Il sabato mattina è uno dei momenti più faticosi della mia settimana professionale.
Non solo ho sulle spalle il carico emotivo dei cinque giorni trascorsi nel mondo dei servizi per l'infanzia e degli interventi educativi scolastici e domiciliari ma devo anche affrontare una situazione già di per sé molto complessa.
Da solo affronto un sistema familiare molto complicato inserito in un contesto sociale ancora più "variegato".
Riassumendo: i più completi manuali pedagogici che narrano i sistemi multiproblematici uniti alle peggio complessità familiari in stile Beautiful. Conditi con una manciata di disabilità e psicopatologia q.b.
In poche parole: disagio allo stato puro.
Di situazioni come questa (purtroppo) è pieno il mondo e noi educatori non possiamo fare altro che affrontarle.
Due frasi - però - oggi mi hanno umanamente segnato.
"Mamma, ho il lavoretto per la festa del papà. Tu hai un papà per me?"
"Alessandro io non ho fatto niente di male. Mio figlio l'ho solo abbandonato."
Non so...
Forse perché è sabato mattina ed ho sulle spalle un'intera settimana...
Forse perché sto invecchiando e (si sa!) gli anziani hanno una sensibilità particolare...
Forse perché sono reduce della (mia personalissima) festa del papà...
Forse perché seguo questo ragazzino da quando era un bambino...
Sta di fatto che, a dispetto dei miei 22 anni di anzianità di servizio, oggi ne sono uscito con le ossa un po' rotte.
Mi sono chiesto come si possa continuare ad essere professionali davanti ad esternazioni del genere perché - in entrambe le situazioni - avrei solo voluto mettermi ad urlare (e forse uccidere qualcuno!).
Da qui la riflessione: quanto il lato umano di un educatore è risorsa e quanto è limite? Quali sono i lati [dis]umani dell'educazione?
Poi, per fortuna, una telefonata salvifica. "Papà tra quanto arrivi a casa? Io e mamma ti stiamo aspettando..."
Da un po' di tempo non bazzico da queste parti e me ne dispiace.
Ci sono periodi in cui la vita si complessifica talmente tanto che bisogna selezionare. E il blog - in questo periodo - non riusciva a trovare spazio nelle mille cose che quotidianamente mi impegnavano.
Ora però sono di nuovo qui: di fronte a questo spazio bianco e a tanti bei tastini perché sento di dover dire delle cose, nella speranza (come sempre) di instillare briciole di riflessione che permettano (a me in primis) di crescere.
Ultimamente mi capita sempre più spesso di leggere (in rete e non) articoli, riflessioni e commenti riguardanti "i generi" (e non mi riferisco alle principali vittime delle battutine delle suocere sarcastiche!)
Differenze di genere, vittime della violenza di genere, teorie del gender... fino a sfociare nei paradossi (al limite dell'assurdo, secondo me) di presunte lobby che instillerebbero l'educazione omosessuale dentro le nostre scuole.
Bene: di quest'ultimo argomento non parlerò perché si tratta - a parer mio - di un esercizio di retorica atto a riempirsi la bocca nella speranza di apparire intelligente (o degno di ascolto).
Mentre sui generi (o sulle differenze di genere) però vorrei provare a proporre qualche riflessione e pensiero.
Premetto che concordo in modo assoluto con quanti (e quante) affermano che storicamente il genere maschile abbia costruito (o tentato di costruire) una società e una cultura in cui gli uomini dominavano sulle donne. Sarebbe sciocco tentare di negare questa evidenza: basta aprire un qualsiasi libro di storia, leggere qualche riga di un'epoca qualsiasi e salta subito all'occhio che (quasi) tutto era gestito dagli uomini attraverso la forza (fisica).
Pochissime sono le presenze femminili (mi viene in mente la madre di Alessandro Magno) che avevano un seppur minimo ruolo politico o decisionale. E anche in quei casi dovevano necessariamente dipendere da un uomo e dalla sua forza (o protezione).
La differenza di genere è dunque esistita ed ha influenzato la storia, la politica, la cultura, la società e le strutture del nostro mondo.
Detto questo: ha ancora senso (e se si quanto) parlare delle differenze di genere?
E qui comincio a proporre qualche pensiero.
Intanto: la rivoluzione femminista quanto ha scardinato l'impianto della differenza di genere?
Secondo me parecchio: che le donne, attraverso una rivendicazione seria ed una corretta analisi della situazione precedente, abbiano cominciato ad ottenere diritti e parità mi sembra evidente. Di contro che il mondo maschile abbia faticato a digerire questo cambiamento è altrettanto reale...
Ma qual è la vera volontà del mondo femminile?
Perché l'altra faccia della medaglia di questo percorso è stato il tentativo di denigrare il maschio identificandolo esclusivamente con una sottospecie di scimmione forzuto ma poco dotato di intelletto. Come una sorta di contrapposizione alla precedente visione (in parte di stampo psicanalitico) che accoppiava il maschile al pensiero e il femminile al corpo?
Perché, tornando ad un livello più quotidiano e popolare, sembra che lo sport nazionale ormai sia schernire il genere maschile...
Il grande "punto di forza" che storicamente le donne hanno sempre avuto era la maternità, territorio (biologicamente) interdetto al mondo maschile.
Come è cambiato questo tema?
Gli uomini (alcuni uomini, forse ancora pochi uomini) hanno cominciato a prendere in considerazione l'idea di occuparsi della cura (anche primaria) della prole. Tentativi goffi, forse il risultato di una paura: quella di non avere più alcun ruolo nel mondo. O forse - una volta toltisi la pesante eredità di doversi sempre mostrare forte, insensibile e razionale - hanno cominciato ad aprire uno spazio mentale alle emozioni. E alle loro conseguenze.
Che impatto ha avuto questo cambiamento sulle differenze di genere?
Alcune donne hanno urlato a gran voce un sonoro "Finalmente!" e si sono godute la possibilità di gestire altri (contemporanei) ruoli a livello pubblico e sociale.
Altre si sono forse sentite tremare la terra sotto i piedi?
Perché altrimenti non si spiegherebbero cartelli come questo:
E in politica?
Le donne si accontentano delle (a mio parere imbarazzanti ed offensive) "quote rosa"? Che producono risultati come l'ex consigliera regionale lombarda che tutti conoscono?
La confusione sembra regnare: femminismo, maschilismo, differenza di genere, teorie del gender, cavalleria, vittime...
Nel mio piccolo parto da due punti che per me sono fondamentali.
1. Uomini e Donne non sono differenti ma diversi. Il termine differenza mi rimanda ad un giudizio di valore, ad una mancanza di uno rispetto all'altro (e viceversa) mentre la diversità non ha un'accezione valoriale
2. Alla base di ogni relazione umana ci deve essere rispetto reciproco. Senza di questo ci saranno sempre differenze e mai diversità.
Forse aggrappandosi a questi due principi si potrebbe fare più chiarezza?
Con questo post vorrei aprire il dialogo e confrontarmi con quanti hanno un'opinione (o un abbozzo di essa, come me) in merito.
Il 28 agosto i blogger del gruppo Snodi Pedagogici scriveranno e pubblicheranno una serie di articoli, sui propri blog, inerenti ai blogging day già pubblicati:
Una sorta di conclusione su quanto è emerso fino ad oggi grazie ai vostri contributi, per rileggere assieme a voi i passaggi fondamentali, provando a dare delle risposte ma anche porre e porsi nuove domande, in vista dell'antologia che verrà pubblicata ad autunno e il cui ricavato andrà in beneficenza alla "Locanda dei Girasoli" di Roma
#pensodunquebloggodue - di conclusioni e ripartenze
Ed eccoci alla fine, alla conclusione di un Blogging Day iniziato a gennaio e che ha portato tutti noi, blogger di Snodi Pedagogici, in un viaggio che forse nemmeno ci aspettavamo.
Le prime tre tappe di un percorso che ci hanno accompagnato in riflessioni, stimoli e proposte di altri e che ognuno di noi ha tentato di ricucire nel primo #pensodunquebloggo.
A me personalmente sembrava già un ottimo risultato perché - considerando le fatiche e l'agitazione da scolaretti che stavano dietro ad ogni appuntamento - credevo avremmo terminato le nostre energie in quella prima tornata.
Che ci conducono direttamente a questo #pensodunquebloggodue, con il quale tentiamo una ricucitura dei temi affrontati in questo ultimo trimestre.
Rileggendo gli ultimi contributi mi è venuta in mente un'immagine che - secondo me - le racchiude.
Una moneta.
Una moneta chiamata Educazione la cui prima faccia è l'amore (sentimento fondamentale per la costruzione di una relazione che deve declinarsi in amore pedagogico se la relazione da costruire è di tipo educativo) e l'altra è il pericolo (perché il rischio di ogni educatore è di cedere al richiamo dell'onnipotenza, trasformandosi in un cattivo maestro).
Immaginando questo concetto nel mio quotidiano lavorativo riesco a scorgere innumerevoli episodio in cui ho dovuto coniugare questi due aspetti (l'amore pedagogico verso i miei utenti e l'attenzione al mio delirio di onnipotenza).
Innumerevoli? Praticamente ogni azione educativa che svolgo passa sotto queste due lenti d'osservazione, a voler ben guardare...
E dove sta la bellezza, vi chiederete?
Me lo sono chiesto anche io. E ho trovato la risposta rileggendo proprio Ogni scarafone è bello a mamma soja perché la Bellezza sta proprio nel risultato che possiamo osservare in ciò che facciamo.
Come Michelangelo, che nel blocco di marmo già intravedeva la statua che vi era nascosta liberandola dalle parti eccedenti.
Una bellezza che è frutto anche del nostro amore e dell'attenzione che poniamo al nostro essere onnipotenti, ma che è già insito nella persona che abbiamo di fronte.
E che noi possiamo solo trarre fuori (ex-ducere).
Genitori, insegnanti, politici, educatori, esseri umani... siamo tutti coinvolti come soggetti attivi nel processo di Educazione dell'altro come di noi stessi. Del mondo.
L'Educazione diventa compito e responsabilità di ognuno di noi.
A suo modo.
Per le proprie capacità.
Ma non è possibile abdicare.
O meglio: io scelgo di non abdicare.
Come educatore, padre ed essere di questo mondo.
Questo è, per me, il significato di questo percorso: cercare ogni strada per continuare a far risuonare la grancassa dell'Educazione perché tutti possano esserne richiamati ed attratti.
Ecco perché questo #pensodunquebloggodue non è un punto di arrivo.
Ma una nuova partenza.
Per nuove idee, percorsi e scambi di cultura educativa e pedagogica.
Dentro e fuori la rete.
Per dare voce a Tutti coloro che avranno voglia di partecipare, nei commenti o con altri contributi sui temi che verranno proposti.
I Blog Partecipanti:
La Bottega della Pedagogista di Vania Rigoni Ponti e Derive di Monica Cristina Massola Nessi Pedagogici di Manuela Fedeli E di Educazione di Anna Gatti assieme a un guest post di Alessia Zucchelli, collaboratrice del blog Bivio Pedagogico di Christian Sarno TraFantasiaSpazioAzione di Monica D'Alessandro Pozzi Labirinti Pedagogici di Alessandro Curti In Dialogo di Elisa Benzi Il Piccolo Doge di Sylvia Baldessari
"Non vuole lavare i denti, sta facendo scene dell'altro mondo. C'è fuori mezzo paese. Adesso chiamo i carabinieri e lo faccio portare in istituto. Non ce la faccio più..."
Clic.
La telefonata si chiude.
Tu richiami ma risponde la segreteria telefonica.
Una volta. Due volte. Tre. Quindici.
Sempre la segreteria.
Prendi la tua decisione. Guardi tua figlia (che non ha ancora 8 anni e si sta apprestando ad andare a letto) e le dici "Scusa piccola, devo uscire. Si tratta di un'emergenza." E poi parti.
Venti minuti d'auto durante i quali l'emotività, l'adrenalina e la lucidità professionale si mischiano. A tratti si confondono.
Pensi a tutti gli scenari possibili. Al paese che assiste allo scempio educativo. Ai carabinieri a cui dovrai probabilmente spiegare quanto accaduto (con tutti gli annessi e connessi). Alla mamma e al suo bimbo che "chissà come saranno messi...", all'intervento educativo che dovrai fare.
Perché questo è quello che stai andando a fare: un intervento educativo che non hai progettato, programmato e che dovrai agire entro i prossimi minuti.
Arrivi.
Di carabinieri e vicinato nemmeno l'ombra. Di urla e pianti nemmeno più l'eco.
Lui sta lavando i denti e lei lo sta aiutando.
Non è importante quello che dici o quello che fai. Non è questo il senso della narrazione.
Basta dire che cerchi di contenere la tua emotività (ma non troppo) e che ti preoccupi di tutto il sistema: madre, bimbo, vicinato... Con un occhio a quello che hai fatto fino ad ora, uno all'obiettivo di ora e di domani (quando li dovrai rincontrare!), uno agli obiettivi del servizio sociale e del tribunale.... e quanti occhi ha un educatore?
Tutti quelli appena citato più uno.
Perché quando tutto finisce ed esci da quella casa l'adrenalina cala.
E l'ultimo occhio si occupa di te lasciando uscire una microscopica (forse metaforica) lacrima.
Perché ti accorgi che la cosa più dolorosa di questa folle serata è quella frase.
"Scusa piccola, devo uscire. Si tratta di un'emergenza."
E ti accorgi che forse hai chiesto troppo. Non a te stesso, ma alla tua piccola. Che non ha ancora otto anni ma già deve fare i conti con le emergenze serali e le partenze improvvise.
Il guaio è che hai ancora venti minuti d'auto da percorrere per arrivare a casa. E che non potrai fare altro che pensare a quanto accaduto. Professionalmente e personalmente.
Emozioni, dubbi, sensi di colpa, valutazioni del tuo operato...
Poi torni a casa e l'abbracci.
"Sono tornato. Tutto a posto." dici, pensando all'emergenza che hai appena affrontato.
E lei ti risponde: "Si, tutto a posto papi." pensando a sé stessa.
Le dai il bacio della buona notte.
Torni sul divano e ti chiedi se merita un padre che la sera, invece di stare con lei, corre per altri bambini.
Una risposta arriva.
Merita questo padre che la ama tanto perché ha imparato ad amare anche altri bambini.
Il tema lanciato a luglio da Snodi Pedagogici è: #PEDAGOGICALERT
"Quali sono le zone oscure dell’educazione?
Quali elementi ci sono nell’educazione e nella pedagogia che, se non vengono valutati, portano l ‘azione educativa ad essere “pericolosa” per chi educa e ch è educato?
Chi sono i cattivi maestri?
Oppure la pedagogia può come disciplina, citando Marguerite Yourcenar, saper guardare nel buio con disobbedienza, ottimismo e avventatezza e scoprire strade inusitate?"
Buona lettura
#PEDAGOGICALERT - I lati oscuri dell'educazione
“Quando
vidi costui nel gran diserto..
….tu
se’ lo mio maestro e ‘l mio autore/
Tu
se’ solo colui da cu’ io tolsi/
Lo
bello stilo che m’ha fatto onore.”
(“Commedia”,
If. I - Dante Alighieri)
Non
smetto mai di figurarmi nella mente questa immagine della dantesca
Commedia, quando penso al rapporto educativo: un rapporto che è tale
perché chi viene educato riconosce in chi ha al suo fianco nel
cammino pedagogico-didattico un riferimento, una guida, un
“Virgilio”.
Il
riconoscimento è determinato dalla fiducia, un “profumo”
originato dal bagaglio di conoscenze e abilità che la guida può
trasmettere (“Tu se’ solo colui da cui io tolsi…”) per
perpetuare in modo sempre diverso coscienze le più libere e autonome
possibili: un bagaglio che, come un testimone in una corsa a
staffetta, la “guida” affida al “Dante” di turno (torna la
fiducia…), in modo che lo “smarrito Dante” possa sapersi
orientare nella “selva oscura” e magari uscirne.
Potrebbe,
tuttavia, rimanervi impigliato tra rametti di cipressi di Leyland e
cespugli di Rovi? Potrebbe non uscirne mai più da quel “bosco
senza luce”?
Sì,
ma in un caso: solo quando il “Virgilio” di turno (l’educatore…)
strumentalizza quella fiducia e in realtà affida al “Dante” non
una bussola, ma uno “narcisistico specchietto”, mediante cui
ritrovare solo se stesso e dipendere dal Virgilio senza mai “riveder
le stelle” in modo autonomo e critico.
Quando
un educatore, un maestro, un insegnante non affida al discente gli
strumenti in suo possesso (conoscenze e abilità) per spiccare il
volo, ma per restare impigliato in un rapporto di subalternità e
dipendenza, là il rapporto educativo vortica su se stesso, in una
“specchiata spirale” in cui docente e discente si riflettono per
cercare nell’altro quel qualcosa che dia senso alla propria
esistenza: come Lord Voldermort (cattivo maestro…) ed Harry
Potter nel finale della saga omonima, si lanciano da una finestra nel
vuoto, non per reciproco “affidarsi” consci che una rete ci sarà
a salvare le loro vite, ma per un sussulto di “disperata vitalità”,
che rasenta lo spegnimento di ogni facoltà emotivo-intellettiva fino
al cadere in un abisso senza fine, la perdita di sé, impelagati tra
flutti alti e marosi tumultuosi.
Non al
mare, ma al cielo, dovrebbero mirare discente e docente: come un
acrobata il discente, dopo aver rasentato la terra e respirato l’odor
di segatura dell’arena circense, lascia che l’altro nel sinuoso
volo lo prenda temporaneamente per mano, affinché spicchi il volo,
da solo, da sé…
“E
Montero Primo attaccava a salire la sua tela, ingollando e
ingollando, finché arrivava all’abbraccio del fratello…”1
Si
diventa Lord Voldemort, cattivo maestro, specie quando
l’educatore non ha fatto i conti con sé e cerca un senso in chi ha
di fronte, strumentalizzandolo per alimentare il proprio ego ancora
labile e lacunoso: difficile è essere Montero Secondo, che si fa
temporaneo strumento, provvisoria rampa di lancio, per permettere al
fratello di completare l’acrobatico esercizio.
“Libero, dritto
e sano è tuo arbitrio,
E fallo fora non
fare a suo senno:
perch’io te
sovra te corono e mitrio”.
(“Commedia”,
Pg. XXVII – Virgilio a Dante..)
Così Virgilio si
congeda.
Il suo compito è
terminato: Dante spiccherà il volo e “vedrà le stelle”.
Professore di Lettere alla Scuola Secondaria di I grado “Sandro Pertini” di Ponte nelle Alpi (BL), vivo da sei anni tra le “Scogliere di Dio” bellunesi, dopo averne trascorsi ventisei nell’Atene delle Puglie, Trani, terra dove mi sono laureato in Lettere moderne, indirizzo storico-sociale (2005) e ho conseguito l’abilitazione all’insegnamento (SSIS – Puglia, 2008). Ritrarre in “scatti di luce” la realtà (Instagram) e declinarla in 140 caratteri ( Twitter) sono il modo in cui vivo le humanae litterae del XXI secolo.
Tutti i contributi verranno divulgati dai blogger di Snodi Pedagogici, condivisi e commentati sui diversi social e raccolti a questolink
I blog che partecipano
Il Piccolo Doge di Sylvia Baldessari
Ponti e Derive di Monica Cristina Massola
Nessi Pedagogici di Manuerla Fedeli
E di Educazione di Anna Gatti
La Bottega della Pedagogista di Vania Rigoni
In Dialogo di Elisa Benzi
Bivio Pedagogico di Christian Sarno
Labirinti Pedagogici di Alessandro Curti
Tra Fantasia Pensiero Azione di Monica D'Alessandro Pozzi
I blogging day fanno parte di un progetto culturale organizzato e promosso da Snodi Pedagogici.
Questo avrà termine con l'estate e sfocerà in un'antologia dei contributi che verrà pubblicata sotto forma di ebook, il cui ricavato andrà in beneficenza alla Locanda dei Girasoli
Una volta finito il percorso di pubblicazione online, vari autori che hanno preso parte ai BDay, verranno contattati dalla redazione.
Qualcuno ha letto i miei post e - per questo - mi ha coinvolto chiedendomi di sottoscrivere la campagna.
Cosa che ho fatto senza dubbio alcuno.
Perché io conosco il senso ed il valore delle comunità di accoglienza.
Poi mi hanno chiesto di mandare un video: una registrazione in cui racconto perché ho sottoscritto quella campagna. Ma io mi vergogno. So a malapena scrivere, figuriamoci se so anche parlare in pubblico...
Forse lo farò, forse no (anche se qualcuno a me molto vicino continua a dirmi Mandalo!).
Ma intanto ho fatto quel che so fare (forse) meglio.
Scrivere.
Ed è qui che scrivo che non ho bisogno di #5buoneragioni per sostenere che le comunità di accoglienza devono continuare ad esistere.
Mi basta pensare alle centinaia di ragazzi che ho incontrato in quasi vent'anni di lavoro in comunità e mi vengono in mente molto più che #5buoneragioni.
Potrei fare i nomi, ma non mi basterebbe un post.
E non sarebbe interessante per coloro che leggono, perché le storie hanno senso solo se le conosciamo bene. Se le viviamo o se ci vengono raccontate...
Ecco perché io cerco di narrare ciò che faccio in educazione.
Non per me.
Non per i servizi.
Ma per loro: le storie (e le persone) che quotidianamente incontro e che vivo.
Perché l'educazione è un viaggio che si percorre insieme!
So che ci sono servizi che non funzionano, so che ci sono educatori che non fanno bene il loro lavoro (e non sono né meglio né peggio di quelli che vengono arrestati per pedofilia, maltrattamenti o incuria perché quando si ha a che fare con le persone non si scherza, non si può sbagliare!).
Ma so che ci sono preti che partecipano a festini a base di coca.
E non vuole dire che tutti i preti sono cocainomani.
So che ci sono cassiere del supermercato che rubato.
E non vuol dire che tutte le cassiere siano ladre.
So che ci sono dipendenti pubblici che non lavorano.
E non vuol dire che tutti i dipendenti pubblici siano dei fannulloni.
So che ci sono insegnanti che non hanno a cuore il processo di crescita dei loro studenti.
E non vuol dire che tutti gli insegnanti siano inetti.
So che ci sono genitori che non riescono/possono/vogliono crescere bene i loro figli.
E non vuol dire che tutti i genitori siano degli incapaci.
Al mondo ci sono un mucchio di luoghi comuni.
Alcuni giusti e alcuni sbagliati.
Poi ci sono un mucchio di storie.
Chi ha il potere di dire quali siano quelle giuste e quelle sbagliate?
Alcune sono silenziose ad esclusivo appannaggio di chi ha avuto la fortuna di viverle.
Altre le raccontano qui.
E sono interessanti da ascoltare.
(e vi consiglio di prestare particolare attenzione a ciò che dice Francesco...)
Il tema lanciato a giugno da Snodi Pedagogici è: #educazionEbellezza
"Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace.
Quale posto ha l'educazione al Bello nella nostra vita? Come siamo stati formati e come vogliamo formare i nostri ragazzi alla bellezza? Non è semplice educare a un concetto così soggettivo, ma è necessario, specialmente in un'epoca in cui, si dice, tutto è soggettivo e più nulla ha valore assoluto"
Buona lettura.
#educazionEbellezza - Abitare il proprio spazio
Voglio essere frivola, è giugno, il tema è perfetto, un’abbinata naturale specialmente nel nostro emisfero nord: estate & bellezza, esposizione dei corpi in libertà (già qualche perplessità mi nasce).
Assediati da articoli e servizi televisivi, pubblicità via web tutti orientati a illustrarci modalità varie per arrivare alla famosa prova bikini in forma perfetta, milioni di manualetti sul mangiare sano, infine come ogni anno parte la campagna politica sul magro è salute è bellezza è successo.
Chi controlla il peso è così potente da controllare la vita.Chi controlla il cibo è così forte da controllare la sua nutrizione.
Mi sono già auto-turbata, io decisamente arrodondata da qualche annetto, propensa a stare in salute e a nutrirmi bene.
Poi mentre preparavo il lavoro per lo studio, e nel riordinavo le carte e gli appunti, mi passan per le mani vecchi progetti e leggo: Abitare il proprio spazio.
Una vecchia cosa che avevo “sognato di realizzare” molti anni fa quando lavoravo come pedagogista in un gruppo di disabili intellettivi di circa 30anni: loro si apprestavano a entrare in un progetto di autonomia residenziale e io volevo sostenere le famiglie che erano molto angosciate che dopo anni di vita a occuparsi dei loro figli adesso dovevano trovare le forze per lasciarli andare.
Ma Abitare il proprio spazio era ed è un percorso di auto-riflessione su quale sia lo spazio: la casa o il proprio corpo?
Allora come oggi la più grande difficoltà è individuare il nostro spazio corporeo, riconoscerlo ed esplorarlo, amarlo e assaporarlo. I bambini e sopratutto i preadolescenti (e oltre) che vedo come specialista, ma anche dai confronti con le colleghe, sono sempre più dissociati nella dicotomia mente-corpo: o vanno male a scuola o hanno degli impacci motori, o sono con comportamenti non adeguati socialmente o non sanno leggere (dicono ogni volta i genitori…gli insegnanti).
L’essere umano è visualizzato dalla pedagogia clinica come unicità di anima e corpo. Lungo il percorso clinico, dall’incontro iniziale fino ad arrivare alla diagnosi, la corporeità della persona è tenuta in grande considerazione, essendo essa stessa il luogo in cui si esplicitano e si esprimono il senso, la traiettoria e la direzione di un’esistenza unica e irripetibile, di una storia di vita individuale e specifica. L’intervento rivolto alla persona in difficoltà tiene anch’esso in grande considerazione la corporeità quale dato immediato attraverso cui la persona comunica i propri bisogni, le proprie aspirazioni e costruisce il proprio progetto di vita. (cit. Gerardo Pistillo, Il corpo in pedagogia clinica, Ed. Magi 2012)
Partendo da queste parole con cui il collega apre nel libro all’importanza e centralità del corpo nei Metodi Pedagogico Clinici, vi chiedo anche voi come me reputate che in educazione lavorare sul corpo è il primo passaggio (e sottolineo a qualsiasi età) per mettere in moto il cambiamento auto-educativo della persona?
Che senso avrebbe non ripartire dalla propriocezione del corpo quando è nella sua conoscenza che sono celati i segreti degli apprendimenti?
E la bellezza allora in educazione cosa diventa?
Per me e per la mia esperienza professionale, è il condurre l’altro a riordinare il caos, riconoscendo prima i propri schemi e le proprie armonie, verificarne l’applicabilità pratica e infine memorizzarli per replicarli ogni volta che gli sarà necessario.
Vi faccio un esempio, una giovinetta dai modi raffinati con cui lavoravo tempo fa per delle difficoltà nel latino e sopratutto nella matematica continuava a dirmi, nei primi incontri, che doveva dimagrire. Allora abbiamo fatto un gioco di sagome: lei ha realizzato la mia ed io la sua. Solo quando ha posto la sagoma di se stessa sulla mia ha realizzato che lei era magra, perché “lei dottoressa non è obesa (sorridendo mi disse)”. Ovvio, con lei il lavoro fu aiutarla nell’imparare a osservarsi, osservare il mondo per individuarne le logiche e sviluppare l’attenzione e la concentrazione…come poteva cogliere le leggi della matematica e del latino se non coglieva né se stessa né il proprio habitat?!
Questo lavoro sul corpo, sull’estetica intesa come ordine personale, sulla passione verso l’arte dovrebbe essere alimentato dalla scuola che invece vedo sempre più orientarsi sulle valutazioni e competenze cognitive, ma come fa un bambino a imparare la geometria se non coglie le linee del suo corpo? come fa a riconoscere le lettere se non ha imparato ad osservare se stesso?
#educazioneBellezza per me è sostenere le persone nel momento in cui si guardano per la prima volta e si scoprono essere un opera estetica, si relazionano con passione verso il loro corpo. Non c’è più controllo ossessivo, c’è solo osservazione e curiosità; in quel momento i modelli con cui veniamo bombardati vengono guardati con distacco e non con aspirazione, il cibo diventa nutrizione, il corpo ritrova il piacere dei sensi.
"Il bello è una manifestazione di arcane leggi della natura, che senza l'apparizione di esso ci sarebbero rimaste eternamente celate.” (Goethe)
Per riflettere anche insieme ai vostri figli vi propongo questo video
Vania Rigoni, dottoressa in Scienze dell’Educazione, Pedagogista clinico e Mediatrice Familiare ma anche moglie, figlia e mamma bipede. Nella vita mi sono occupata di educazione e espressione creativa; la mia mission è “dare al mondo quello che vorrei ricevere”, proporre alle persone vie per auto-costruire la propria serenità. Ho un blog ww.bottegadellapedagogista.com su cui da anni cerco di portare le mie riflessioni fuori Firenze.
I blogging day fanno parte di un progetto culturale organizzato e promosso da Snodi Pedagogici.
Questo avrà termine con l'estate e sfocerà in un'antologia dei contributi che verrà pubblicata sotto forma di ebook, il cui ricavato andrà in beneficenza alla "Locanda dei Girasoli" ( http://www.lalocandadeigirasoli.it/ )
Una volta finito il percorso di pubblicazione online, vari autori che hanno preso parte ai BDay, verranno contattati dalla redazione
Il tema lanciato a giugno da Snodi Pedagogici è: #educazionEbellezza
"Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace.
Quale posto ha l'educazione al Bello nella nostra vita? Come siamo stati formati e come vogliamo formare i nostri ragazzi alla bellezza? Non è semplice educare a un concetto così soggettivo, ma è necessario, specialmente in un'epoca in cui, si dice, tutto è soggettivo e più nulla ha valore assoluto"
Buona lettura.
#educazionEbellezza - Ogni scarrafone è bello a mamma soja
Io sono un'educatrice e ho un super potere.
Certo, non un superpotere di quelli che ti salvano la vita quando sei appeso al cornicione di un palazzo, ma pur sempre un superpotere.
Che poi io di gente appesa al cornicione non ne ho mai vista, ma questa è un'altra storia.
Dicevo che ho un superpotere: trasformo i brutti in belli.
Ho scoperto di esserne capace anni fa quando lavoravo in una comunità per minori disadattati.
In comunità arrivavano ragazzi di ogni nazionalità a qualsiasi ora del giorno vestiti con poco, spesso sporchi, con tagli di capelli improbabili, con un sacchetto di plastica per valigia con dentro un documento gelosamente custodito e delle foto che ritraevano la famiglia.
Gli sguardi duri di uomini cresciuti troppo in fretta scandagliavano la nuova abitazione per cercare un angolo che potesse ricordare lontanamente la loro casa. Occhi bassi per non incrociare i miei, silenziosi nei movimenti come solo chi vuole scomparire può fare.
Ecco, così arrivava la maggior parte.
Faticosamente si cominciava a conoscere i ragazzi, a farli aprire, a ipotizzare un percorso da percorrere insieme.
Dopo qualche mese mi ritrovavo a guardare negli occhi dei ragazzi in jeans e maglietta, con capelli tagliati e ingellati, mi ritrovavo a sorridere e scherzare con loro.
Com'ero brava!
Il mio potere non conosceva confini.
Ora lavoro in un nido.
Pensavo di appendere al chiodo la mio super potere perché, si sa, i bambini son tutti belli.
SBAGLIATO!
Certo: ci sono cuccioli di uomo oggettivamente belli quasi da mangiarseli, ma esistono anche quelli in cui la genetica si è sentita – diciamocelo - quantomeno “creativa”.
Al nido non è un problema di taglio di capelli (molti non ne hanno), di abbigliamento o di atteggiamento, ma qualche volta siamo di fronte ad una buona dose di bruttezza.
Quella oggettiva forse?
Mi sono ritrovata quindi a rispolverare il mio super potere da eroina ed ecco che nel giro di poche settimane inizio a cogliere uno sguardo, una posa, un atteggiamento che fanno sembrare grazioso il bimbo.
Quella è la prima avvisaglia che la mutazione è quasi conclusa.
Da lì a poche settimane mi troverò un bambino bellissimo che ricordo essermi apparso brutto, ma non capisco dove.
Al nido racconto favole, continuamente, ma non ho mai detto nulla del mio super potere, forse perchè i bimbi crederebbero più in me che in loro; sotto sotto lo so che il super potere non l'ho io, ma le persone con cui lavoro quotidianamente: sono loro che riescono a educare il mio sguardo a non soffermarsi in superficie e a far affiorare il bello che c'è in loro.
Come Michelangelo, che nel blocco di marmo già intravedeva la statua che vi era nascosta liberandola dalle parti eccedenti.
Pensandoci bene questa è la vera favola: tutti noi abbiamo questo superpotere e appena capiamo che chi ci ama lo fa per ciòche siamo e non per comesiamo finiamo per vivere felici e contenti.
Sara Bonariva
educatrice da 20 anni, mamma da 8, moglie da 7.
Vivo costantemente lottando tra l'esuberanza di mio marito che adora fare voli pindarici e la mia irresistibile voglia di stare con i piedi ancorati a terra coltivando amorevolmente il mio orticello.
Non è un caso che non sopporti volare.
I blogging day fanno parte di un progetto culturale organizzato e promosso da Snodi Pedagogici.
Questo avrà termine con l'estate e sfocerà in un'antologia dei contributi che verrà pubblicata sotto forma di ebook, il cui ricavato andrà in beneficenza alla "Locanda dei Girasoli" ( http://www.lalocandadeigirasoli.it/ )
Una volta finito il percorso di pubblicazione online, vari autori che hanno preso parte ai BDay, verranno contattati dalla redazione
Capita a volte che, diventando grande, ti stacchi dalla tua famiglia d'origine e te ne vai in qualche parte del mondo a vivere. Magari non vicinissimo ai tuoi genitori, magari fisicamente non troppo lontano ma emotivamente distante...
Capita.
Ma non è che lo hai deciso prima. Progettato. Premeditato.
Capita e basta.
Di solito è una storia d'amore. Un lavoro che ti piace. Una casualità della vita.
Insomma: capita.
Poi il tempo passa e tu sei soddisfatto della tua vita. Del tuo lavoro. Della famiglia che ti sei creato. Della vita che hai [faticosamente] costruito.
Ma ti manca un pezzo. Una parte della tua famiglia.
Che spesso fai finta di non ricordare, di perdere nei meandri della tua quotidianità. Il turbinio del lavoro, gli impegni sociali e familiari...
Insomma ti perdi via.
Poi però capita qualcos'altro. Una frase. Un desiderio. Un bisogno che irrompono nella tua vita.
"Papi, andiamo a trovare i nonni. Mi mancano..."
E ti accorgi che ti manca un pezzo della tua famiglia.
O che se non manca a te, manca a qualcuno che per te è fondamentale.
Che è la TUA vita.
Poi nello stesso giorno capita anche altro.
Capita che leggi un articolo che racconta di tutti quei ragazzi che una famiglia non ce l'hanno. O se ce l'hanno... beh, qualche volta sarebbe stato meglio non ce l'avessero.
Perché così pensavi, quando lavoravi con loro. Per loro.
E spesso non si trattava solo di un lavoro.
Perché il lavoro te lo portavi a casa.
A volte solo emotivamente. Altre volte anche fisicamente...
Insomma: ti trovi a fare un parallelo.
Tra te [che la famiglia qualche volta l'hai schifata nella tua adolescenziale ribellione alla ricerca di un'autonomia] e loro [che avrebbero voluto una famiglia da schifare, invidiando la tua. Per quanto fosse difficile...].
E fai un bilancio.
Ricordi quando, prima dei tuoi diciotto anni, dicevi "Ah... quando sarò maggiorenne finalmente me ne potrò andare e stare finalmente bene!".
E poi i diciotto anni sono arrivati.
E qualcuno [tua madre] ti ha detto, aprendo la porta: "Ecco! Sei maggiorenne. Se vuoi andare quello è il mondo. Ti aspetta...".
E tu hai inghiottito il tuo orgoglio e la tua ribellione adolescenziale e hai chiuso la porta.
Restando dentro casa.
E forse in quel momento sei diventato un po' più uomo. Consapevole, ma solo un po', di quello che significava crescere...
Perché hai capito davvero il significato di quella frase solo qualche anno dopo. Quando un'altra porta si apriva per un neo maggiorenne e lui era lì, con gli occhi lucidi colmi di uno sguardo implorante.
"Non mi buttare in mezzo ad una strada..." diceva senza dirlo.
E tu? Cosa potevi fare?
Nulla... perché erano passati quei fatidici diciassetteanniundicimesiventinovegiorni e la maggiore età era arrivata.
Senza appello.
Senza la possibilità di dire "Scusate... Aspettate un attimo... Non sono pronto..."
Avresti solo voluto chiudere quella porta. Prima che il ragazzo con gli occhioni imploranti uscisse.
[E capita... magari... che ci scrivi anche un libro!]
Ma non era possibile.
La legge che [implacabile] avevi invocato quando volevi diventare autonomo si abbatteva [inesorabile] su qualcuno che non l'aveva chiesta.
Che da anni implorava di essere accudito. Curato. Coccolato.
E tu, che accudito curato e coccolato lo eri stato, un po' ti sei vergognato.
Come se avessi sputato nel piatto in cui avevi mangiato.
Ma non era colpa tua. Non lo era mai stato.
Tu eri stato un semplice adolescente che cercava di abbattere le regole che qualcuno aveva costruito per te.
Per ricostruirle e farle tue. Interiorizzarle e diventare un po' più adulto.
Un pezzo alla volta.
Perché nello stesso momento capita altro.
[Cavolo! Quattro avvenimenti nel giro di 24 ore!]
Capita che ti ritrovi a condurre una serata con un gruppo di genitori che dovranno fare i volontari all'Oratorio Estivo. E che dovranno "collaborare" con un gruppo di adolescenti nella gestione di un centinaio (probabilmente di più) di bambini/ragazzi.
E cosa fai?
Chiedi loro di fare un viaggio nel tempo e tornare a quando avevano 15 anni. E poi a trovare una parola che riassumesse quel momento.
E poi gli chiedi di traslare quegli stessi termini al giorno d'oggi. Nel loro mondo di adulti/genitori.
Con un pizzico di sorpresa si ritrovano a riflettere sul fatto che gli stessi termini, sebbene con sfumature differenti, abitano il loro presente.
E che tra loro e gli adolescenti cambia poco.
Solo la consapevolezza.
E che a quegli adolescenti - forse - possono chiedere meno di quello che avrebbero domandato.
Perché, come adulti consapevoli di quello che stanno affrontando, ricordando ciò che sono stati possono essere migliori in quello che sono oggi.
Tutto questo capita in poco tempo. Meno di 24 ore.
E tu [educatore-genitore-adulto-coordinatore] che fai?
Ti ritrovi a riflettere su quanto fosse sciocca [forse] la tua voglia di distaccarti dalla tua famiglia.
Ti fermi a guardare la tua nuova famiglia [sonnecchiante sul divano] e a ricordare la felicità di quando, qualche mezz'ora prima, hai gioito nel dire a tua figlia
"Sabato arriva tuo cugino. Sta qui con noi una settimana..."
E rivedi nei suoi occhi la stessa gioia di quando tua madre e tuo padre ti telefonato e ti dicono
"Domenica veniamo a pranzo da te!"
E ti ritrovi a immaginare che espressione quei ragazzi di diciassetteanniundicimesieventinovegiorni avrebbero davanti alla stessa frase.
E forse ti vergogni un po' di quello che sei stato.
Questo capita.
Oggi.
E mi chiedevo come
avrei vissuto se tu
e se quel "magone"
mi sarebbe mai "andato giù"!
(V. Rossi - Io no)
(una canzone che ha segnato un tempo... e che va sentita fino alla fine!)
Apparecchiare una scena educativa significa predisporre e agire dei rituali: delle azioni che concretamente segnino il passaggio in un tempo e spazio dalla qualità che essi stessi fanno intuire poter essere diversa, suscitando interesse, curiosità.Ed entrare in scena significa entrare in un contesto, essere ingaggiati in un’impresa fatta apposta per provocare cambiamenti.
ok guys... relax... be fine... don't worry!
Ecco una delle scene educative per me più nette, dirompenti e lampanti.
Sarà perché lavoro quotidianamente con bambini e adolescenti e quindi riesco ad immedesimarmi.
Sarà perché l'esplosione di energia che emerge da questo stralcio di film è contagiosa.
C'è la paura di affrontare un qualcosa di nuovo, sconosciuto e faticoso.
C'è la guida, la voce tranquillizzante che supporta, sostiene e indirizza.
C'è il gruppo, che anche se qualche volta ti invita a fare atti che da solo non faresti, in altre situazioni ti aiuta ad affrontare i tuoi limiti. Perché una paura divisa per dieci qualche volta fa un decimo di paura.
C'è la società, gli altri. Che ti guardano, qualche volta ti giudicano, ma spesso aspettano solo di vedere cosa sai fare.
C'è il binario, quel "lalalalala" tranquillizzante che però non limita, ma lancia verso il nuovo.
C'è l'educatore, che si mette in gioco in prima persona infondendo coraggio nell'educando. Ma che poi è capace di farsi da parte.
E sa stupirsi di quell'educando che supera il maestro.
In Italia c'è crisi e questa non è una novità. Una crisi economica e lavorativa che colpisce tutti i settori, produttivi e non.
Non è strano quindi, gironzolando per la rete, leggere post o commenti (soprattutto sui social) che trattano questo argomento.
Problemi ad erogare credito o microcredito soprattutto alle piccole e medie imprese, aumento delle tasse dirette ed indirette, tagli a tutti i settori pubblici...
Come sempre, in momenti di ristrettezze economiche come queste, il mondo del sociale è il primo a vedersi falcidiati i finanziamenti.
Come se il welfare non fosse una priorità.
Ma non è una lezione di politica economica che intendo fare. Non ne sarei capace nemmeno se volessi...
Leggo spesso - appunto sui social - educatori che lamentano la mancanza di lavoro, ragazzi che si sono laureati da uno o due anni che non sono ancora riusciti ad avere la prima esperienza professionale... con tutto quello che ne consegue: rivendicazioni sui titoli più o meno riconosciuti (con minacce di class action contro le università colpevoli di moltiplicare le possibilità formative senza adeguarsi al mercato del lavoro), aggressività verso 'altre professionalità' che (in nome della crisi) effettuano invasioni di campo ' rubando' il lavoro; corsi, microcorsi, kit, libri, cd ed audiocassette (queste per fortuna ormai no, sono scomparse) che promettono di farti raggiungere presto e bene il tanto agognato obiettivo di portare a casa lo stipendio a fine mese.
Premetto che da questo punto di vista mi sento un privilegiato perché la crisi (non diciamolo troppo ad alta voce!) non ha influito sulla mia attività professionale né oggi né mai da quando sono entrato nel mondo del lavoro.
E so che questa è una fortuna, che purtroppo non capita a tutti.
Non è quindi dal mio "piedistallo" che voglio distribuire consigli o perle di saggezza.
Come sempre attingo dalla mia esperienza, dall'osservazione di ciò (di chi) mi circonda.
Perché ho intorno a me persone che la crisi l'hanno sentita (e la sentono ancora): donne autonome che devono sobbarcarsi la gestione [economica] della loro vita senza nessun appoggio, padri di famiglia che sentono il senso di responsabilità verso i loro figli [e verso quelle madri di famiglia loro compagne/mogli che, da sole, non potrebbero garantire la sicurezza], coppie che arrancano nell'arrivare a fine mese perché le entrate sono nettamente diminuite... e tutti lavorano nel campo dell'educazione.
Da qui la domanda.
Si può campare di educazione?
Una risposta io ce l'ho ed è che si deve campare di educazione. Perché l'educazione è uno dei fondamenti della nostra società atta a garantire il miglioramento dell'individuo e del gruppo a cui appartiene. Perché chi l'educazione l'ha scelta come professione (dedicando sé stesso, appunto, alla società a cui appartiene) ha il diritto di vivere il resto della giornata (quella non professionale) con dignità e tranquillità.
Certo, ma come si fa a campare di educazione?
Qui sta il nodo della questione, il problema a cui bisogna trovare la soluzione.
Come si fa? Come si può galleggiare in un momento di crisi economica mondiale (si, mondiale, che non riguarda solo il nostro piccolo! non dimentichiamolo...)?
Io credo che la professione educativa debba essere considerata come un progetto educativo.
Perché la società cambia e di conseguenza cambiano i bisogno che noi educatori/pedagogisti dovremmo saper analizzare.
Perché il primo strumento di un progetto educativo è proprio l'educatore/pedagogista e quindi il soggetto deve osservare sé stesso e capire quali sono i suoi punti di forza, i suoi limiti, come declinarli in un'azione che porti [con tutte le variazioni in corso d'opera] all'obiettivo che si vuole raggiungere.
Perché la comunicazione è cambiata e di conseguenza anche i modi, i tempi e i luoghi dell'educazione ed allora occorre trovare nuove strategie, dare spazio alla propria creatività calandola nel setting che altri hanno costruito per noi.
Perché anche il sistema di dipendenze a cui apparteniamo probabilmente è variato ed occorre, forse, osservarne nuovamente le dinamiche e capire quali processi di autonomia/attaccamento stiamo portando avanti, e se sono ancora validi oppure no.
Questo dovrebbe saper fare un buon educatore. E questo, secondo me, è il modo con cui si dovrebbe affrontare la crisi del welfare.
Perché di educazione (come vediamo tristemente ogni giorno) c'è un gran bisogno.
Si deve solo trovare il modo di renderla produttiva, per noi e per gli altri.
p.s. quando incontrerò i colleghi che mi hanno suscitato queste riflessioni per ringraziarli di un nuovo insegnamento offrirò loro un ottimo ginger pedagogico. alla salute!