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mercoledì 22 ottobre 2014

La morsa: rischio d'impresa vs qualità professionale

Sembra di essere sempre stretti in una morsa.

Il privato sociale lotta per la sopravvivenza, rimbalzando tra una commessa e l'altra, partecipando a bandi "con offerta al ribasso", accettando incarichi che possono terminare dall'oggi al domani per le intemperanze degli utenti, accontentandosi di pacchetti ore risicati e che non contemplano (quasi mai, ma il quasi è d'obbligo) nemmeno un minuto retribuito per tutto il lavoro che non è a diretto contatto con l'utente.
Eppure gli educatori si lamentano, aprono lunghi thread di discussione sui social in cui demonizzano le cooperative perché non pagano abbastanza, non pagano regolarmente, non assumono a tempo indeterminato...

Gli Enti Pubblici - di contro - richiedono operatori di qualità, che sappiano affrontare situazioni complesse con professionalità e competenza. Doti che si acquisiscono solo con un adeguato titolo di studio e anni di esperienza. Però offrono (e non possono fare altrimenti, purtroppo, perché strangolati dai continui tagli economici imposti dall'alto) bandi "con offerta al ribasso", incarichi che possono terminare dall'oggi al domani per le intemperanze degli utenti, pacchetti ore risicati e che non contemplano (quasi mai, ma il quasi è d'obbligo) nemmeno un minuto retribuito per tutto il lavoro che non è a diretto contatto con l'utente.
Perché non possono permettersi di assumere educatori visto che costerebbero troppo e "un Ente pubblico non può assumersi il rischio d'impresa perché impresa non è".
E le cooperative devono accettare per sopravvivere.

Le "più furbette" assumono operatori senza un titolo adeguato o comunque inquadrati ad un livello inferiore a quello che spetterebbe loro dando ragione agli operatori che si lamentano di essere sfruttati.
Le "più corrette" accettano ciò che il mercato offre (cercando di salvaguardare la qualità professionale e la dignità individuale del lavoratore) dando così ragione a chi, nelle stanze dei bottoni, gioca al ribasso in un settore così delicato come il disagio sociale.

Come recita il detto Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca.

Chi perde in questa situazione?
Gli Enti Pubblici che non sempre riescono ad avere la qualità professionale che meriterebbero in un settore così delicato.
Le Cooperative e le Associazioni che faticano a sopravvivere perché troppo spesso si trovano costrette a scegliere tra il non poter offrire adeguata qualità (e quindi perdere posizione sul mercato) o il dover accettare vincoli che le strozzano (e quindi vedere minata quotidianamente la loro sopravvivenza).
Gli operatori (educatori in primis ma anche tutti quegli operatori sociali che ruotano attorno) perché non riescono ad avere condizioni lavorative tali da poter operare con la giusta tranquillità ottenendo il corretto corrispettivo (rinunciando talvolta ad una qualità della vita a cui avrebbero pieno diritto)
E gli utenti? Beh... in tutto questo discorso non si è ancora accennato agli utenti finali perché dovrebbe essere implicito l'obiettivo del loro benessere.

Quindi non si ha né la botte piena, né la moglie ubriaca...

Sembra di essere sempre stretti in una morsa.

E come si può uscire da questa empasse?
Restituendo valore al lavoro educativo come azione fondante dello sviluppo del benessere e della prevenzione del disagio sociale.
Restituendo dignità professionale e personale agli educatori che, come tutte le persone con cui lavorano, hanno diritto al benessere.
Restituendo agli operatori sociali le risorse necessarie per affrontare queste problematiche.

Cosa c'è di pedagogico in questo post?
La risposta non è complicata se si considera il mondo dell'educazione come un sistema complesso, non solo connotato da educatori, educandi ed interventi educativi.
Chi si ferma a questo primo livello, senza contemplare che questo è solo un aspetto di una complessità composta da molteplici attori, rischia di non avere una corretta visione del tutto.
Pensare all'educazione senza connetterla alla società, all'economia e alla politica non ci permetterebbe di affrontarla in modo congruente e professionale.

Dimenticando quindi la mission.


domenica 23 febbraio 2014

Di Educazione e Mal-Educazione a scuola

In attesa del blogging day del 27 febbraio che racconterà di pedagogia e scuola...



... come sempre ero in quella terza media, seduto di fronte ai ragazzi. Con un orecchio rivolto a quanto diceva la professoressa e con i restanti sensi ad osservare i ragazzi.
Lo faccio ormai da quasi tre anni.
Li guardo e vedo le loro reazioni alle suggestioni, alle spiegazioni, alle battute o ai rimproveri dei loro docenti.
Li osservo e vedo, quasi come un copione consumato dall'usura, il loro livello di educazione nei confronti del mondo adulto

Li vedo annaspare nel loro crescere e noto una discrepanza enorme: gli educati sono molto educati, i mal(dis)educati sono molto mal(dis)educati.

Difficilmente riesco a vedere una via di mezzo.

Non è questione di carattere o di esuberanza.
Ciò che contraddistingue gli uni dagli altri è il senso del limite.
Nonostante la stupidera caratteristica dell'età, la voglia di trasgredire, la ricerca dello svago, la noia o la fatica alcuni sanno quando fermarsi.
Riconoscono quando l'adulto chiede loro uno stop. E sono in grado di rispettarlo 
Sanno fermarsi, ricomporsi, contenersi.
Perché in fondo il loro senso del limite si basa sul rispetto dell'altro, giovane o adulto che sia.
E questo arriva dalla loro educazione.
Da nessun altro luogo.


Il 27 febbraio pubblicheremo i guest post relativi a Pedagogia&Scuola.
Seguite l'hashtag #pedagogiaescuola.

#educareè


sabato 25 maggio 2013

Quando la normalità diventa a-normalità


Questo mese sono vent'anni che faccio l'educatore.
Da due decenni opero nell'area del disagio.
Ho passato metà della mia vita in mezzo alle difficoltà (mie e altrui) cercando un modo per superarle, per uscirne, o quantomeno per non soccombervi.
Mi è venuta quindi una sorta di deformazione professionale. O l'antennina come la chiamo io.
Sono così abituato a scorgere e affrontare il disagio che ormai è lui stesso che viene da me.
Se sono in spiaggia posso star certo che il mio vicino di ombrellone mi racconterà del suo matrimonio infelice e della conseguente separazione conflittuale.
Se vado al supermercato so per certo che, carrelli in coda, mi toccherà sentire dei disturbi di apprendimento dei figli di chi mi sta davanti.
Se esco a cena con 'amici di amici' finirò la serata davanti ad un bicchiere di qualcosa parlando con qualcuno che mi racconta della sua infanzia travagliata.
Ormai lo so, è così che funziona.


Ma dopo vent'anni riesco ancora a stupirmi.
Di me stesso.
Ma soprattutto del mondo.
È da un paio di settimane che mi sono imbarcato in una nuova avventura personal-professionale.
Un gruppo di adolescenti.
Di quelli "normali" per chi (come me) è fin troppo abituato al disagio.
Non si tratta di puzza sotto il naso o di categorizzare. Sto semplicemente cercando di spiegare ciò che vivo.
È difficile definire ciò che è normale soprattutto per chi - come me - è abituato a considerare l'altro da me (il diverso) come una risorsa, come un qualcuno di cui non avere paura ma - anzi - da cui trarre conoscenza, insegnamento.

Chi è abituato ad un certo linguaggio, ad un determinato gergo tecnico che utilizza quotidianamente nella sua professione fatica ad esprimere concetti utilizzando un dizionario differente.
O forse - più semplicemente - è così abituato ad uno schema mentale che fatica ad uscirne.
Come tutti, peraltro.
Cerco allora di usare un linguaggio semplice, quello che potrebbe utilizzare la signora che abita due porte più in là.

Da un paio di settimane ho a che fare con un gruppo di adolescenti normali e mi sono stupito della loro normalità.
Ho riscoperto le risate fine a sé stesse, la possibilità di allontanarmi da loro un quarto d'ora senza dovermi preoccupare delle possibili conseguenze, la bellezza di proporre delle attività e vedere nei loro occhi l'entusiasmo e non la critica o il sospetto, mangiare insieme una pizza e bearmi del loro alzarsi per sparecchiare e riordinare a prescindere dalle mie indicazioni.

Può sembrare che la mia vita professionale sia deludente o massacrante.
Non è così.
È costellata da disagi gravi associati a sistemi familiari multiproblematici in situazioni sociali spesso al limite.
Per questo mi sto beando di questa esperienza differente dalla mia quotidianità, di questa parentesi nella normalità.

Dove mi sembra di imparare più che di insegnare.

So che la normalità non esiste. Che è una categoria insensata.
Ma mi piace godere di questa parentesi differente dalla mia quotidianità professionale.
Una nicchia "anormale" nella mia "normalità"?