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domenica 23 novembre 2014

La cultura pedagogica del terzo tipo

Ieri si è svolto a Voghera il Convegno "I primi 1000 giorni di vita" organizzato da Asilo Nido Ama Voghera. Insieme alla collega e amica Monica D'Alessandro Pozzi siamo stati invitati per un intervento inerente l'Educazione. Ecco l'estratto di ciò che abbiamo raccontato.


Educazione naturale vs Educazione professionale
La cultura pedagogica del terzo tipo
di Alessandro Curti e Monica D'Alessandro Pozzi

"Quando nasce un bambino non sempre nasce un genitore".

Non si diventa genitori nel momento in cui si concepisce un bambino: si diventa madri o padri nel momento in cui si sceglie di educare quel bambino.
Ma da dove nasce la cultura pedagogica che ci sostiene nel complesso compito di educare i propri figli? Da dove si attingono risorse e saperi da tradurre in agiti pedagogici?
L'educazione nasce naturale e nel passato la trasmissione dei saperi avveniva nelle famiglie allargate: erano l'esempio e le esperienze vissute e narrate da nonni, genitori e zii che formavano i novelli genitori e li trasformavano da “educandi” (nel loro ruolo di figli) ad “educatori” (nel loro nuovo ruolo di madre e padre).
Le trasformazioni sociali hanno però fatto sempre più scomparire questi grandi clan familiari che si sostenevano e aiutavano vicendevolmente. La necessità di portare a casa due stipendi per far fronte alle nuove necessità economiche e l'allungamento del ciclo produttivo che allontana sempre di più il momento dell'uscita dal mondo del lavoro hanno diminuito il tempo a disposizione dei figli rendendo necessaria la nascita dell'educazione professionale in sostituzione di quella naturale.
Genitori e nonni ancora e troppo impiegati nel mondo del lavoro hanno sollecitato la nascita di servizi educativi a cui delegare il compito di cura ed educazione della prole.
La necessaria formazione di “educazioni professionali” è stata demandata a scuole ed università che attingendo ai saperi filosofici, pedagogici e psicologici hanno creato una cultura apparentemente “alta” non a misura di genitore.
Asili nido, scuole di ogni ordine e grado, servizi ricreativi ed educativi, società sporitve, oratori hanno assunto il compito di sostituire il ruolo genitoriale nella quotidianità.
Nulla di nuovo: solo una descrizione – forse nemmeno troppo originale – della situazione in cui viviamo oggi.
Il processo però porta con sé dei rischi.
La professionalizzazione dell'educazione è evidentemente necessaria, per evitare che “chiunque” si improvvisi in una mansione così importante senza avere gli strumenti idonei ad esperirla ma, dall'altro lato, rischia di indurre gli operatori a peccare di superiorità rispetto alla famiglia relegandola ad un ruolo marginale.
D'altro canto i genitori, attraverso la decisione più o meno volontaria di delegare la cura dei propri figli a dei professionisti, si sentono delegittimati e depauperati del loro ruolo naturale e rischiano di peccare in “eccesso di delega” sollevandosi dall'incarico di assunzione di responsabilità.
Sembra che in questo momento, quindi, sia necessario ritrovare una connessione tra educazione naturale e professionale che si stanno allontanando perdendo la giusta complementarietà ed alleanza per restituire il valore di cura ad ogni soggetto coinvolto e costruire una cultura pedagogica che sia in grado di fondere il sapere pedagogico con le prassi educative quotidiane.
Ma dove si può ritrovare un luogo in cui la “trasmissione del sapere” sia possibile se “il cortile” di una volta non esiste più? Se non esistono spazi di condivisione e di c-costruzione e di scambio?
La risposta viene dalla rete: un luogo virtuale dove la condivisione è possibile a dispetto della vicinanza fisica. Espressione di questa necessità di scambio è la nascita di infiniti blog, piattaforme, forum in cui tecno-madri e tecno-padri cercano occasioni formative e di supporto al ruolo educativo ponendo domande e fornendo tentativi di risposte.
Il mondo dell'educazione naturale e di quella professionale però sembrano restare ancora molto distanti e distaccati perché manca, a mio parere, la costruzione di un linguaggio comune che faciliti il dialogo. I professionisti dell'educazione, per necessità o per vanto, utilizzano ancora un linguaggio tecnico (e a volte poco concreto) che non viene riconosciuto dalle famiglie come utile ai bisogni (espressi o latenti che siano) nel tentativo (forse?) di mantenere quella superiorità intellettuale che conferma la necessità della sua presenza nel pieno rispetto di quella legge sistemica che afferma che un sistema lavora per la sua sopravvivenza a discapito degli altri sistemi.
Anche questo intervento, provocatoriamente, vuole indurre questo pensiero.
Per stuzzicare in ognuno di noi quella sensazione di deja-vu che porta gli educatori naturali a pensare “Ecco: un altro spocchioso tecnico dell'educazione che ci vuole insegnare come si educano i nostri figli” e gli educatori professionali a sentirsi tranquilli nella condivisione di un linguaggio che appartiene loro e che ne conferma l'esistenza.
Ma io, oltre ad essere un educatore ed un pedagogista, sono anche un genitore. Sono quello che un collega e amico definisce “educatore del terzo tipo” cioè colui che si occupa di educazione professionale e naturale.
E so per esperienza che tra i due mi risulta più semplice il ruolo professionale perché quello naturale mi crea quell'ansia e quel timore che accomunano tutti i genitori di questo millennio.
La risorsa, credo, è proprio quella di accomunare i due saperi – ciò che ho studiato e ciò che ho imparato nel rapporto con altri genitori, primi fra tutti i miei e che ho vissuto come figlio – nel tentativo di offrire a mia figlia il padre migliore che riesco ad essere.

E in tema di accomunare i saperi voglio soffermarmi sul pensiero che molti genitori si trovano ad affrontare quando riconoscono, per differenti e spesso urgenti motivi (il rientro lavoro, ad esempio), di dover “lasciare” il proprio bambino o la propria bambina, letteralmente nelle mani di “altri”.
E anche in questo caso il confronto tra chi ci è già passato è motivo di rassicurazione e confronto; il dialogo promuove buone prassi educative, aiuta a mettersi in discussione; difficile trovare ogni volta una risposta “univoca”( credo davvero che sia difficile trovarne una che vada bene per tutti. E questo viene confermato sia dall'educazione al naturale che da quella professionale...siamo soliti e coscienti nel dire che ogni bambino e ogni bambina sono a sé, unici).
Succede anche di mettersi online per capire, scovare”ricette” per comprendere meglio “il come e cosa fare”.
Alla fine arriva l'invito ad un incontro davanti a un caffè; il famoso caffè pedagogico. E il ritorno dall'esperienza virtuale, la conoscenza o i dubbi, vengono condivisi di nuovo nel piccolo, nel “cortile”, nell'ingresso all'asilo,da cui si era partiti per diventare piazza.
Condividere davvero la scelta educativa dei nostri figli con chi si occupa di loro è un atto di grande fiducia. Significa dare senso e portare avanti un “progetto educativo” che viene calato nella quotidianità.
“Se all'asilo ormai sono capace di mangiare da solo...prova anche a casa a lasciarmi il cucchiaio, anche se sporco un po' in giro, ma ce la faccio”; potrebbe essere una risposta “pensata”, non riuscirebbe ancora, forse a dirla di un bambino o una bambina alla prime cucchiaiate. Un pensiero di “connessione” tra un piccolo e un grande che provano a dialogare.
Il piccolo prova con il suo disappunto a dire”no, ce la faccio io”. Il grande, davanti a questa “ribellione”, trova aiuto e dialogo con l'educatrice di riferimento che gli spiega che il momento è arrivato “lascialo fare”.

Da qui comincia un cammino tra persone che si interrogano e provano a offrire gioia a chi con fiducia condivide momenti di vita con noi, educatori , mi piace dire, al confine. Un confine labile che trova soluzioni con e insieme all'altro. E si cresce, “virtualmente e non”.


Partecipare, come Educatori e Consulenti Pedagogici, ad un Convegno in qualità di professionisti riconosciuti accanto a Pediatri, Neuropsichiatri Infantili, Infermieri, Nutrizionisti e Assistenti Sociali è stato certamente importante ma, ancora più importante per me, è stato trovare (e ri-trovare) un clima di progettazione e di scambio di visioni pedagogiche che da un po' mi mancava.
Un ringraziamento particolare a Monica ed Elisa (soprattutto per il caffé e le risate).

E a Sara che fa tutto questo per amore.

mercoledì 27 agosto 2014

#pensodunquebloggo2 - di conclusioni e ripartenze

Il 28 agosto i blogger del gruppo Snodi Pedagogici scriveranno e pubblicheranno una serie di articoli, sui propri blog, inerenti ai blogging day già pubblicati:

Una sorta di conclusione su quanto è emerso fino ad oggi grazie ai vostri contributi, per rileggere assieme a voi i passaggi fondamentali, provando a dare delle risposte ma anche porre e porsi nuove domande, in vista dell'antologia che verrà pubblicata ad autunno e il cui ricavato andrà in beneficenza alla "Locanda dei Girasoli" di Roma
Gli articoli verranno pubblicati sui diversi social con‪#‎Pensodunquebloggodue‬ e raccolti sul sito di Snodi Pedagogici

#pensodunquebloggodue - di conclusioni e ripartenze

Ed eccoci alla fine, alla conclusione di un Blogging Day iniziato a gennaio e che ha portato tutti noi, blogger di Snodi Pedagogici, in un viaggio che forse nemmeno ci aspettavamo.
I primi tre appuntamenti hanno riguardato l'educazione naturale, le connessioni tra pedagogia e scuola, e i possibili link tra pedagogia e politica (il secondo post ospitato da questo blog sul tema lo trovate qui).
Le prime tre tappe di un percorso che ci hanno accompagnato in riflessioni, stimoli e proposte di altri e che ognuno di noi ha tentato di ricucire nel primo #pensodunquebloggo.

A me personalmente sembrava già un ottimo risultato perché - considerando le fatiche e l'agitazione da scolaretti che stavano dietro ad ogni appuntamento - credevo avremmo terminato le nostre energie in quella prima tornata.
Ma noi Edu-Blogger siamo gente cocciuta.
O incosciente.

Ed ecco che allora siamo partiti con i tre appuntamenti successivi: educazione e amore, educazione e bellezza (anche questo bissato qui) e i lati oscuri dell'educazione
Che ci conducono direttamente a questo #pensodunquebloggodue, con il quale tentiamo una ricucitura dei temi affrontati in questo ultimo trimestre.
Rileggendo gli ultimi contributi mi è venuta in mente un'immagine che - secondo me - le racchiude.
Una moneta. 

Una moneta chiamata Educazione la cui prima faccia è l'amore (sentimento fondamentale per la costruzione di una relazione che deve declinarsi in amore pedagogico se la relazione da costruire è di tipo educativo) e l'altra è il pericolo (perché il rischio di ogni educatore è di cedere al richiamo dell'onnipotenza, trasformandosi in un cattivo maestro). 
Immaginando questo concetto nel mio quotidiano lavorativo riesco a scorgere innumerevoli episodio in cui ho dovuto coniugare questi due aspetti (l'amore pedagogico verso i miei utenti e l'attenzione al mio delirio di onnipotenza).
Innumerevoli? Praticamente ogni azione educativa che svolgo passa sotto queste due lenti d'osservazione, a voler ben guardare...
E dove sta la bellezza, vi chiederete?
Me lo sono chiesto anche io. E ho trovato la risposta rileggendo proprio Ogni scarafone è bello a mamma soja perché la Bellezza sta proprio nel risultato che possiamo osservare in ciò che facciamo.

Come Michelangelo, che nel blocco di marmo già intravedeva la statua che vi era nascosta liberandola dalle parti eccedenti. 
Una bellezza che è frutto anche del nostro amore e dell'attenzione che poniamo al nostro essere onnipotenti, ma che è già insito nella persona che abbiamo di fronte. 
E che noi possiamo solo trarre fuori (ex-ducere).

Genitori, insegnanti, politici, educatori, esseri umani... siamo tutti coinvolti come soggetti attivi nel processo di Educazione dell'altro come di noi stessi. Del mondo. 
L'Educazione diventa compito e responsabilità di ognuno di noi. 
A suo modo. 
Per le proprie capacità.
Ma non è possibile abdicare.
O meglio: io scelgo di non abdicare.
Come educatore, padre ed essere di questo mondo.

Questo è, per me, il significato di questo percorso: cercare ogni strada per continuare a far risuonare la grancassa dell'Educazione perché tutti possano esserne richiamati ed attratti.
Ecco perché questo #pensodunquebloggodue non è un punto di arrivo.
Ma una nuova partenza.
Per nuove idee, percorsi e scambi di cultura educativa e pedagogica.
Dentro e fuori la rete.

Per dare voce a Tutti coloro che avranno voglia di partecipare, nei commenti o con altri contributi sui temi che verranno proposti.




I Blog Partecipanti:

La Bottega della Pedagogista di Vania Rigoni
Ponti e Derive di Monica Cristina Massola
Nessi Pedagogici di Manuela Fedeli
E di Educazione di Anna Gatti assieme a un guest post di Alessia Zucchelli, collaboratrice del blog
Bivio Pedagogico di Christian Sarno
TraFantasiaSpazioAzione di Monica D'Alessandro Pozzi
Labirinti Pedagogici di Alessandro Curti
In Dialogo di Elisa Benzi
Il Piccolo Doge di Sylvia Baldessari

giovedì 17 luglio 2014

#5buoneragioni

Sta accadendo qualcosa di importante.
Qualcosa che ha a che fare con le comunità per minori. Tema [non ho bisogno di dirlo a chi mi conosce bene] che mi sta molto caro.
Perché in comunità per minori ci ho passato (letteralmente) metà della mia vita.
Sangue (metaforico), sudore (fisico) e lacrime (quelle raccolte). 
Ma tante e tante soddisfazioni.

Ma bando all'emotività di un povero anziano educatore.
Dicevo che sta succedendo qualcosa. 
Alle 12.30 di oggi alla Camera dei Deputati stanno presentando la campagna #5buoneragioni.
Cinque buone ragioni per accogliere i bambini che vanno protetti.


Da dove nasce questa campagna? 
Dai recenti servizi di tante trasmissioni che hanno messo in discussione [eufemismo] il lavoro di queste strutture di accoglienza. 
[Ne ho già parlato qui e (indirettamente) qui.]
Qualcuno ha letto i miei post e - per questo - mi ha coinvolto chiedendomi di sottoscrivere la campagna.
Cosa che ho fatto senza dubbio alcuno.
Perché io conosco il senso ed il valore delle comunità di accoglienza.
Poi mi hanno chiesto di mandare un video: una registrazione in cui racconto perché ho sottoscritto quella campagna. Ma io mi vergogno. So a malapena scrivere, figuriamoci se so anche parlare in pubblico...
Forse lo farò, forse no (anche se qualcuno a me molto vicino continua a dirmi Mandalo!).
Ma intanto ho fatto quel che so fare (forse) meglio.
Scrivere.

Ed è qui che scrivo che non ho bisogno di #5buoneragioni per sostenere che le comunità di accoglienza devono continuare ad esistere.
Mi basta pensare alle centinaia di ragazzi che ho incontrato in quasi vent'anni di lavoro in comunità e mi vengono in mente molto più che #5buoneragioni. 
Potrei fare i nomi, ma non mi basterebbe un post.
E non sarebbe interessante per coloro che leggono, perché le storie hanno senso solo se le conosciamo bene. Se le viviamo o se ci vengono raccontate...
Ecco perché io cerco di narrare ciò che faccio in educazione. 
Non per me. 
Non per i servizi. 
Ma per loro: le storie (e le persone) che quotidianamente incontro e che vivo.
Perché l'educazione è un viaggio che si percorre insieme!

So che ci sono servizi che non funzionano, so che ci sono educatori che non fanno bene il loro lavoro (e non sono né meglio né peggio di quelli che vengono arrestati per pedofilia, maltrattamenti o incuria perché quando si ha a che fare con le persone non si scherza, non si può sbagliare!).
Ma so che ci sono preti che partecipano a festini a base di coca. 
E non vuole dire che tutti i preti sono cocainomani.
So che ci sono cassiere del supermercato che rubato. 
E non vuol dire che tutte le cassiere siano ladre.
So che ci sono dipendenti pubblici che non lavorano. 
E non vuol dire che tutti i dipendenti pubblici siano dei fannulloni.
So che ci sono insegnanti che non hanno a cuore il processo di crescita dei loro studenti. 
E non vuol dire che tutti gli insegnanti siano inetti.
So che ci sono genitori che non riescono/possono/vogliono crescere bene i loro figli.
E non vuol dire che tutti i genitori siano degli incapaci.

Al mondo ci sono un mucchio di luoghi comuni.
Alcuni giusti e alcuni sbagliati.
Poi ci sono un mucchio di storie. 
Chi ha il potere di dire quali siano quelle giuste e quelle sbagliate?

Alcune sono silenziose ad esclusivo appannaggio di chi ha avuto la fortuna di viverle.
Altre le raccontano qui.
E sono interessanti da ascoltare.


(e vi consiglio di prestare particolare attenzione a ciò che dice Francesco...)


mercoledì 4 giugno 2014

Quando ti manca un pezzo di famiglia...


Capita a volte che, diventando grande, ti stacchi dalla tua famiglia d'origine e te ne vai in qualche parte del mondo a vivere. Magari non vicinissimo ai tuoi genitori, magari fisicamente non troppo lontano ma emotivamente distante...
Capita.
Ma non è che lo hai deciso prima. Progettato. Premeditato.
Capita e basta.
Di solito è una storia d'amore. Un lavoro che ti piace. Una casualità della vita.
Insomma: capita.
Poi il tempo passa e tu sei soddisfatto della tua vita. Del tuo lavoro. Della famiglia che ti sei creato. Della vita che hai [faticosamente] costruito. 
Ma ti manca un pezzo. Una parte della tua famiglia.
Che spesso fai finta di non ricordare, di perdere nei meandri della tua quotidianità. Il turbinio del lavoro, gli impegni sociali e familiari... 
Insomma ti perdi via.
Poi però capita qualcos'altro. Una frase. Un desiderio. Un bisogno che irrompono nella tua vita.

"Papi, andiamo a trovare i nonni. Mi mancano..."

E ti accorgi che ti manca un pezzo della tua famiglia.
O che se non manca a te, manca a qualcuno che per te è fondamentale.
Che è la TUA vita.

Poi nello stesso giorno capita anche altro.
Capita che leggi un articolo che racconta di tutti quei ragazzi che una famiglia non ce l'hanno. O se ce l'hanno... beh, qualche volta sarebbe stato meglio non ce l'avessero. 
Perché così pensavi, quando lavoravi con loro. Per loro.
E spesso non si trattava solo di un lavoro. 
Perché il lavoro te lo portavi a casa. 
A volte solo emotivamente. Altre volte anche fisicamente...
Insomma: ti trovi a fare un parallelo. 
Tra te [che la famiglia qualche volta l'hai schifata nella tua adolescenziale ribellione alla ricerca di un'autonomia] e loro [che avrebbero voluto una famiglia da schifare, invidiando la tua. Per quanto fosse difficile...].


E fai un bilancio.
Ricordi quando, prima dei tuoi diciotto anni, dicevi "Ah... quando sarò maggiorenne finalmente me ne potrò andare e stare finalmente bene!". 
E poi i diciotto anni sono arrivati. 
E qualcuno [tua madre] ti ha detto, aprendo la porta: "Ecco! Sei maggiorenne. Se vuoi andare quello è il mondo. Ti aspetta...". 
E tu hai inghiottito il tuo orgoglio e la tua ribellione adolescenziale e hai chiuso la porta. 
Restando dentro casa.
E forse in quel momento sei diventato un po' più uomo. Consapevole, ma solo un po', di quello che significava crescere...
Perché hai capito davvero il significato di quella frase solo qualche anno dopo. Quando un'altra porta si apriva per un neo maggiorenne e lui era lì, con gli occhi lucidi colmi di uno sguardo implorante.
"Non mi buttare in mezzo ad una strada..." diceva senza dirlo.
E tu? Cosa potevi fare? 
Nulla... perché erano passati quei fatidici diciassetteanniundicimesiventinovegiorni e la maggiore età era arrivata.
Senza appello.
Senza la possibilità di dire "Scusate... Aspettate un attimo... Non sono pronto..."
Avresti solo voluto chiudere quella porta. Prima che il ragazzo con gli occhioni imploranti uscisse.
[E capita... magari... che ci scrivi anche un libro!]

Ma non era possibile.
La legge che [implacabile] avevi invocato quando volevi diventare autonomo si abbatteva [inesorabile] su qualcuno che non l'aveva chiesta.
Che da anni implorava di essere accudito. Curato. Coccolato.
E tu, che accudito curato e coccolato lo eri stato, un po' ti sei vergognato.
Come se avessi sputato nel piatto in cui avevi mangiato. 
Ma non era colpa tua. Non lo era mai stato.
Tu eri stato un semplice adolescente che cercava di abbattere le regole che qualcuno aveva costruito per te. 
Per ricostruirle e farle tue. Interiorizzarle e diventare un po' più adulto.
Un pezzo alla volta.

Perché nello stesso momento capita altro.
[Cavolo! Quattro avvenimenti nel giro di 24 ore!]
Capita che ti ritrovi a condurre una serata con un gruppo di genitori che dovranno fare i volontari all'Oratorio Estivo. E che dovranno "collaborare" con un gruppo di adolescenti nella gestione di un centinaio (probabilmente di più) di bambini/ragazzi.
E cosa fai?
Chiedi loro di fare un viaggio nel tempo e tornare a quando avevano 15 anni. E poi a trovare una parola che riassumesse quel momento.
E poi gli chiedi di traslare quegli stessi termini al giorno d'oggi. Nel loro mondo di adulti/genitori. 
Con un pizzico di sorpresa si ritrovano a riflettere sul fatto che gli stessi termini, sebbene con sfumature differenti, abitano il loro presente.
E che tra loro e gli adolescenti cambia poco.
Solo la consapevolezza.
E che a quegli adolescenti - forse - possono chiedere meno di quello che avrebbero domandato.
Perché, come adulti consapevoli di quello che stanno affrontando, ricordando ciò che sono stati possono essere migliori in quello che sono oggi.

Tutto questo capita in poco tempo. Meno di 24 ore.
E tu [educatore-genitore-adulto-coordinatore] che fai?
Ti ritrovi a riflettere su quanto fosse sciocca [forse] la tua voglia di distaccarti dalla tua famiglia. 
Ti fermi a guardare la tua nuova famiglia [sonnecchiante sul divano] e a ricordare la felicità di quando, qualche mezz'ora prima, hai gioito nel dire a tua figlia
"Sabato arriva tuo cugino. Sta qui con noi una settimana..."

E rivedi nei suoi occhi la stessa gioia di quando tua madre e tuo padre ti telefonato e ti dicono
"Domenica veniamo a pranzo da te!"
E ti ritrovi a immaginare che espressione quei ragazzi di diciassetteanniundicimesieventinovegiorni avrebbero davanti alla stessa frase.
E forse ti vergogni un po' di quello che sei stato.

Questo capita.
Oggi.


E mi chiedevo come
avrei vissuto se tu
e se quel "magone"
mi sarebbe mai "andato giù"!
(V. Rossi - Io no)



(una canzone che ha segnato un tempo... e che va sentita fino alla fine!)

giovedì 27 marzo 2014

#pedagogiaepolitica - Pensare pedagogico oggi

Ogni mese il gruppo Facebook "Educatori, Consulenti pedagogici e Pedagogisti" (link del gruppo) propone un tema, una riflessione educativa, alla quale partecipare con un proprio contributo scritto. Una volta raccolti, quest'ultimi vengono ospitati e divulgati dal circuito blogger di Snodi Pedagogici. (link del sito)

Il tema del mese di marzo: pedagogia e politica
"La cura della polis attraverso le pratiche di accudimento sociali. Una dimensione politica dell'educazione che esiste, anche se il termine politica, oggi si confonde troppo spesso con "partito" e può spaventare. Politica ed educazione, invece: due facce della stessa medaglia. Perché se le pratiche educative non diventano cura dei territori e costruzioni di reti di significati sociali, l'educazione perde in partenza la sua sfida. Un'educazione che non ha bisogno dell'aggettivo "civica" per essere sostanziata. Perché educare è già un atto civico. L'educazione tras-forma l'umanità in cittadinanza".
Un tema che va oltre le classiche figure educative e che contempla chi nella società cresce, vive e in questa vede un'occasione da lasciare come eredità alle nuove generazioni.
Inoltre, Snodi Pedagogici, tiene a precisare che il percorso dei blogging day non è casuale, ma facente parte di un progetto culturale più ampio. Quest'ultimo si sta lentamente concretizzando e appena avremo alcune conferme ne daremo l'annuncio, chiedendo a chi ha partecipato fin dal primo se è d'accordo a prendervi parte.
Buona lettura.



#pedagogiaepolitica - PENSARE PEDAGOGICO OGGI della dott.ssa Vania Rigoni

Fare educazione e mangiare con la pedagogia sono le due facce della stessa medaglia, come lo sono la pedagogia e la politica.
La riflessione nata su Snodi Pedagogici di questo mese ha mosso in me tante idee che rispecchiano un pò il mio intero viaggio professionale e personale:
lavorare per costruire un futuro migliore”e non è il solito slogan!!!
Perché secondo voi le persone finito un percorso lunghissimo, come fu il mio, con ben 43 esami di pedo-psico-filo-sto-sociologia hanno scelto di andare a fare un lavoro per 10 anni con uno stipendio di circa 800-900 euro al mese come educatori scolastici?
Perché poi continuare ad aggiornarsi e fare master per restare nel solito ambiente che sottopaga i suoi specialisti?
Noi che abbiamo percorso questo viaggio siamo mossi da un interesse primario: la cura della polis (la politica), nello specifico siamo fermamente convinti che lavorare in educazione sia la via per cambiare la società (e si spera in meglio!).
Andando un po’ a spasso con la macchina del tempo e guardandoci indietro, il ruolo dei precettori e dei maestri è sempre stato di guida e di sprone alle nuove generazioni, erano formatori di menti, sobillatori di nuove idee.
Pedagogia non è indottrinare né inculcare informazioni omologando i pensieri. Pedagogia è fornire strumenti e strategie (o facilitarne la creazione) per essere scopritori del nuovo che avanza.
La politica per tanti anni ha cavalcato con e senza sella il cavallo educazione senza mai valorizzarlo, bensì lo ha strumentalizzato e quando ha potuto lo ha impoverito di idee, di risorse, fino a portare chi vi lavora ad una demotivazione e addormentamento generale.
Se poi guardiamo alle comunità o case famiglia (parlo del territorio fiorentino dove ho lavorato negli anni post scuola) c’è stato un enorme mare di vuoto: lo Stato ha delegato senza prendersi a cuore ciò che avveniva (non solo agli utenti anche ai dipendenti), si è parato dietro a contratti nazionali più o meno regolari e via...il futuro della società deviata è stato messo in mano a “uomini e donne di buona volontà”.
Ecco perché colgo questo blogging come una risorsa per affermare che fare consulenza educativa alle coppie, progettare percorsi ad hoc per bambini e le loro famiglie con manifesti disagi, lavorare nel pre-parto e nel post e infine essere mediatrice familiare è un progetto politico di pedagogia che non sarà mai pagato per quello che ha implicato il professionalizzarsi ma lo sarà ampiamente in termini di soddisfazione per aver contribuito alla costruzione di una società più equilibrata e più felice.
Voglio farvi qualche esempio.
Se una famiglia di oggi dove i genitori lavorano, il bimbo va alla materna tutto il giorno e si ritrova a insieme a fine giornata solo per qualche ora non è detto che quella coppia attivi di sua iniziativa le migliori strategie per lo sviluppo del figlio e allora cosa accade? Lo Stato dopo la gravidanza si è disinteressato di loro, il pediatra si occupa delle malattie, la scuola segnala se il bambino è sbagliato e loro chi li sostiene? Lo psicologo della Asl? Meglio che nulla, mi dico sempre...
Ma non è detto che quel nucleo abbia necessità di uno psicologo, forse avrebbe solo avuto bisogno di un sostegno alla genitorialità che oggi c’è, per fortuna, almeno tramite i percorsi che i colleghi ed io proponiamo (a volte riusciamo a farli gratuiti altre no, perché nel frattempo siamo anche noi consumatori).
Anche la mediazione familiare in separazione e divorzi è un momento di pedagogia politica: una coppia si rompe, un tradimento più o meno fondo si compie, i conflitti si accendono....e i figli? Finalmente anche in Italia sta diffondendosi la cultura del dividersi come coniugi restando genitori uniti, finalmente anche il legislatore ha colto il valore della bigenitorialità: riuscire a favorire il divorzio psicologico, la messa in un angolo dei propri rancori legati all’altro e contemporaneamente attivare la costruzione di un accordo dove i due ex coniugi saranno entrambi vincitori in funzione del benessere dei figli. Tutto questo preserverà quei bambini dagli effetti già faticosi e dolorosi di una separazione dei genitori, evitando loro conseguenti inneschi di possibili disturbi più complessi e aiuterà i due ex a costruire nel futuro nuove famiglie imparando nuovi modi di relazionarsi.
Lo Stato e noi stessi come suoi membri attivi dovremmo avere massima cura dell’educazione come risorsa concreta per il futuro.


Vania Rigoni
Chi sono?
Sono una giovane 41enne fiorentina. Da quando ho 20 anni ho il pallino di fare pedagogia, di studiare i meccanismi che muovono al cambiamento delle persone per aiutarli a trovare le strategie migliori alla loro vita da soli.
Dopo anni come educatore extra e intra- scolastico, ho lavorato nella comunità per Madri dell’Ist. Innocenti a Firenze. Da qualche anno ho un mio studio La Bottega della Pedagogista, che è anche un Blog, nel quale lavoro come Pedagogista clinico, specialista ADHD e Mediatore Familiare in separazione e divorzi.
Sono una Persona ricca di tante emozioni, sensibile alla vita e ai mutamenti sociali. Amo tutte le forme di espressione di sé, perché quando si da voce a noi stessi si crea una comunicazione e anche una relazione con il mondo...e questo è bellissimo.Imparare ad ascoltare gli altri è la via necessaria a vivere bene in una comunità civile.

Tutti i contributi su #pedagogiaepolitica verranno raccolti qui.
I blog che partecipano:

Il Piccolo Doge
Ponti e Derive
La Bottega della Pedagogista
Allenareducare
Nessi Pedagogici
E di Educazione
Bivio Pedagogico
InDialogo
Labirinti Pedagogici
Trafantasiapensieroazione

sabato 8 marzo 2014

Di assistenti sociali e traumi infantili

Mio padre usava la mazza da baseball. Me la picchiava sotto la pianta dei piedi perché lì c'erano le terminazioni nervose e sentivi dolore fino al cervello. Però non si formavano i lividi, così nessuno se ne sarebbe mai accorto.
La mamma mi ha portato al mercato ed io ero contento di stare con lei quel giorno. Poi lei è andata a fare un giro con le sue amiche e mi ha lasciato da solo. Avevo 5 anni. Mi ha abbandonato?
Di notte cadevano le bombe e l'unica cosa che riuscivi a sperare era che non cadessero su casa tua. Poi al mattino uscivi di casa e scoprivi quale dei tuoi amici non avresti più rivisto. Secondo te era brutto essere contento che non fosse capitato a te?
Papà legava la mamma alla sedia e la picchiava e poi usciva. Ma prima ci diceva di non slegarla altrimenti avrebbe picchiato anche noi come lei.
Mia madre si era innamorata di quell'uomo e ha deciso di seguirlo. Vivevamo in una comune.  Quando io facevo qualcosa di sbagliato per punirmi mi picchiavano sui testicoli oppure mi immergevano la testa in un secchio d'acqua. Così, dicevano, avrei capito dove sbagliavo. Intanto mia madre pregava insieme a loro. E non faceva nulla.
Io urlavo sempre perché volevo che i miei mi sentissero. Ma non potevano perché erano sordi. Ed io ero sempre arrabbiato perché non mi ascoltavano. E spaccavo tutto. Per farmi sentire.
La mamma cucinava per me e i miei fratelli e puliva sempre la casa. Non sapeva però quello che facevamo quando uscivamo in cortile. C'era sempre quel tizio che ci dava cinquantamila lire se consegnavamo un pacchetto quattro palazzi più avanti. Io non ho mai chiesto cosa ci fosse nei pacchetti. Ma so che non c'era nulla di buono.

Queste sono solo alcuni dei racconti che ho ascoltato nei quasi vent'anni che ho passato facendo l'educatore in comunità. Narrazioni di ragazzi che hanno scelto, dopo essere stati sradicati dalle loro famiglie, di confidarsi e affidarsi alla struttura che li ospitava. Tradendo, qualche volta, il loro sistema familiare.
Sono forse un centesimo delle storie che ho sentito. E sono certo che per ogni storia che ho ascoltato ce ne sono almeno un centinaio che non hanno avuto il coraggio di emergere, di essere narrate.

Poi ci sono trasmissioni televisive che raccontano di assistenti sociali che "rubano i bambini" che ingiustamente verrebbero sradicati dalle loro famiglie e dai loro affetti. Qualche volta perché la casa non è pulita...
Ma le trasmissioni televisive fanno il loro lavoro: puntano al sensazionalismo per raggiungere uno share che permetta loro di sopravvivere.
Perché ragionano come ogni organizzazione che ha come primo obiettivo la propria sopravvivenza.
Anche se cercano di fare un giornalismo di denuncia. 
E non ce l'ho con loro perché so che funziona così.

Come so che ci sono operatori sociali (anche assistenti sociali) che non sono in grado di svolgere il proprio lavoro perché non ne hanno la capacità, la giusta preparazione o l'etica necessaria. 
Ma vale lo stesso per qualche cassiera del supermercato, impiegato delle poste, idraulico o insegnante.
Senza che la categoria tutta venga additata e stigmatizzata per questo.

Non voglio attaccare o difendere la categoria delle assistenti sociali.

Sono solo infastidito da chi, senza avere le giuste informazioni, accetta passivamente ciò che propongono le trasmissioni tv e che vengono rimbalzate dai social o coloro che, in modo strumentale, cavalcano l'onda per raggiungere i propri obiettivi senza discriminare su chi potrebbe fungere da cassa di risonanza.

In nome dei traumi di quei poveri bambini strappati ingiustamente dalle loro famiglie.

Ascoltate solo qualcuna delle storie che ho sentito io. Che hanno ascoltato anche altri.
Poi ne riparliamo.

mercoledì 5 febbraio 2014

Campare di educazione


In Italia c'è crisi e questa non è una novità. Una crisi economica e lavorativa che colpisce tutti i settori, produttivi e non.
Non è strano quindi, gironzolando per la rete, leggere post o commenti (soprattutto sui social) che trattano questo argomento.
Problemi ad erogare credito o microcredito soprattutto alle piccole e medie imprese, aumento delle tasse dirette ed indirette, tagli a tutti i settori pubblici...

Come sempre, in momenti di ristrettezze economiche come queste, il mondo del sociale è il primo a vedersi falcidiati i finanziamenti. 
Come se il welfare non fosse una priorità.

Ma non è una lezione di politica economica che intendo fare. Non ne sarei capace nemmeno se volessi...

Leggo spesso - appunto sui social - educatori che lamentano la mancanza di lavoro, ragazzi che si sono laureati da uno o due anni che non sono ancora riusciti ad avere la prima esperienza professionale... con tutto quello che ne consegue: rivendicazioni sui titoli più o meno riconosciuti (con minacce di class action contro le università colpevoli di moltiplicare le possibilità formative senza adeguarsi al mercato del lavoro), aggressività verso 'altre professionalità' che (in nome della crisi) effettuano invasioni di campo ' rubando' il lavoro; corsi, microcorsi, kit, libri, cd ed audiocassette (queste per fortuna ormai no, sono scomparse) che promettono di farti raggiungere presto e bene il tanto agognato obiettivo di portare a casa lo stipendio a fine mese.

Premetto che da questo punto di vista mi sento un privilegiato perché la crisi (non diciamolo troppo ad alta voce!) non ha influito sulla mia attività professionale né oggi né mai da quando sono entrato nel mondo del lavoro.
E so che questa è una fortuna, che purtroppo non capita a tutti.
Non è quindi dal mio "piedistallo" che voglio distribuire consigli o perle di saggezza.
Come sempre attingo dalla mia esperienza, dall'osservazione di ciò (di chi) mi circonda.
Perché ho intorno a me persone che la crisi l'hanno sentita (e la sentono ancora): donne autonome che devono sobbarcarsi la gestione [economica] della loro vita senza nessun appoggio, padri di famiglia che sentono il senso di responsabilità verso i loro figli [e verso quelle madri di famiglia loro compagne/mogli che, da sole, non potrebbero garantire la sicurezza], coppie che arrancano nell'arrivare a fine mese perché le entrate sono nettamente diminuite... e tutti lavorano nel campo dell'educazione.

Da qui la domanda.
Si può campare di educazione?

Una risposta io ce l'ho ed è che si deve campare di educazione. Perché l'educazione è uno dei fondamenti della nostra società atta a garantire il miglioramento dell'individuo e del gruppo a cui appartiene. Perché chi l'educazione l'ha scelta come professione (dedicando sé stesso, appunto, alla società a cui appartiene) ha il diritto di vivere il resto della giornata (quella non professionale) con dignità e tranquillità.

Certo, ma come si fa a campare di educazione?
Qui sta il nodo della questione, il problema a cui bisogna trovare la soluzione.
Come si fa? Come si può galleggiare in un momento di crisi economica mondiale (si, mondiale, che non riguarda solo il nostro piccolo! non dimentichiamolo...)?

Io credo che la professione educativa debba essere considerata come un progetto educativo.
Perché la società cambia e di conseguenza cambiano i bisogno che noi educatori/pedagogisti dovremmo saper analizzare.
Perché il primo strumento di un progetto educativo è proprio l'educatore/pedagogista e quindi il soggetto deve osservare sé stesso e capire quali sono i suoi punti di forza, i suoi limiti, come declinarli in un'azione che porti [con tutte le variazioni in corso d'opera] all'obiettivo che si vuole raggiungere.
Perché la comunicazione è cambiata e di conseguenza anche i modi, i tempi e i luoghi dell'educazione ed allora occorre trovare nuove strategie, dare spazio alla propria creatività calandola nel setting che altri hanno costruito per noi.
Perché anche il sistema di dipendenze a cui apparteniamo probabilmente è variato ed occorre, forse, osservarne nuovamente le dinamiche e capire quali processi di autonomia/attaccamento stiamo portando avanti, e se sono ancora validi oppure no.

Questo dovrebbe saper fare un buon educatore. E questo, secondo me, è il modo con cui si dovrebbe affrontare la crisi del welfare.
Perché di educazione (come vediamo tristemente ogni giorno) c'è un gran bisogno.
Si deve solo trovare il modo di renderla produttiva, per noi e per gli altri.

p.s. quando incontrerò i colleghi che mi hanno suscitato queste riflessioni per ringraziarli di un nuovo insegnamento offrirò loro un ottimo ginger pedagogico. alla salute!

#educareè

martedì 20 agosto 2013

Quando manca un lettone...

La notte appena trascorsa è stata lunga e faticosa. Faceva caldo e le zanzare attaccavano insistentemente, peggio che durante i bombardamenti su Milano della prima guerra mondiale.
Poi arriva la ciliegina sulla torta: "Posso stare qui con voi?". 
Chi mi conosce o ha imparato un poco di me leggendomi sa che mi è impossibile rispondere negativamente a questa domanda. Sorrido, mi posiziono sul bordo più esterno del letto e accolgo la mia piccolina già pregustando la gioia che proverò quando mi sveglierò con lei accanto.
Anche se le zanzare continuano ad attaccare (nonostante il tentativo di sterminio di mia moglie), anche se il caldo (in tre) si fa ancora più opprimente, anche se so già che domani il risveglio sarà faticoso per tutti.
Poi il giorno dopo arriva, e tutte le aspettative notturne si confermano.
Il risveglio è faticoso.
Il caldo mi ha fatto soffrire tutta la notte.
Le punture di zanzare sono evidenti sulla pelle.
Svegliarmi accanto alla mia principessa mi fa cominciare bene la giornata!

Mentre la mia piccola ancora dorme e la mia dolce metà è già andata a lavorare (eh si, qualcuno dovrà pur farlo!) io mi godo il silenzio della casa e il bagno tutto per me. Visto che in una casa con una donna e mezza non succede praticamente mai!
Mentre mi faccio la barba la mente corre e i pensieri si accavallano velocemente.

Proprio ieri, mentre passeggiavo sul lungolago con uno dei miei ragazzetti mostrandogli le foto del mare, è spuntata un'immagine della mia piccolina che se la dorme beatamente (e decisamente di traverso) nel giaciglio di mamma è papà.
"Perché è nel lettone?" mi ha chiesto.
Sembra una domanda semplice, ma non lo è. Perché lui è in comunità e non ha un lettone a cui approdare nelle notti di bisogno.
Il pensiero successivo è naturalmente volato a quando io facevo l'educatore in comunità, a quei cinque anni in cui - invece dei "soliti" adolescenti - ho lavorato nella comunità dei "piccoli". 
Ricordo come se fosse oggi quella "notte prima degli esami" di tanti anni fa. L'esame non era il mio, ma quello di uno dei giovani ospiti della struttura. 
L'agitazione era talmente forte che lo ha spinto ad alzarsi, a superare il timore di entrare di notte nella camera dell'educatore (anche se la porta era - fisicamente e metaforicamente - sempre aperta) e dichiarare apertamente la sua paura. 
Un passo estremamente difficile per un ragazzetto orgoglioso e cocciuto come lui.
Non ho potuto far altro che accoglierlo nel piccolo lettino, aspettare che si addormentasse e trasferirmi sul divano per concludere il sonno.
Lasciandolo ancora solo con le sue paure.

Ecco la mancanza del lettone. 
E dei suoi occupanti.
Non voglio entrare nel merito della discussione se sia educativamente corretto o no far dormire i propri figli nel lettone, o entrare nel merito delle dinamiche di coppia.
Riflettevo semplicemente sul fatto che quando un luogo accogliente manca, le discussioni sono superflue.
Manca e basta.
Il lettone è la metafora dell'abbraccio di mamma e papà, della sicurezza di poter dormire protetto tra le due persone che più ci sono vicine nei primi anni della nostra vita, della tranquillità che non si verrà mai respinti in un momento di paura, di difficoltà, di bisogno o semplicemente di "voglia di coccole".
Il lavoro educativo deve trovare la strada per sopperire a questa carenza?
Certamente si, ma lo può fare solo in minima parte.

Perché un Lettone Educativo, purtroppo, non potrà mai sostituire l'originale.