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giovedì 12 giugno 2014

#educazionEbellezza - Abitare il proprio spazio

Il tema lanciato a giugno da Snodi Pedagogici è: #educazionEbellezza

"Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace. 

Quale posto ha l'educazione al Bello nella nostra vita? Come siamo stati formati e come vogliamo formare i nostri ragazzi alla bellezza? Non è semplice educare a un concetto così soggettivo, ma è necessario, specialmente in un'epoca in cui, si dice, tutto è soggettivo e più nulla ha valore assoluto"

Buona lettura.

#educazionEbellezza - Abitare il proprio spazio

Voglio essere frivola, è giugno, il tema è perfetto, un’abbinata naturale specialmente nel nostro emisfero nord: estate & bellezza, esposizione dei corpi in libertà (già qualche perplessità mi nasce). Assediati da articoli e servizi televisivi, pubblicità via web tutti orientati a illustrarci modalità varie per arrivare alla famosa prova bikini in forma perfetta, milioni di manualetti sul mangiare sano, infine come ogni anno parte la campagna politica sul magro è salute è bellezza è successo. Chi controlla il peso è così potente da controllare la vita.Chi controlla il cibo è così forte da controllare la sua nutrizione. Mi sono già auto-turbata, io decisamente arrodondata da qualche annetto, propensa a stare in salute e a nutrirmi bene. Poi mentre preparavo il lavoro per lo studio, e nel riordinavo le carte e gli appunti, mi passan per le mani vecchi progetti e leggo: Abitare il proprio spazio.
Una vecchia cosa che avevo “sognato di realizzare” molti anni fa quando lavoravo come pedagogista in un gruppo di disabili intellettivi di circa 30anni: loro si apprestavano a entrare in un progetto di autonomia residenziale e io volevo sostenere le famiglie che erano molto angosciate che dopo anni di vita a occuparsi dei loro figli adesso dovevano trovare le forze per lasciarli andare. Ma Abitare il proprio spazio era ed è un percorso di auto-riflessione su quale sia lo spazio: la casa o il proprio corpo? Allora come oggi la più grande difficoltà è individuare il nostro spazio corporeo, riconoscerlo ed esplorarlo, amarlo e assaporarlo. I bambini e sopratutto i preadolescenti (e oltre) che vedo come specialista, ma anche dai confronti con le colleghe, sono sempre più dissociati nella dicotomia mente-corpo: o vanno male a scuola o hanno degli impacci motori, o sono con comportamenti non adeguati socialmente o non sanno leggere (dicono ogni volta i genitori…gli insegnanti). L’essere umano è visualizzato dalla pedagogia clinica come unicità di anima e corpo. Lungo il percorso clinico, dall’incontro iniziale fino ad arrivare alla diagnosi, la corporeità della persona è tenuta in grande considerazione, essendo essa stessa il luogo in cui si esplicitano e si esprimono il senso, la traiettoria e la direzione di un’esistenza unica e irripetibile, di una storia di vita individuale e specifica. L’intervento rivolto alla persona in difficoltà tiene anch’esso in grande considerazione la corporeità quale dato immediato attraverso cui la persona comunica i propri bisogni, le proprie aspirazioni e costruisce il proprio progetto di vita. (cit. Gerardo Pistillo, Il corpo in pedagogia clinica, Ed. Magi 2012) Partendo da queste parole con cui il collega apre nel libro all’importanza e centralità del corpo nei Metodi Pedagogico Clinici, vi chiedo anche voi come me reputate che in educazione lavorare sul corpo è il primo passaggio (e sottolineo a qualsiasi età) per mettere in moto il cambiamento auto-educativo della persona? Che senso avrebbe non ripartire dalla propriocezione del corpo quando è nella sua conoscenza che sono celati i segreti degli apprendimenti? E la bellezza allora in educazione cosa diventa? Per me e per la mia esperienza professionale, è il condurre l’altro a riordinare il caos, riconoscendo prima i propri schemi e le proprie armonie, verificarne l’applicabilità pratica e infine memorizzarli per replicarli ogni volta che gli sarà necessario. Vi faccio un esempio, una giovinetta dai modi raffinati con cui lavoravo tempo fa per delle difficoltà nel latino e sopratutto nella matematica continuava a dirmi, nei primi incontri, che doveva dimagrire. Allora abbiamo fatto un gioco di sagome: lei ha realizzato la mia ed io la sua. Solo quando ha posto la sagoma di se stessa sulla mia ha realizzato che lei era magra, perché “lei dottoressa non è obesa (sorridendo mi disse)”. Ovvio, con lei il lavoro fu aiutarla nell’imparare a osservarsi, osservare il mondo per individuarne le logiche e sviluppare l’attenzione e la concentrazione…come poteva cogliere le leggi della matematica e del latino se non coglieva né se stessa né il proprio habitat?! Questo lavoro sul corpo, sull’estetica intesa come ordine personale, sulla passione verso l’arte dovrebbe essere alimentato dalla scuola che invece vedo sempre più orientarsi sulle valutazioni e competenze cognitive, ma come fa un bambino a imparare la geometria se non coglie le linee del suo corpo? come fa a riconoscere le lettere se non ha imparato ad osservare se stesso? #educazioneBellezza per me è sostenere le persone nel momento in cui si guardano per la prima volta e si scoprono essere un opera estetica, si relazionano con passione verso il loro corpo. Non c’è più controllo ossessivo, c’è solo osservazione e curiosità; in quel momento i modelli con cui veniamo bombardati vengono guardati con distacco e non con aspirazione, il cibo diventa nutrizione, il corpo ritrova il piacere dei sensi. "Il bello è una manifestazione di arcane leggi della natura, che senza l'apparizione di esso ci sarebbero rimaste eternamente celate.” (Goethe)
Per riflettere anche insieme ai vostri figli vi propongo questo video
Vania Rigoni, dottoressa in Scienze dell’Educazione, Pedagogista clinico e Mediatrice Familiare ma anche moglie, figlia e mamma bipede. Nella vita mi sono occupata di educazione e espressione creativa; la mia mission è “dare al mondo quello che vorrei ricevere”, proporre alle persone vie per auto-costruire la propria serenità. Ho un blog ww.bottegadellapedagogista.com su cui da anni cerco di portare le mie riflessioni fuori Firenze.
I blogging day fanno parte di un progetto culturale organizzato e promosso da Snodi Pedagogici.
Questo avrà termine con l'estate e sfocerà in un'antologia dei contributi che verrà pubblicata sotto forma di ebook, il cui ricavato andrà in beneficenza alla "Locanda dei Girasoli" ( http://www.lalocandadeigirasoli.it/ )
Una volta finito il percorso di pubblicazione online, vari autori che hanno preso parte ai BDay, verranno contattati dalla redazione
Blog partecipanti:

#educazionEbellezza - Ogni scarrafone è bello a mamma soja

Il tema lanciato a giugno da Snodi Pedagogici è: #educazionEbellezza

"Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace. 

Quale posto ha l'educazione al Bello nella nostra vita? Come siamo stati formati e come vogliamo formare i nostri ragazzi alla bellezza? Non è semplice educare a un concetto così soggettivo, ma è necessario, specialmente in un'epoca in cui, si dice, tutto è soggettivo e più nulla ha valore assoluto"

Buona lettura.

#educazionEbellezza - Ogni scarrafone è bello a mamma soja
Io sono un'educatrice e ho un super potere. 
Certo, non un superpotere di quelli che ti salvano la vita quando sei appeso al cornicione di un palazzo, ma pur sempre un superpotere. 
Che poi io di gente appesa al cornicione non ne ho mai vista, ma questa è un'altra storia. 
Dicevo che ho un superpotere: trasformo i brutti in belli. 
Ho scoperto di esserne capace anni fa quando lavoravo in una comunità per minori disadattati. 
In comunità arrivavano ragazzi di ogni nazionalità a qualsiasi ora del giorno vestiti con poco, spesso sporchi, con tagli di capelli improbabili, con un sacchetto di plastica per valigia con dentro un documento gelosamente custodito e delle foto che ritraevano la famiglia. 
Gli sguardi duri di uomini cresciuti troppo in fretta scandagliavano la nuova abitazione per cercare un angolo che potesse ricordare lontanamente la loro casa. Occhi bassi per non incrociare i miei, silenziosi nei movimenti come solo chi vuole scomparire può fare. 
Ecco, così arrivava la maggior parte. 
Faticosamente si cominciava a conoscere i ragazzi, a farli aprire, a ipotizzare un percorso da percorrere insieme. 
Dopo qualche mese mi ritrovavo a guardare negli occhi dei ragazzi in jeans e maglietta, con capelli tagliati e ingellati, mi ritrovavo a sorridere e scherzare con loro. 
Com'ero brava! 
Il mio potere non conosceva confini. 
Ora lavoro in un nido. 
Pensavo di appendere al chiodo la mio super potere perché, si sa, i bambini son tutti belli. 
SBAGLIATO! 
Certo: ci sono cuccioli di uomo oggettivamente belli quasi da mangiarseli, ma esistono anche quelli in cui la genetica si è sentita – diciamocelo - quantomeno “creativa”. 
Al nido non è un problema di taglio di capelli (molti non ne hanno), di abbigliamento o di atteggiamento, ma qualche volta siamo di fronte ad una buona dose di bruttezza. 
Quella oggettiva forse? 
Mi sono ritrovata quindi a rispolverare il mio super potere da eroina ed ecco che nel giro di poche settimane inizio a cogliere uno sguardo, una posa, un atteggiamento che fanno sembrare grazioso il bimbo. 
Quella è la prima avvisaglia che la mutazione è quasi conclusa. 
Da lì a poche settimane mi troverò un bambino bellissimo che ricordo essermi apparso brutto, ma non capisco dove. 
Al nido racconto favole, continuamente, ma non ho mai detto nulla del mio super potere, forse perchè i bimbi crederebbero più in me che in loro; sotto sotto lo so che il super potere non l'ho io, ma le persone con cui lavoro quotidianamente: sono loro che riescono a educare il mio sguardo a non soffermarsi in superficie e a far affiorare il bello che c'è in loro. 
Come Michelangelo, che nel blocco di marmo già intravedeva la statua che vi era nascosta liberandola dalle parti eccedenti. 
Pensandoci bene questa è la vera favola: tutti noi abbiamo questo superpotere e appena capiamo che chi ci ama lo fa per ciò che siamo e non per come siamo finiamo per vivere felici e contenti.
Sara Bonariva
educatrice da 20 anni, mamma da 8, moglie da 7.
Vivo costantemente lottando tra l'esuberanza di mio marito che adora fare voli pindarici e la mia irresistibile voglia di stare con i piedi ancorati a terra coltivando amorevolmente il mio orticello. 
Non è un caso che non sopporti volare.
I blogging day fanno parte di un progetto culturale organizzato e promosso da Snodi Pedagogici.
Questo avrà termine con l'estate e sfocerà in un'antologia dei contributi che verrà pubblicata sotto forma di ebook, il cui ricavato andrà in beneficenza alla "Locanda dei Girasoli" ( http://www.lalocandadeigirasoli.it/ )
Una volta finito il percorso di pubblicazione online, vari autori che hanno preso parte ai BDay, verranno contattati dalla redazione

mercoledì 4 giugno 2014

Quando ti manca un pezzo di famiglia...


Capita a volte che, diventando grande, ti stacchi dalla tua famiglia d'origine e te ne vai in qualche parte del mondo a vivere. Magari non vicinissimo ai tuoi genitori, magari fisicamente non troppo lontano ma emotivamente distante...
Capita.
Ma non è che lo hai deciso prima. Progettato. Premeditato.
Capita e basta.
Di solito è una storia d'amore. Un lavoro che ti piace. Una casualità della vita.
Insomma: capita.
Poi il tempo passa e tu sei soddisfatto della tua vita. Del tuo lavoro. Della famiglia che ti sei creato. Della vita che hai [faticosamente] costruito. 
Ma ti manca un pezzo. Una parte della tua famiglia.
Che spesso fai finta di non ricordare, di perdere nei meandri della tua quotidianità. Il turbinio del lavoro, gli impegni sociali e familiari... 
Insomma ti perdi via.
Poi però capita qualcos'altro. Una frase. Un desiderio. Un bisogno che irrompono nella tua vita.

"Papi, andiamo a trovare i nonni. Mi mancano..."

E ti accorgi che ti manca un pezzo della tua famiglia.
O che se non manca a te, manca a qualcuno che per te è fondamentale.
Che è la TUA vita.

Poi nello stesso giorno capita anche altro.
Capita che leggi un articolo che racconta di tutti quei ragazzi che una famiglia non ce l'hanno. O se ce l'hanno... beh, qualche volta sarebbe stato meglio non ce l'avessero. 
Perché così pensavi, quando lavoravi con loro. Per loro.
E spesso non si trattava solo di un lavoro. 
Perché il lavoro te lo portavi a casa. 
A volte solo emotivamente. Altre volte anche fisicamente...
Insomma: ti trovi a fare un parallelo. 
Tra te [che la famiglia qualche volta l'hai schifata nella tua adolescenziale ribellione alla ricerca di un'autonomia] e loro [che avrebbero voluto una famiglia da schifare, invidiando la tua. Per quanto fosse difficile...].


E fai un bilancio.
Ricordi quando, prima dei tuoi diciotto anni, dicevi "Ah... quando sarò maggiorenne finalmente me ne potrò andare e stare finalmente bene!". 
E poi i diciotto anni sono arrivati. 
E qualcuno [tua madre] ti ha detto, aprendo la porta: "Ecco! Sei maggiorenne. Se vuoi andare quello è il mondo. Ti aspetta...". 
E tu hai inghiottito il tuo orgoglio e la tua ribellione adolescenziale e hai chiuso la porta. 
Restando dentro casa.
E forse in quel momento sei diventato un po' più uomo. Consapevole, ma solo un po', di quello che significava crescere...
Perché hai capito davvero il significato di quella frase solo qualche anno dopo. Quando un'altra porta si apriva per un neo maggiorenne e lui era lì, con gli occhi lucidi colmi di uno sguardo implorante.
"Non mi buttare in mezzo ad una strada..." diceva senza dirlo.
E tu? Cosa potevi fare? 
Nulla... perché erano passati quei fatidici diciassetteanniundicimesiventinovegiorni e la maggiore età era arrivata.
Senza appello.
Senza la possibilità di dire "Scusate... Aspettate un attimo... Non sono pronto..."
Avresti solo voluto chiudere quella porta. Prima che il ragazzo con gli occhioni imploranti uscisse.
[E capita... magari... che ci scrivi anche un libro!]

Ma non era possibile.
La legge che [implacabile] avevi invocato quando volevi diventare autonomo si abbatteva [inesorabile] su qualcuno che non l'aveva chiesta.
Che da anni implorava di essere accudito. Curato. Coccolato.
E tu, che accudito curato e coccolato lo eri stato, un po' ti sei vergognato.
Come se avessi sputato nel piatto in cui avevi mangiato. 
Ma non era colpa tua. Non lo era mai stato.
Tu eri stato un semplice adolescente che cercava di abbattere le regole che qualcuno aveva costruito per te. 
Per ricostruirle e farle tue. Interiorizzarle e diventare un po' più adulto.
Un pezzo alla volta.

Perché nello stesso momento capita altro.
[Cavolo! Quattro avvenimenti nel giro di 24 ore!]
Capita che ti ritrovi a condurre una serata con un gruppo di genitori che dovranno fare i volontari all'Oratorio Estivo. E che dovranno "collaborare" con un gruppo di adolescenti nella gestione di un centinaio (probabilmente di più) di bambini/ragazzi.
E cosa fai?
Chiedi loro di fare un viaggio nel tempo e tornare a quando avevano 15 anni. E poi a trovare una parola che riassumesse quel momento.
E poi gli chiedi di traslare quegli stessi termini al giorno d'oggi. Nel loro mondo di adulti/genitori. 
Con un pizzico di sorpresa si ritrovano a riflettere sul fatto che gli stessi termini, sebbene con sfumature differenti, abitano il loro presente.
E che tra loro e gli adolescenti cambia poco.
Solo la consapevolezza.
E che a quegli adolescenti - forse - possono chiedere meno di quello che avrebbero domandato.
Perché, come adulti consapevoli di quello che stanno affrontando, ricordando ciò che sono stati possono essere migliori in quello che sono oggi.

Tutto questo capita in poco tempo. Meno di 24 ore.
E tu [educatore-genitore-adulto-coordinatore] che fai?
Ti ritrovi a riflettere su quanto fosse sciocca [forse] la tua voglia di distaccarti dalla tua famiglia. 
Ti fermi a guardare la tua nuova famiglia [sonnecchiante sul divano] e a ricordare la felicità di quando, qualche mezz'ora prima, hai gioito nel dire a tua figlia
"Sabato arriva tuo cugino. Sta qui con noi una settimana..."

E rivedi nei suoi occhi la stessa gioia di quando tua madre e tuo padre ti telefonato e ti dicono
"Domenica veniamo a pranzo da te!"
E ti ritrovi a immaginare che espressione quei ragazzi di diciassetteanniundicimesieventinovegiorni avrebbero davanti alla stessa frase.
E forse ti vergogni un po' di quello che sei stato.

Questo capita.
Oggi.


E mi chiedevo come
avrei vissuto se tu
e se quel "magone"
mi sarebbe mai "andato giù"!
(V. Rossi - Io no)



(una canzone che ha segnato un tempo... e che va sentita fino alla fine!)

venerdì 14 marzo 2014

Un post-it per Michele Serra

Ho letto il suo libro. 

Ho percorso, pagina per pagina, il rapporto problematico con il figlio tardo-adolescente sdraiato sulla sua stessa -sembra - incomprensibile età.
Ho cercato similitudini e differenze in questa lunga lettera che ha scritto a quel ragazzi nel tentativi di...

Di?

Ho poi scovato in rete commenti peda-socio-psico-educativi, riletture politiche dei messaggi ipotizzabili tra le righe.

Senza entrare nel merito della disanima politica, per la quale non ho le conoscenze necessarie mi limito a commentarlo come padre ed educatore: un completo fallimento su entrambi i fronti.

Terminata la lettura avevo solo voglia di scrivere io una lettera.
Non al figlio sdraiato, quanto al padre ripiegato su sé stesso.

Poi mi sono reso conto che sarebbe bastato un post-it.

"Svegliati, sei un padre! Smetti di scrivere e parla con tuo figlio!"


domenica 23 febbraio 2014

Di Educazione e Mal-Educazione a scuola

In attesa del blogging day del 27 febbraio che racconterà di pedagogia e scuola...



... come sempre ero in quella terza media, seduto di fronte ai ragazzi. Con un orecchio rivolto a quanto diceva la professoressa e con i restanti sensi ad osservare i ragazzi.
Lo faccio ormai da quasi tre anni.
Li guardo e vedo le loro reazioni alle suggestioni, alle spiegazioni, alle battute o ai rimproveri dei loro docenti.
Li osservo e vedo, quasi come un copione consumato dall'usura, il loro livello di educazione nei confronti del mondo adulto

Li vedo annaspare nel loro crescere e noto una discrepanza enorme: gli educati sono molto educati, i mal(dis)educati sono molto mal(dis)educati.

Difficilmente riesco a vedere una via di mezzo.

Non è questione di carattere o di esuberanza.
Ciò che contraddistingue gli uni dagli altri è il senso del limite.
Nonostante la stupidera caratteristica dell'età, la voglia di trasgredire, la ricerca dello svago, la noia o la fatica alcuni sanno quando fermarsi.
Riconoscono quando l'adulto chiede loro uno stop. E sono in grado di rispettarlo 
Sanno fermarsi, ricomporsi, contenersi.
Perché in fondo il loro senso del limite si basa sul rispetto dell'altro, giovane o adulto che sia.
E questo arriva dalla loro educazione.
Da nessun altro luogo.


Il 27 febbraio pubblicheremo i guest post relativi a Pedagogia&Scuola.
Seguite l'hashtag #pedagogiaescuola.

#educareè


domenica 16 febbraio 2014

...di ragazze "Bollate" di bullismo

Il video ha fatto il giro della rete. Tutti lo hanno visto, ne hanno parlato, hanno seguito le retroazioni successive...
Una bulla che pesta un'altra ragazza mentre viene filmata dai suoi amici-coetanei che la incitano, non la fermano, mettono il video in rete. 
Si urla allo scandalo per questo video.
Peccato che già cinque anni fa, sul cellulare di uno dei ragazzini ospiti della comunità in cui lavoravo, di video simili ne ho visti a decine: ragazzi che si picchiavano, ragazze che si menavano, bambini (i fratellini minori) che venivano incitati ad allenarsi in questa sorta di sport. Sempre filmati. Non ancora pubblicati in rete.
Ma già lì, tutti perfettamente identici a quello visto dal mondo del web.
Ragazzi per strada privi di una qualsiasi guida o controllo da parte degli adulti. Che nei video non ci sono mai. Come (spesso) anche nelle vite di quei ragazzi.
Con a disposizione solo la possibilità di fare Peer-Education. Senza valori morali, ma risultato di una strategia di apprendimento. Se i grandi non mi insegnano, imparo da solo.

A Bollate hanno parlato di bullismo. La ragazza bionda è stata catalogata.
Ma a me - che piace sempre guardare le cose da un'angolazione inusuale - quella ragazza non sembra un bulla. Quell'episodio non mi sembra un atto di bullismo.
Nel bullismo ci sono due soggetti coinvolti: il "bullo o istigatore" (sia esso singolo o gruppo) e la "vittima". Il primo perpetra atti violenti (fisici o psicologici) che recano danno al secondo.
Inoltre il bullismo si basa su tre principi: intenzionalità, persistenza nel tempo e asimmetria nella relazione. Vale a dire un'azione intenzionale eseguita al fine di arrecare danno alla vittima, continuata nei confronti di un particolare compagno, caratterizzata da uno squilibrio di potere tra chi compie l'azione e chi la subisce. (*)


L'episodio in questione, quindi, sembra essere di un altro tenore. 
Non sembra bullismo perché la vittima non assomiglia ad una vera vittima visto che la cronaca (e i compagni) raccontano quanto fosse stata lei a cominciare; non appare come una vera vittima perché non trovo asimmetria nella relazione. 
E l'aggressore sembra in una posizione di inferiorità, "costretta" all'uso della violenza fisica per rispondere ad un'aggressione (psicologica) subita, per vendicare un torto subito, per "ripulire" la sua immagine di fronte al gruppo, verso il quale (forse) si sente in difetto, in una posizione di inferiorità togliendo anche un'altra discriminante tipica del bullismo che vede l'aggressore come il leader carismatico del gruppo che - anzi - pare più interessato a godersi lo spettacolo piuttosto che ad esserne succube.

L'episodio che abbiamo visto a me pare molto più una scena di violenza. 
Violenza primitiva, primordiale, irrazionale. Una ragazza che non ha altri strumenti per affrontare la situazione che basarsi sulla superiorità fisica. Una violenza diretta, di tipo maschile, basata sulla corporeità piuttosto che indiretta, fondata sulla psiche, più tipicamente femminile. Una violenza che sembra anche abituale, ripetuta, troppo spesso utilizzata come risposta ad una provocazione, ad un'ingiustizia subita.
Una violenza forse ereditata? Frutto di un'educazione distorta?

La domanda che la società si è posta alla vista di quelle scene è stata "Dov'erano gli adulti?"
Già: dov'erano?
La scuola si è subito affrettata a prendere le distanze dall'accaduto; i genitori (o una parte di essi) sembravano dietro l'angolo ad attendere che "giustizia fosse fatta" in una sorta di alleanza al ribasso; la società si è sollevata urlando allo scandalo, indignata che certe cose possano succedere senza rendersi conto che quella ragazza ha lanciato una grande (e inconsapevole) richiesta di aiuto.
La domanda non è "Dov'erano gli adulti?"
La vera domanda è "Dove sono gli adulti? Cosa intendono fare?"

Dall'esperienza si dovrebbe apprendere. E tutti noi adulti dovremmo imparare che il nostro agito educativo deve essere intenzionale e preventivo.
Sappiamo quanto sia inutile chiudere il recinto dopo che i buoi sono scappati?

#educareè

sabato 15 giugno 2013

Il corpo: strumento di relazione o confine?


Every body.
Ogni corpo. Tutti i corpi.
Questo il tema degli oratori estivi: letture, giochi, attività e laboratori che diventano strumento per bambini e preadolescenti nella conoscenza e gestione del proprio corpo.
Un tema sempre attuale in una società in cui pubblicità, cultura televisiva, abitudini alimentari non sempre sono in linea con una corretta considerazione del nostro corpo.
Senza dimenticare che - per la religione - il corpo è anche il contenitore dell'anima.



Manca un pezzo però, secondo me.
Quale?
Se osserviamo più da vicino l'esperienza degli oratori - come mi sta capitando in questo periodo - ci accorgiamo che c'è un aspetto che rischia di essere dimenticato.
Chi gestisce, nel concreto, l'esperienza dell'oratorio?
Nel mio caso (come credo anche in molti altri visto quanto raccontato circa la giornata degli oratori a Milano e le conseguenti emozioni) da un gruppo di adolescenti.
Sono bravi, sono entusiasti, sono ispirati, sono attenti... 
Ma sono [e restano] adolescenti.
Con un loro corpo che devono imparare a [ri]conoscere ogni giorno perché in continuo mutamento.



Il corpo però non è solo un contenitore ma anche il confine e il tramite tra me e l'altro da me.

L'oratorio infatti è abitato da bambini e bambine dei primi anni di scuola che necessitano di un contenimento fisico e affettivo che li aiuti ad affrontare la nuova esperienza sociale in un contesto differente da quelli a cui sono stati abituati. Piangono, ti prendono per mano, ti si siedono sulle gambe, ti abbracciano... 
Ma questo luogo è anche attraversato da ragazzini che si stanno confrontando con i primi cambiamenti del loro corpo: la crescita della loro muscolatura, la competizione fisica con gli altri, l'immagine a volte più paffuta o infantile di quanto si vorrebbe.
Senza dimenticare che ci sono anche le ragazzine con il loro corpo che diventa femminile con il quale si devono confrontare ogni giorno, che oltre ai corpi dei loro papà o dei loro fratelli nei giochi da bambina cominciano a confrontarsi con "altri" corpi maschili (a volte nascosti, a volte esposti) facendo i primi conti e i primi esperimenti con l'utilizzo del linguaggio femminile nella relazione con il maschile.



E i nostri adolescenti come gestiscono tutto questo? Come sintonizzano la relazione già complicata con il proprio corpo insieme a tutti questi altri corpi?
Usano il corpo come tramite? Si ricordano che è anche un confine?
Ecco quindi che mi ritrovo a sottolineare loro un aspetto che ritengo fondamentale: va bene il concetto di "servizio" e di "essere a disposizione di" ma non si può prescindere dal rispetto del proprio spazio e del proprio corpo.

Il nostro corpo - oltre che importante strumento di relazione con gli altri - deve però anche essere il confine invalicabile della nostra persona.
Questo ho ricordato ai miei animatori.
Che il loro corpo è uno strumento ma non deve essere oltraggiato, offeso, sfruttato o sminuito. 
Perché Every Body vuol dire Ogni Corpo.
Quindi anche il loro.

sabato 25 maggio 2013

Quando la normalità diventa a-normalità


Questo mese sono vent'anni che faccio l'educatore.
Da due decenni opero nell'area del disagio.
Ho passato metà della mia vita in mezzo alle difficoltà (mie e altrui) cercando un modo per superarle, per uscirne, o quantomeno per non soccombervi.
Mi è venuta quindi una sorta di deformazione professionale. O l'antennina come la chiamo io.
Sono così abituato a scorgere e affrontare il disagio che ormai è lui stesso che viene da me.
Se sono in spiaggia posso star certo che il mio vicino di ombrellone mi racconterà del suo matrimonio infelice e della conseguente separazione conflittuale.
Se vado al supermercato so per certo che, carrelli in coda, mi toccherà sentire dei disturbi di apprendimento dei figli di chi mi sta davanti.
Se esco a cena con 'amici di amici' finirò la serata davanti ad un bicchiere di qualcosa parlando con qualcuno che mi racconta della sua infanzia travagliata.
Ormai lo so, è così che funziona.


Ma dopo vent'anni riesco ancora a stupirmi.
Di me stesso.
Ma soprattutto del mondo.
È da un paio di settimane che mi sono imbarcato in una nuova avventura personal-professionale.
Un gruppo di adolescenti.
Di quelli "normali" per chi (come me) è fin troppo abituato al disagio.
Non si tratta di puzza sotto il naso o di categorizzare. Sto semplicemente cercando di spiegare ciò che vivo.
È difficile definire ciò che è normale soprattutto per chi - come me - è abituato a considerare l'altro da me (il diverso) come una risorsa, come un qualcuno di cui non avere paura ma - anzi - da cui trarre conoscenza, insegnamento.

Chi è abituato ad un certo linguaggio, ad un determinato gergo tecnico che utilizza quotidianamente nella sua professione fatica ad esprimere concetti utilizzando un dizionario differente.
O forse - più semplicemente - è così abituato ad uno schema mentale che fatica ad uscirne.
Come tutti, peraltro.
Cerco allora di usare un linguaggio semplice, quello che potrebbe utilizzare la signora che abita due porte più in là.

Da un paio di settimane ho a che fare con un gruppo di adolescenti normali e mi sono stupito della loro normalità.
Ho riscoperto le risate fine a sé stesse, la possibilità di allontanarmi da loro un quarto d'ora senza dovermi preoccupare delle possibili conseguenze, la bellezza di proporre delle attività e vedere nei loro occhi l'entusiasmo e non la critica o il sospetto, mangiare insieme una pizza e bearmi del loro alzarsi per sparecchiare e riordinare a prescindere dalle mie indicazioni.

Può sembrare che la mia vita professionale sia deludente o massacrante.
Non è così.
È costellata da disagi gravi associati a sistemi familiari multiproblematici in situazioni sociali spesso al limite.
Per questo mi sto beando di questa esperienza differente dalla mia quotidianità, di questa parentesi nella normalità.

Dove mi sembra di imparare più che di insegnare.

So che la normalità non esiste. Che è una categoria insensata.
Ma mi piace godere di questa parentesi differente dalla mia quotidianità professionale.
Una nicchia "anormale" nella mia "normalità"?