La solitudine di quel quattordicenne che si è buttato dalla finestra prescindeva forse dal suo orientamento sessuale?

sabato 15 giugno 2013

Il corpo: strumento di relazione o confine?


Every body.
Ogni corpo. Tutti i corpi.
Questo il tema degli oratori estivi: letture, giochi, attività e laboratori che diventano strumento per bambini e preadolescenti nella conoscenza e gestione del proprio corpo.
Un tema sempre attuale in una società in cui pubblicità, cultura televisiva, abitudini alimentari non sempre sono in linea con una corretta considerazione del nostro corpo.
Senza dimenticare che - per la religione - il corpo è anche il contenitore dell'anima.



Manca un pezzo però, secondo me.
Quale?
Se osserviamo più da vicino l'esperienza degli oratori - come mi sta capitando in questo periodo - ci accorgiamo che c'è un aspetto che rischia di essere dimenticato.
Chi gestisce, nel concreto, l'esperienza dell'oratorio?
Nel mio caso (come credo anche in molti altri visto quanto raccontato circa la giornata degli oratori a Milano e le conseguenti emozioni) da un gruppo di adolescenti.
Sono bravi, sono entusiasti, sono ispirati, sono attenti... 
Ma sono [e restano] adolescenti.
Con un loro corpo che devono imparare a [ri]conoscere ogni giorno perché in continuo mutamento.



Il corpo però non è solo un contenitore ma anche il confine e il tramite tra me e l'altro da me.

L'oratorio infatti è abitato da bambini e bambine dei primi anni di scuola che necessitano di un contenimento fisico e affettivo che li aiuti ad affrontare la nuova esperienza sociale in un contesto differente da quelli a cui sono stati abituati. Piangono, ti prendono per mano, ti si siedono sulle gambe, ti abbracciano... 
Ma questo luogo è anche attraversato da ragazzini che si stanno confrontando con i primi cambiamenti del loro corpo: la crescita della loro muscolatura, la competizione fisica con gli altri, l'immagine a volte più paffuta o infantile di quanto si vorrebbe.
Senza dimenticare che ci sono anche le ragazzine con il loro corpo che diventa femminile con il quale si devono confrontare ogni giorno, che oltre ai corpi dei loro papà o dei loro fratelli nei giochi da bambina cominciano a confrontarsi con "altri" corpi maschili (a volte nascosti, a volte esposti) facendo i primi conti e i primi esperimenti con l'utilizzo del linguaggio femminile nella relazione con il maschile.



E i nostri adolescenti come gestiscono tutto questo? Come sintonizzano la relazione già complicata con il proprio corpo insieme a tutti questi altri corpi?
Usano il corpo come tramite? Si ricordano che è anche un confine?
Ecco quindi che mi ritrovo a sottolineare loro un aspetto che ritengo fondamentale: va bene il concetto di "servizio" e di "essere a disposizione di" ma non si può prescindere dal rispetto del proprio spazio e del proprio corpo.

Il nostro corpo - oltre che importante strumento di relazione con gli altri - deve però anche essere il confine invalicabile della nostra persona.
Questo ho ricordato ai miei animatori.
Che il loro corpo è uno strumento ma non deve essere oltraggiato, offeso, sfruttato o sminuito. 
Perché Every Body vuol dire Ogni Corpo.
Quindi anche il loro.

sabato 25 maggio 2013

Quando la normalità diventa a-normalità


Questo mese sono vent'anni che faccio l'educatore.
Da due decenni opero nell'area del disagio.
Ho passato metà della mia vita in mezzo alle difficoltà (mie e altrui) cercando un modo per superarle, per uscirne, o quantomeno per non soccombervi.
Mi è venuta quindi una sorta di deformazione professionale. O l'antennina come la chiamo io.
Sono così abituato a scorgere e affrontare il disagio che ormai è lui stesso che viene da me.
Se sono in spiaggia posso star certo che il mio vicino di ombrellone mi racconterà del suo matrimonio infelice e della conseguente separazione conflittuale.
Se vado al supermercato so per certo che, carrelli in coda, mi toccherà sentire dei disturbi di apprendimento dei figli di chi mi sta davanti.
Se esco a cena con 'amici di amici' finirò la serata davanti ad un bicchiere di qualcosa parlando con qualcuno che mi racconta della sua infanzia travagliata.
Ormai lo so, è così che funziona.


Ma dopo vent'anni riesco ancora a stupirmi.
Di me stesso.
Ma soprattutto del mondo.
È da un paio di settimane che mi sono imbarcato in una nuova avventura personal-professionale.
Un gruppo di adolescenti.
Di quelli "normali" per chi (come me) è fin troppo abituato al disagio.
Non si tratta di puzza sotto il naso o di categorizzare. Sto semplicemente cercando di spiegare ciò che vivo.
È difficile definire ciò che è normale soprattutto per chi - come me - è abituato a considerare l'altro da me (il diverso) come una risorsa, come un qualcuno di cui non avere paura ma - anzi - da cui trarre conoscenza, insegnamento.

Chi è abituato ad un certo linguaggio, ad un determinato gergo tecnico che utilizza quotidianamente nella sua professione fatica ad esprimere concetti utilizzando un dizionario differente.
O forse - più semplicemente - è così abituato ad uno schema mentale che fatica ad uscirne.
Come tutti, peraltro.
Cerco allora di usare un linguaggio semplice, quello che potrebbe utilizzare la signora che abita due porte più in là.

Da un paio di settimane ho a che fare con un gruppo di adolescenti normali e mi sono stupito della loro normalità.
Ho riscoperto le risate fine a sé stesse, la possibilità di allontanarmi da loro un quarto d'ora senza dovermi preoccupare delle possibili conseguenze, la bellezza di proporre delle attività e vedere nei loro occhi l'entusiasmo e non la critica o il sospetto, mangiare insieme una pizza e bearmi del loro alzarsi per sparecchiare e riordinare a prescindere dalle mie indicazioni.

Può sembrare che la mia vita professionale sia deludente o massacrante.
Non è così.
È costellata da disagi gravi associati a sistemi familiari multiproblematici in situazioni sociali spesso al limite.
Per questo mi sto beando di questa esperienza differente dalla mia quotidianità, di questa parentesi nella normalità.

Dove mi sembra di imparare più che di insegnare.

So che la normalità non esiste. Che è una categoria insensata.
Ma mi piace godere di questa parentesi differente dalla mia quotidianità professionale.
Una nicchia "anormale" nella mia "normalità"?

martedì 7 maggio 2013

[Pre]Adolescenza. Scriviamo un nuovo manuale?

(illustrazione di Laura Bonariva)

Con il termine preadolescenza si intende un'età dell'individuo inclusa tra gli 11 e i 14 anni.Questa si differenzia dall'adolescenza, il periodo successivo, che varia a seconda dei sessi ed è compresa tra i 15 e i 21 anni esclusi.Quest'età è differente dall'adolescenza vera e propria, poiché in teoria i cambiamenti fisici (dovuti agli ormoni risvegliati nel corpo) cominciano appena ad accennarsi. L'adolescenza è l'età in bilico tra l'infanzia e l'età adulta, invece la preadolescenza è l'età in bilico tra l'infanzia e l'adolescenza.Il preadolescente è poco più di un bambino, caratterialmente pensa come un bambino, le caratteristiche che lo differenziano da esso fisicamente sono l'altezza un po' più sviluppata dei suoi coetanei e un leggerissimo accenno del seno nelle femmine.Egli si rende conto che sta cambiando e cerca di ignorare finché può questi cambiamenti che lo possono angosciare brevemente se sono improvvisi.Quest'età comunque è molto breve, poiché dopo questi piccoli cambiamenti il corpo continua a cambiare sempre più velocemente.


Questa è la definizione che Wikipedia da del termine preadolescenza. La leggo e poi vado in una seconda media. In questa classe hanno 13 anni, quindi sono in piena preadolescenza.Li guardo e penso:

  • i cambiamenti del corpo sono appena accennati? e allora perché le ragazzine hanno dei seni prosperosi, i fianchi già allargati e uno sguardo ammiccante? e perché i maschietti hanno già i baffetti e fanno battute con non molto celati doppi sensi di tipo sessuale?
  • sono poco più che bambini? sarà per questo che (come appena detto) fanno battute con doppi sensi espliciti? o si ribellano all'autorità costituita rappresentata dai docenti? se gli si propone un gioco sbuffano, si girano e se ne vanno?
  • fingono che i cambiamenti non esistano e cercano di ignorarli? per questo si vestono alla moda e cercano di avere un'immagine "da grandi"? sottolineano ogni cambiamenti e ogni centimetro guadagnato con un'enfasi esagerata?
Diciamo la verità: della definizione di wikipedia l'unica cosa che ho verificato questa mattina in classe era l'altezza "un po' più sviluppata"Beh, ripensandoci bene nemmeno quella. Erano tutti più bassi di me, che non sono certo un gigante con il mio metro e settantaquattro appena appena raggiunto. Però nelle terze medie ci sono un paio di stangoni/e che mi superano di almeno 10/15 centimetri...
Questo però non è sufficiente a confermare la definizione.


Esco dalla classe e controllo su facebook. Mia nipote ha postato una foto di un cartonato di Justin Bieber con un paio di ragazzine davanti che... quasi quasi mi risulta difficile dirlo.
Senza il "quasi quasi" in realtà...
Basti solo dire che una delle ragazzine non lo stava baciando sulla bocca... e che sul cartonato dell'anno successivo Justin aveva le mani davanti ai "gioielli di famiglia".
Alla faccia dei bambini!


Fino a poco tempo fa l'adolescenza era l'età della confusione, la terra di nessuno, il limbo tra l'infanzia e l'età adulta.
Adesso c'è un nuovo limbo, una nuova terra di nessuno.
E proprio di nessuno, visto che anche Educazione e Pedagogia poco se ne occupano.
Tanto che anche la Chiesa se ne accorge e - nel manuale di organizzazione dell'oratorio estivo - auspica che "la proposta di questo oratorio estivo è [sia] quella di trovare un piccolo spazio pensato proprio per i ragazzi delle medie. Un tempo settimanale dedicato a loro, per poter riflettere attraverso alcuni piccoli giochi."
Peccato che l'approccio non sia propriamente quello corretto e coerente con la nuova frontiera della preadolescenza.
Alcuni piccoli giochi? Cosa ne penserebbe Principessa, la protagonista di "Ho dodici anni e faccio la cubista mi chiamano Principessa (Storie di bulli, lolite e altri bimbi)"?


E che dire del web? Per iscriversi a facebook, ad esempio, occorre dichiarare di avere 13 anni. Ma quanti minori di 13 anni hanno un loro profilo? Quanti ragazzini o ragazzine della scuola media sono iscritti?
Credo almeno il 50%.
Mentendo sulla loro età.
Spesso con il benestare dei genitori.
E penso anche di aver sbagliato la percentuale, per difetto.
Senza parlare di YouTube e di Twitter.
Il primo ha canali su canali di ragazzine che - se va bene - fanno le parodie delle loro beniamine (o meno) mostrandosi nelle loro camerette.
Il secondo è noto - ai meno addetti ai lavori - per l'hashtag #letroiedellamiascuola... Chissà quanto avrebbero da aggiungere gli internauti più esperti...


Credo sia arrivato il momento di imparare a non sottovalutare il problema preadolescenza con tutti gli annessi e connessi che, quotidianamente, ci troviamo davanti.
Il mondo delle scuole medie (e della quarta/quinta elementare perché - come sempre - quando si comincia ad affrontare un problema noi educatori siamo in ritardo almeno di una generazione), attualmente terra di nessuno se non di docenti che - più o meno consapevolmente - combattono contro i "nuovi mostri" della maleducazione, va esplorato, indagato ed affrontato nel giusto modo.
Non solo dai docenti (che io reputo inesperti, con le armi spuntate) ma dai genitori, dagli educatori, dagli animatori e catechisti dell'oratorio.

Basta pensare che i preadolescenti siano dei bambini "che stanno crescendo".
Non sono più bambini.
Sono preadolescenti.
Che non è una definizione vuota, ma una nuova categoria di persone da conoscere e sostenere nel processo di crescita.
Con i giusti strumenti.

È IL MIO CORPO CHE CAMBIA
(Litfiba)


Cos’è cos’è questa sensazione

è come un treno che mi passa

dentro senza stazione

dov’è dov’è il capostazione
sto viaggiando
senza biglietto
e non ho direzione.