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domenica 23 novembre 2014

La cultura pedagogica del terzo tipo

Ieri si è svolto a Voghera il Convegno "I primi 1000 giorni di vita" organizzato da Asilo Nido Ama Voghera. Insieme alla collega e amica Monica D'Alessandro Pozzi siamo stati invitati per un intervento inerente l'Educazione. Ecco l'estratto di ciò che abbiamo raccontato.


Educazione naturale vs Educazione professionale
La cultura pedagogica del terzo tipo
di Alessandro Curti e Monica D'Alessandro Pozzi

"Quando nasce un bambino non sempre nasce un genitore".

Non si diventa genitori nel momento in cui si concepisce un bambino: si diventa madri o padri nel momento in cui si sceglie di educare quel bambino.
Ma da dove nasce la cultura pedagogica che ci sostiene nel complesso compito di educare i propri figli? Da dove si attingono risorse e saperi da tradurre in agiti pedagogici?
L'educazione nasce naturale e nel passato la trasmissione dei saperi avveniva nelle famiglie allargate: erano l'esempio e le esperienze vissute e narrate da nonni, genitori e zii che formavano i novelli genitori e li trasformavano da “educandi” (nel loro ruolo di figli) ad “educatori” (nel loro nuovo ruolo di madre e padre).
Le trasformazioni sociali hanno però fatto sempre più scomparire questi grandi clan familiari che si sostenevano e aiutavano vicendevolmente. La necessità di portare a casa due stipendi per far fronte alle nuove necessità economiche e l'allungamento del ciclo produttivo che allontana sempre di più il momento dell'uscita dal mondo del lavoro hanno diminuito il tempo a disposizione dei figli rendendo necessaria la nascita dell'educazione professionale in sostituzione di quella naturale.
Genitori e nonni ancora e troppo impiegati nel mondo del lavoro hanno sollecitato la nascita di servizi educativi a cui delegare il compito di cura ed educazione della prole.
La necessaria formazione di “educazioni professionali” è stata demandata a scuole ed università che attingendo ai saperi filosofici, pedagogici e psicologici hanno creato una cultura apparentemente “alta” non a misura di genitore.
Asili nido, scuole di ogni ordine e grado, servizi ricreativi ed educativi, società sporitve, oratori hanno assunto il compito di sostituire il ruolo genitoriale nella quotidianità.
Nulla di nuovo: solo una descrizione – forse nemmeno troppo originale – della situazione in cui viviamo oggi.
Il processo però porta con sé dei rischi.
La professionalizzazione dell'educazione è evidentemente necessaria, per evitare che “chiunque” si improvvisi in una mansione così importante senza avere gli strumenti idonei ad esperirla ma, dall'altro lato, rischia di indurre gli operatori a peccare di superiorità rispetto alla famiglia relegandola ad un ruolo marginale.
D'altro canto i genitori, attraverso la decisione più o meno volontaria di delegare la cura dei propri figli a dei professionisti, si sentono delegittimati e depauperati del loro ruolo naturale e rischiano di peccare in “eccesso di delega” sollevandosi dall'incarico di assunzione di responsabilità.
Sembra che in questo momento, quindi, sia necessario ritrovare una connessione tra educazione naturale e professionale che si stanno allontanando perdendo la giusta complementarietà ed alleanza per restituire il valore di cura ad ogni soggetto coinvolto e costruire una cultura pedagogica che sia in grado di fondere il sapere pedagogico con le prassi educative quotidiane.
Ma dove si può ritrovare un luogo in cui la “trasmissione del sapere” sia possibile se “il cortile” di una volta non esiste più? Se non esistono spazi di condivisione e di c-costruzione e di scambio?
La risposta viene dalla rete: un luogo virtuale dove la condivisione è possibile a dispetto della vicinanza fisica. Espressione di questa necessità di scambio è la nascita di infiniti blog, piattaforme, forum in cui tecno-madri e tecno-padri cercano occasioni formative e di supporto al ruolo educativo ponendo domande e fornendo tentativi di risposte.
Il mondo dell'educazione naturale e di quella professionale però sembrano restare ancora molto distanti e distaccati perché manca, a mio parere, la costruzione di un linguaggio comune che faciliti il dialogo. I professionisti dell'educazione, per necessità o per vanto, utilizzano ancora un linguaggio tecnico (e a volte poco concreto) che non viene riconosciuto dalle famiglie come utile ai bisogni (espressi o latenti che siano) nel tentativo (forse?) di mantenere quella superiorità intellettuale che conferma la necessità della sua presenza nel pieno rispetto di quella legge sistemica che afferma che un sistema lavora per la sua sopravvivenza a discapito degli altri sistemi.
Anche questo intervento, provocatoriamente, vuole indurre questo pensiero.
Per stuzzicare in ognuno di noi quella sensazione di deja-vu che porta gli educatori naturali a pensare “Ecco: un altro spocchioso tecnico dell'educazione che ci vuole insegnare come si educano i nostri figli” e gli educatori professionali a sentirsi tranquilli nella condivisione di un linguaggio che appartiene loro e che ne conferma l'esistenza.
Ma io, oltre ad essere un educatore ed un pedagogista, sono anche un genitore. Sono quello che un collega e amico definisce “educatore del terzo tipo” cioè colui che si occupa di educazione professionale e naturale.
E so per esperienza che tra i due mi risulta più semplice il ruolo professionale perché quello naturale mi crea quell'ansia e quel timore che accomunano tutti i genitori di questo millennio.
La risorsa, credo, è proprio quella di accomunare i due saperi – ciò che ho studiato e ciò che ho imparato nel rapporto con altri genitori, primi fra tutti i miei e che ho vissuto come figlio – nel tentativo di offrire a mia figlia il padre migliore che riesco ad essere.

E in tema di accomunare i saperi voglio soffermarmi sul pensiero che molti genitori si trovano ad affrontare quando riconoscono, per differenti e spesso urgenti motivi (il rientro lavoro, ad esempio), di dover “lasciare” il proprio bambino o la propria bambina, letteralmente nelle mani di “altri”.
E anche in questo caso il confronto tra chi ci è già passato è motivo di rassicurazione e confronto; il dialogo promuove buone prassi educative, aiuta a mettersi in discussione; difficile trovare ogni volta una risposta “univoca”( credo davvero che sia difficile trovarne una che vada bene per tutti. E questo viene confermato sia dall'educazione al naturale che da quella professionale...siamo soliti e coscienti nel dire che ogni bambino e ogni bambina sono a sé, unici).
Succede anche di mettersi online per capire, scovare”ricette” per comprendere meglio “il come e cosa fare”.
Alla fine arriva l'invito ad un incontro davanti a un caffè; il famoso caffè pedagogico. E il ritorno dall'esperienza virtuale, la conoscenza o i dubbi, vengono condivisi di nuovo nel piccolo, nel “cortile”, nell'ingresso all'asilo,da cui si era partiti per diventare piazza.
Condividere davvero la scelta educativa dei nostri figli con chi si occupa di loro è un atto di grande fiducia. Significa dare senso e portare avanti un “progetto educativo” che viene calato nella quotidianità.
“Se all'asilo ormai sono capace di mangiare da solo...prova anche a casa a lasciarmi il cucchiaio, anche se sporco un po' in giro, ma ce la faccio”; potrebbe essere una risposta “pensata”, non riuscirebbe ancora, forse a dirla di un bambino o una bambina alla prime cucchiaiate. Un pensiero di “connessione” tra un piccolo e un grande che provano a dialogare.
Il piccolo prova con il suo disappunto a dire”no, ce la faccio io”. Il grande, davanti a questa “ribellione”, trova aiuto e dialogo con l'educatrice di riferimento che gli spiega che il momento è arrivato “lascialo fare”.

Da qui comincia un cammino tra persone che si interrogano e provano a offrire gioia a chi con fiducia condivide momenti di vita con noi, educatori , mi piace dire, al confine. Un confine labile che trova soluzioni con e insieme all'altro. E si cresce, “virtualmente e non”.


Partecipare, come Educatori e Consulenti Pedagogici, ad un Convegno in qualità di professionisti riconosciuti accanto a Pediatri, Neuropsichiatri Infantili, Infermieri, Nutrizionisti e Assistenti Sociali è stato certamente importante ma, ancora più importante per me, è stato trovare (e ri-trovare) un clima di progettazione e di scambio di visioni pedagogiche che da un po' mi mancava.
Un ringraziamento particolare a Monica ed Elisa (soprattutto per il caffé e le risate).

E a Sara che fa tutto questo per amore.

mercoledì 19 novembre 2014

Riecco Snodi; partecipazione alla conferenza “I primi mille giorni di vita”

Dopo aver rimandato, causa maltempo, la presentazione del libro “Padri imperfetti” di Alessandro Curti, organizzato da CulturAma Associazione Culturale Polivalente presso il caffè Leon d’Oro a Voghera, questo sabato, 22 novembre Snodi Pedagogici sarà ancora protagonista  del “pedagogico” .
La conferenza “I primi mille giorni di vita” organizzata dall’Asilo Nido Studio AMA, da poco diventata impresa sociale, di Voghera con il patrocinio della Provincia e dell’Asl di Pavia e del Comune di Voghera, vedrà come protagonisti differenti relatori accomunati dal “prendersi cura” dei bambini e delle bambine in questa importante e delicata fase della vita. 
Saranno presenti: 
  • il Dr. Alberto Chiara, Primario della pediatria dell’ospedale di Voghera, 
  • il Dr. Enrico Contri del Progetto Manovre Disostruzione pediatrice dell’Associazione “Pavia nel Cuore”, 
  • la Dr.ssa Giulia Castellani, referente del reparto della Neuropsichiatria dell’Infanzia e del’Adolescenza di Voghera, 
  • la Dr.ssa Antonella Albrigoni, Assistente Sociale dell’Asl di Pavia, 
  • la Dr.ssa Carla Torti, dietologa dell’Asl di Pavia,
  • la Dott.ssa Monica D'Alessandro Pozzi che insieme a me porterà un contributo sulla condivisione del sapere pedagogico, oggi, attraverso la rete e non solo.

A moderare gli interventi il Dr. Fabrizio Brusorio dello Studio AMA che insieme alla moglie, l’educatrice Giuliana Cadorna, da tempo desideravano un confronto e un dialogo per “aprire” , non solo fisicamente, ma attraverso il pensiero e il contatto le porte che l’asilo nido Ama ogni giorno apre ai bambini e alle famiglie.
Dunque, l’appuntamento è per sabato 22 novembre alle ore 16:00 presso la sala Rosa della Fondazione Adolescere, v.le della repubblica 25 a Voghera. Massimiliano Alloisio (chitarra) e Loris Stefanuto (percussioni) saranno protagonisti dell’intrattenimento musicale mentre si potranno gustare alcuni dei “piatti dei bambini” a cura della ristorazione Concordia.
E non dimentichiamoci che questa è la settimana dei “Diritti dell’infanzia e dell’adolescenza” approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989. In quegli stessi giorni a Berlino cadeva il muro…e da tempo i mattoni dentro i “muri” dell’educazione e della pedagogia cercano “aria e spazio”.

mercoledì 5 novembre 2014

...di paternità ed educazione

Un nuovo appuntamento a Voghera.
Grazie all'Associazione Culturale Polivalente CulturAma e a Snodi Pedagogici

Per chi vuole partecipare ad una serata in cui confrontarsi su paternità ed educazione.


mercoledì 27 agosto 2014

#pensodunquebloggo2 - di conclusioni e ripartenze

Il 28 agosto i blogger del gruppo Snodi Pedagogici scriveranno e pubblicheranno una serie di articoli, sui propri blog, inerenti ai blogging day già pubblicati:

Una sorta di conclusione su quanto è emerso fino ad oggi grazie ai vostri contributi, per rileggere assieme a voi i passaggi fondamentali, provando a dare delle risposte ma anche porre e porsi nuove domande, in vista dell'antologia che verrà pubblicata ad autunno e il cui ricavato andrà in beneficenza alla "Locanda dei Girasoli" di Roma
Gli articoli verranno pubblicati sui diversi social con‪#‎Pensodunquebloggodue‬ e raccolti sul sito di Snodi Pedagogici

#pensodunquebloggodue - di conclusioni e ripartenze

Ed eccoci alla fine, alla conclusione di un Blogging Day iniziato a gennaio e che ha portato tutti noi, blogger di Snodi Pedagogici, in un viaggio che forse nemmeno ci aspettavamo.
I primi tre appuntamenti hanno riguardato l'educazione naturale, le connessioni tra pedagogia e scuola, e i possibili link tra pedagogia e politica (il secondo post ospitato da questo blog sul tema lo trovate qui).
Le prime tre tappe di un percorso che ci hanno accompagnato in riflessioni, stimoli e proposte di altri e che ognuno di noi ha tentato di ricucire nel primo #pensodunquebloggo.

A me personalmente sembrava già un ottimo risultato perché - considerando le fatiche e l'agitazione da scolaretti che stavano dietro ad ogni appuntamento - credevo avremmo terminato le nostre energie in quella prima tornata.
Ma noi Edu-Blogger siamo gente cocciuta.
O incosciente.

Ed ecco che allora siamo partiti con i tre appuntamenti successivi: educazione e amore, educazione e bellezza (anche questo bissato qui) e i lati oscuri dell'educazione
Che ci conducono direttamente a questo #pensodunquebloggodue, con il quale tentiamo una ricucitura dei temi affrontati in questo ultimo trimestre.
Rileggendo gli ultimi contributi mi è venuta in mente un'immagine che - secondo me - le racchiude.
Una moneta. 

Una moneta chiamata Educazione la cui prima faccia è l'amore (sentimento fondamentale per la costruzione di una relazione che deve declinarsi in amore pedagogico se la relazione da costruire è di tipo educativo) e l'altra è il pericolo (perché il rischio di ogni educatore è di cedere al richiamo dell'onnipotenza, trasformandosi in un cattivo maestro). 
Immaginando questo concetto nel mio quotidiano lavorativo riesco a scorgere innumerevoli episodio in cui ho dovuto coniugare questi due aspetti (l'amore pedagogico verso i miei utenti e l'attenzione al mio delirio di onnipotenza).
Innumerevoli? Praticamente ogni azione educativa che svolgo passa sotto queste due lenti d'osservazione, a voler ben guardare...
E dove sta la bellezza, vi chiederete?
Me lo sono chiesto anche io. E ho trovato la risposta rileggendo proprio Ogni scarafone è bello a mamma soja perché la Bellezza sta proprio nel risultato che possiamo osservare in ciò che facciamo.

Come Michelangelo, che nel blocco di marmo già intravedeva la statua che vi era nascosta liberandola dalle parti eccedenti. 
Una bellezza che è frutto anche del nostro amore e dell'attenzione che poniamo al nostro essere onnipotenti, ma che è già insito nella persona che abbiamo di fronte. 
E che noi possiamo solo trarre fuori (ex-ducere).

Genitori, insegnanti, politici, educatori, esseri umani... siamo tutti coinvolti come soggetti attivi nel processo di Educazione dell'altro come di noi stessi. Del mondo. 
L'Educazione diventa compito e responsabilità di ognuno di noi. 
A suo modo. 
Per le proprie capacità.
Ma non è possibile abdicare.
O meglio: io scelgo di non abdicare.
Come educatore, padre ed essere di questo mondo.

Questo è, per me, il significato di questo percorso: cercare ogni strada per continuare a far risuonare la grancassa dell'Educazione perché tutti possano esserne richiamati ed attratti.
Ecco perché questo #pensodunquebloggodue non è un punto di arrivo.
Ma una nuova partenza.
Per nuove idee, percorsi e scambi di cultura educativa e pedagogica.
Dentro e fuori la rete.

Per dare voce a Tutti coloro che avranno voglia di partecipare, nei commenti o con altri contributi sui temi che verranno proposti.




I Blog Partecipanti:

La Bottega della Pedagogista di Vania Rigoni
Ponti e Derive di Monica Cristina Massola
Nessi Pedagogici di Manuela Fedeli
E di Educazione di Anna Gatti assieme a un guest post di Alessia Zucchelli, collaboratrice del blog
Bivio Pedagogico di Christian Sarno
TraFantasiaSpazioAzione di Monica D'Alessandro Pozzi
Labirinti Pedagogici di Alessandro Curti
In Dialogo di Elisa Benzi
Il Piccolo Doge di Sylvia Baldessari

sabato 19 luglio 2014

Riflessioni dopo #pedagogicalert (il B-day)

Il blogging day è appena passato, i post stanno girando in rete e riceveranno (forse) qualche commento, saranno (mi piace pensarlo) da stimolo per qualche educatore e/o pedagogista.
Il tema #pedagogicalert (di cui trovate qui tutti i contributi) mi è sembrato interessante...

Noi blogger che ospitiamo i contributi di altri siamo abituati, ad ogni blogging day, a ricordarci quanto sia stato faticoso star dietro a tutto. Ricevere i contributi, leggerli, selezionarli, suddividerli tra noi... e poi rincorrere qualche autore perché non ha mandato biografia e foto, inserire i permalink sul sito di Snodi Pedagogici fino all'ultimo minuto, coordinarci per la pubblicazione tutti insieme - a dispetto di quello che stiamo facendo, di dove siamo, di quali impegni abbiamo... - verificare che tutto funzioni, condividere, twittare, googlare, LinkedInare, facebookare... insomma, rendere visibili i contributi il più possibile.
Ma ci piace anche compiacerci, raccontarci quanto il blogging day sia stato bello, quanto profondi e stimolanti siano stati i contributi... Certo, sta nella natura umana provare piacere in quello che si fa.
Gratuitamente peraltro.
O quasi.
Perché un guadagno c'è!

Alcuni di noi (i più geek, direi) controllano le statistiche, analizzano le fluttuazioni degli accessi ai blog in concomitanza dell'evento, mettono in connessione con altri post, con altri blogging day... E fanno bene: perché quei numeri sono il risultato delle fatiche comuni e ci narrano quanto la divulgazione pedagogica abbia (o meno) avuto successo. Che è poi il nostro obiettivo.
Io no.
Io mi limito a leggere gli altrui contributi e a coglierne dei suggerimenti per la mia professione.

E devo dire che questo è stato proprio un bel blogging day.

Mi è piaciuto. Più di altri forse... Forse...

Mi ha fatto riflettere su alcune cose che, nella mia vita professionale, sono molto importanti e - benché io le tenga sempre in considerazione - devo ricordarmi di non dimenticarle mai.
Ma veramente Mai!

Intanto che la relazione educativa non può mai essere distaccata dal setting in cui si è inseriti.
Nei diversi contributi (che altro non sono se non narrazioni delle nostre prassi quotidiani) si attraversano luoghi educativi differenti, ma si pone sempre molta attenzione alla relazione tra educatore ed educando. 
Corretto, ovviamente, ma non a discapito del tutto che ci circonda.
Provo ad immaginarmi in una relazione educativa con uno (dei tanti) ragazzini che seguo. Uno qualsiasi...
Un capriccio o una trasgressione ad una regola che peso hanno se sono agiti nella sua abitazione (dove siamo presenti solo io e lui) o in un supermercato (mentre compriamo l'acqua per sua madre?). Le mie reazioni sarebbero identiche?
Ovviamente no - mi viene da dire - perché in ogni luogo ci sono delle regole di contesto differenti e sulla base [anche] di queste devo costruire il mio intervento. 
E all'interno dello stesso "luogo" anche la presenza (o assenza) di altri attori modifica il mio intervento educativo.
E di conseguenza la relazione comunicativa che ho con il mio ragazzetto.
La presenza (o assenza) di un genitore, di un fratello, di un amico, di un qualsiasi altro elemento del suo sistema familiare o sociale deve necessariamente modificare la mia intenzionalità educativa, pur nel mantenimento dell'obiettivo che voglio raggiungere.
Chiaro?
Credo di no. Ma tant'è...

Inoltre la relazione educativa non può mai prescindere dalla storia e dall'educazione dell'educatore.
Una delle domande che più mi ha colpito nei contributi di #pedagogicalert è stata "Dove finisce la regola e comincia il libero arbitrio?"
Come dire: quanto ci metto di me come persona? E quanto è positivo quel che ci metto di me come persona?
Uno dei lati oscuri dell'educazione più evidenziato sembra emergere quando l'educatore pone al centro della relazione sé stesso (e i propri bisogni di autovalutazione) invece dell'utente. Quando il trarre fuori si trasformare in inculcare.
Quanto è sottile la border-line (termine scelto non a caso) tra la richiesta di rispetto di una regola e l'asservimento dell'altro a me? Quanto io come educatore rischio, nel tentativo di trasmettere regole e contesti sociali, di esagerare e trasferire le mie credenze e i miei miti?
Mi viene in mente, a questo proposito, un episodio accaduto non più tardi di una settimana fa.
Oratorio estivo. Un bimbo dice una parolaccia "un po' troppo grossa" ed io intervengo. Alla scena è presente un animatore, uno di quegli adolescenti che dedicano la loro estate al servizio di qualcuno più piccolo di lui per farlo divertire ed aiutarlo a crescere (e forse per divertirsi e crescere un po' anche lui).
Al termine dell'intervento, una volta che il bambino "con la bocca più grande di lui" si allontana, l'animatore mi apostrofa.
"Io sarei stato molto più duro di te."
Ci credo. Quella parolaccia (davvero un po' troppo grossa!) ha urtato le sue personali credenze e convinzioni. E lui (da adolescente quale è) le avrebbe difese a spada tratta.
Gli ho fatto notare questa cosa. E gli ho anche fatto notare che se avesse messo in primo piano le sue credenze avrebbe (forse) sconfessato le credenze dell'altro, esprimendo un giudizio di valore sul modo in cui è stato cresciuto (e di conseguenza sulle persone che lo hanno cresciuto) obbligandolo a scegliere tra un sistema di valori ed un altro.
Uscendone probabilmente sconfitto perché l'educazione familiare è più forte di quella impartita da un "esterno".
Per quanto simpatico e carismatico possa essere.
Era giusto che il ragazzo avesse ben presente la sua educazione e le sue scelte di vita che lo hanno formato come persona, ma era altrettanto giusto che ricordasse che queste grandi risorse potrebbero facilmente trasformarsi in limiti se le utilizzasse come assiomi.
Una buona lezione educativa per lui.
Un ottimo promemoria per me.
Perché un educatore deve conoscersi profondamente per trasformare se stesso in uno strumento educativo.
O rischia di diventare un cattivo maestro.

Infine che l'educazione non può mai essere bianca o nera.
Nel bene c'è sempre un po' di male.
E viceversa.
Perché l'educazione è fatta da esseri umani che, in quanto tali, sono passibili di errori.
Ma, come spesso mi piace ripetere ai genitori che incontro nei luoghi formativi, se una scelta educativa è fatta con consapevolezza, buona fede ed intenzionalità non può mai essere una scelta errata.
Solo perfettibile.

Ecco perché questo è stato un bel B-day per me.



venerdì 18 luglio 2014

#pedagogicalert - I lati oscuri dell'educazione

Il tema lanciato a luglio da Snodi Pedagogici è: #PEDAGOGICALERT

"Quali sono le zone oscure dell’educazione?

Quali elementi ci sono nell’educazione e nella pedagogia che, se non vengono valutati, portano l ‘azione educativa ad essere “pericolosa” per chi educa e ch è educato? 
Chi sono i cattivi maestri?
Oppure la pedagogia può come disciplina, citando Marguerite Yourcenar, saper guardare nel buio con disobbedienza, ottimismo e avventatezza e scoprire strade inusitate?"



Buona lettura



#PEDAGOGICALERT - I lati oscuri dell'educazione

Quando vidi costui nel gran diserto..
.tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore/
Tu se’ solo colui da cu’ io tolsi/
Lo bello stilo che m’ha fatto onore.”
(“Commedia”, If. I - Dante Alighieri)

Non smetto mai di figurarmi nella mente questa immagine della dantesca Commedia, quando penso al rapporto educativo: un rapporto che è tale perché chi viene educato riconosce in chi ha al suo fianco nel cammino pedagogico-didattico un riferimento, una guida, un “Virgilio”.
Il riconoscimento è determinato dalla fiducia, un “profumo” originato dal bagaglio di conoscenze e abilità che la guida può trasmettere (“Tu se’ solo colui da cui io tolsi…”) per perpetuare in modo sempre diverso coscienze le più libere e autonome possibili: un bagaglio che, come un testimone in una corsa a staffetta, la “guida” affida al “Dante” di turno (torna la fiducia…), in modo che lo “smarrito Dante” possa sapersi orientare nella “selva oscura” e magari uscirne.
Potrebbe, tuttavia, rimanervi impigliato tra rametti di cipressi di Leyland e cespugli di Rovi? Potrebbe non uscirne mai più da quel “bosco senza luce”?
Sì, ma in un caso: solo quando il “Virgilio” di turno (l’educatore…) strumentalizza quella fiducia e in realtà affida al “Dante” non una bussola, ma uno “narcisistico specchietto”, mediante cui ritrovare solo se stesso e dipendere dal Virgilio senza mai “riveder le stelle” in modo autonomo e critico.
Quando un educatore, un maestro, un insegnante non affida al discente gli strumenti in suo possesso (conoscenze e abilità) per spiccare il volo, ma per restare impigliato in un rapporto di subalternità e dipendenza, là il rapporto educativo vortica su se stesso, in una “specchiata spirale” in cui docente e discente si riflettono per cercare nell’altro quel qualcosa che dia senso alla propria esistenza: come Lord Voldermort (cattivo maestro…) ed Harry Potter nel finale della saga omonima, si lanciano da una finestra nel vuoto, non per reciproco “affidarsi” consci che una rete ci sarà a salvare le loro vite, ma per un sussulto di “disperata vitalità”, che rasenta lo spegnimento di ogni facoltà emotivo-intellettiva fino al cadere in un abisso senza fine, la perdita di sé, impelagati tra flutti alti e marosi tumultuosi.
Non al mare, ma al cielo, dovrebbero mirare discente e docente: come un acrobata il discente, dopo aver rasentato la terra e respirato l’odor di segatura dell’arena circense, lascia che l’altro nel sinuoso volo lo prenda temporaneamente per mano, affinché spicchi il volo, da solo, da sé…
E Montero Primo attaccava a salire la sua tela, ingollando e ingollando, finché arrivava all’abbraccio del fratello…”1
Si diventa Lord Voldemort, cattivo maestro, specie quando l’educatore non ha fatto i conti con sé e cerca un senso in chi ha di fronte, strumentalizzandolo per alimentare il proprio ego ancora labile e lacunoso: difficile è essere Montero Secondo, che si fa temporaneo strumento, provvisoria rampa di lancio, per permettere al fratello di completare l’acrobatico esercizio.

Libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
E fallo fora non fare a suo senno:
perch’io te sovra te corono e mitrio”.
(“Commedia”, Pg. XXVII – Virgilio a Dante..)

Così Virgilio si congeda.
Il suo compito è terminato: Dante spiccherà il volo e “vedrà le stelle”.

1 “Piazza d’Italia” – Antonio Tabucchi.

L'autore di questo post
PASQUALE NUZZOLESE
Professore di Lettere alla  Scuola Secondaria di I grado “Sandro Pertini” di Ponte nelle Alpi (BL), vivo da sei anni tra le “Scogliere di Dio” bellunesi, dopo averne trascorsi ventisei nell’Atene delle Puglie, Trani,  terra dove mi sono laureato in Lettere moderne, indirizzo storico-sociale (2005) e ho conseguito l’abilitazione all’insegnamento (SSIS – Puglia, 2008).  Ritrarre in “scatti di luce” la realtà (Instagram) e declinarla in 140 caratteri ( Twitter) sono il modo in cui vivo le humanae litterae del XXI secolo.



Tutti i contributi verranno divulgati dai blogger di Snodi Pedagogicicondivisi e commentati sui diversi social e raccolti a questo link 

I blog che partecipano
Il Piccolo Doge di Sylvia Baldessari
Ponti e Derive di Monica Cristina Massola
Nessi Pedagogici di Manuerla Fedeli
E di Educazione di Anna Gatti
La Bottega della Pedagogista di Vania Rigoni
In Dialogo di Elisa Benzi
Bivio Pedagogico di Christian Sarno
Labirinti Pedagogici di Alessandro Curti
Tra Fantasia Pensiero Azione di Monica D'Alessandro Pozzi
blogging day fanno parte di un progetto culturale organizzato e promosso da Snodi Pedagogici.

Questo avrà termine con l'estate e sfocerà in un'antologia dei contributi che verrà pubblicata sotto forma di ebook, il cui ricavato andrà in beneficenza alla Locanda dei Girasoli



Una volta finito il percorso di pubblicazione online, vari autori che hanno preso parte ai BDay, verranno contattati dalla redazione.

giovedì 12 giugno 2014

#educazionEbellezza - Abitare il proprio spazio

Il tema lanciato a giugno da Snodi Pedagogici è: #educazionEbellezza

"Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace. 

Quale posto ha l'educazione al Bello nella nostra vita? Come siamo stati formati e come vogliamo formare i nostri ragazzi alla bellezza? Non è semplice educare a un concetto così soggettivo, ma è necessario, specialmente in un'epoca in cui, si dice, tutto è soggettivo e più nulla ha valore assoluto"

Buona lettura.

#educazionEbellezza - Abitare il proprio spazio

Voglio essere frivola, è giugno, il tema è perfetto, un’abbinata naturale specialmente nel nostro emisfero nord: estate & bellezza, esposizione dei corpi in libertà (già qualche perplessità mi nasce). Assediati da articoli e servizi televisivi, pubblicità via web tutti orientati a illustrarci modalità varie per arrivare alla famosa prova bikini in forma perfetta, milioni di manualetti sul mangiare sano, infine come ogni anno parte la campagna politica sul magro è salute è bellezza è successo. Chi controlla il peso è così potente da controllare la vita.Chi controlla il cibo è così forte da controllare la sua nutrizione. Mi sono già auto-turbata, io decisamente arrodondata da qualche annetto, propensa a stare in salute e a nutrirmi bene. Poi mentre preparavo il lavoro per lo studio, e nel riordinavo le carte e gli appunti, mi passan per le mani vecchi progetti e leggo: Abitare il proprio spazio.
Una vecchia cosa che avevo “sognato di realizzare” molti anni fa quando lavoravo come pedagogista in un gruppo di disabili intellettivi di circa 30anni: loro si apprestavano a entrare in un progetto di autonomia residenziale e io volevo sostenere le famiglie che erano molto angosciate che dopo anni di vita a occuparsi dei loro figli adesso dovevano trovare le forze per lasciarli andare. Ma Abitare il proprio spazio era ed è un percorso di auto-riflessione su quale sia lo spazio: la casa o il proprio corpo? Allora come oggi la più grande difficoltà è individuare il nostro spazio corporeo, riconoscerlo ed esplorarlo, amarlo e assaporarlo. I bambini e sopratutto i preadolescenti (e oltre) che vedo come specialista, ma anche dai confronti con le colleghe, sono sempre più dissociati nella dicotomia mente-corpo: o vanno male a scuola o hanno degli impacci motori, o sono con comportamenti non adeguati socialmente o non sanno leggere (dicono ogni volta i genitori…gli insegnanti). L’essere umano è visualizzato dalla pedagogia clinica come unicità di anima e corpo. Lungo il percorso clinico, dall’incontro iniziale fino ad arrivare alla diagnosi, la corporeità della persona è tenuta in grande considerazione, essendo essa stessa il luogo in cui si esplicitano e si esprimono il senso, la traiettoria e la direzione di un’esistenza unica e irripetibile, di una storia di vita individuale e specifica. L’intervento rivolto alla persona in difficoltà tiene anch’esso in grande considerazione la corporeità quale dato immediato attraverso cui la persona comunica i propri bisogni, le proprie aspirazioni e costruisce il proprio progetto di vita. (cit. Gerardo Pistillo, Il corpo in pedagogia clinica, Ed. Magi 2012) Partendo da queste parole con cui il collega apre nel libro all’importanza e centralità del corpo nei Metodi Pedagogico Clinici, vi chiedo anche voi come me reputate che in educazione lavorare sul corpo è il primo passaggio (e sottolineo a qualsiasi età) per mettere in moto il cambiamento auto-educativo della persona? Che senso avrebbe non ripartire dalla propriocezione del corpo quando è nella sua conoscenza che sono celati i segreti degli apprendimenti? E la bellezza allora in educazione cosa diventa? Per me e per la mia esperienza professionale, è il condurre l’altro a riordinare il caos, riconoscendo prima i propri schemi e le proprie armonie, verificarne l’applicabilità pratica e infine memorizzarli per replicarli ogni volta che gli sarà necessario. Vi faccio un esempio, una giovinetta dai modi raffinati con cui lavoravo tempo fa per delle difficoltà nel latino e sopratutto nella matematica continuava a dirmi, nei primi incontri, che doveva dimagrire. Allora abbiamo fatto un gioco di sagome: lei ha realizzato la mia ed io la sua. Solo quando ha posto la sagoma di se stessa sulla mia ha realizzato che lei era magra, perché “lei dottoressa non è obesa (sorridendo mi disse)”. Ovvio, con lei il lavoro fu aiutarla nell’imparare a osservarsi, osservare il mondo per individuarne le logiche e sviluppare l’attenzione e la concentrazione…come poteva cogliere le leggi della matematica e del latino se non coglieva né se stessa né il proprio habitat?! Questo lavoro sul corpo, sull’estetica intesa come ordine personale, sulla passione verso l’arte dovrebbe essere alimentato dalla scuola che invece vedo sempre più orientarsi sulle valutazioni e competenze cognitive, ma come fa un bambino a imparare la geometria se non coglie le linee del suo corpo? come fa a riconoscere le lettere se non ha imparato ad osservare se stesso? #educazioneBellezza per me è sostenere le persone nel momento in cui si guardano per la prima volta e si scoprono essere un opera estetica, si relazionano con passione verso il loro corpo. Non c’è più controllo ossessivo, c’è solo osservazione e curiosità; in quel momento i modelli con cui veniamo bombardati vengono guardati con distacco e non con aspirazione, il cibo diventa nutrizione, il corpo ritrova il piacere dei sensi. "Il bello è una manifestazione di arcane leggi della natura, che senza l'apparizione di esso ci sarebbero rimaste eternamente celate.” (Goethe)
Per riflettere anche insieme ai vostri figli vi propongo questo video
Vania Rigoni, dottoressa in Scienze dell’Educazione, Pedagogista clinico e Mediatrice Familiare ma anche moglie, figlia e mamma bipede. Nella vita mi sono occupata di educazione e espressione creativa; la mia mission è “dare al mondo quello che vorrei ricevere”, proporre alle persone vie per auto-costruire la propria serenità. Ho un blog ww.bottegadellapedagogista.com su cui da anni cerco di portare le mie riflessioni fuori Firenze.
I blogging day fanno parte di un progetto culturale organizzato e promosso da Snodi Pedagogici.
Questo avrà termine con l'estate e sfocerà in un'antologia dei contributi che verrà pubblicata sotto forma di ebook, il cui ricavato andrà in beneficenza alla "Locanda dei Girasoli" ( http://www.lalocandadeigirasoli.it/ )
Una volta finito il percorso di pubblicazione online, vari autori che hanno preso parte ai BDay, verranno contattati dalla redazione
Blog partecipanti:

#educazionEbellezza - Ogni scarrafone è bello a mamma soja

Il tema lanciato a giugno da Snodi Pedagogici è: #educazionEbellezza

"Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace. 

Quale posto ha l'educazione al Bello nella nostra vita? Come siamo stati formati e come vogliamo formare i nostri ragazzi alla bellezza? Non è semplice educare a un concetto così soggettivo, ma è necessario, specialmente in un'epoca in cui, si dice, tutto è soggettivo e più nulla ha valore assoluto"

Buona lettura.

#educazionEbellezza - Ogni scarrafone è bello a mamma soja
Io sono un'educatrice e ho un super potere. 
Certo, non un superpotere di quelli che ti salvano la vita quando sei appeso al cornicione di un palazzo, ma pur sempre un superpotere. 
Che poi io di gente appesa al cornicione non ne ho mai vista, ma questa è un'altra storia. 
Dicevo che ho un superpotere: trasformo i brutti in belli
Ho scoperto di esserne capace anni fa quando lavoravo in una comunità per minori disadattati. 
In comunità arrivavano ragazzi di ogni nazionalità a qualsiasi ora del giorno vestiti con poco, spesso sporchi, con tagli di capelli improbabili, con un sacchetto di plastica per valigia con dentro un documento gelosamente custodito e delle foto che ritraevano la famiglia. 
Gli sguardi duri di uomini cresciuti troppo in fretta scandagliavano la nuova abitazione per cercare un angolo che potesse ricordare lontanamente la loro casa. Occhi bassi per non incrociare i miei, silenziosi nei movimenti come solo chi vuole scomparire può fare. 
Ecco, così arrivava la maggior parte. 
Faticosamente si cominciava a conoscere i ragazzi, a farli aprire, a ipotizzare un percorso da percorrere insieme. 
Dopo qualche mese mi ritrovavo a guardare negli occhi dei ragazzi in jeans e maglietta, con capelli tagliati e ingellati, mi ritrovavo a sorridere e scherzare con loro. 
Com'ero brava! 
Il mio potere non conosceva confini. 
Ora lavoro in un nido. 
Pensavo di appendere al chiodo la mio super potere perché, si sa, i bambini son tutti belli. 
SBAGLIATO! 
Certo: ci sono cuccioli di uomo oggettivamente belli quasi da mangiarseli, ma esistono anche quelli in cui la genetica si è sentita – diciamocelo - quantomeno “creativa”. 
Al nido non è un problema di taglio di capelli (molti non ne hanno), di abbigliamento o di atteggiamento, ma qualche volta siamo di fronte ad una buona dose di bruttezza. 
Quella oggettiva forse? 
Mi sono ritrovata quindi a rispolverare il mio super potere da eroina ed ecco che nel giro di poche settimane inizio a cogliere uno sguardo, una posa, un atteggiamento che fanno sembrare grazioso il bimbo. 
Quella è la prima avvisaglia che la mutazione è quasi conclusa. 
Da lì a poche settimane mi troverò un bambino bellissimo che ricordo essermi apparso brutto, ma non capisco dove. 
Al nido racconto favole, continuamente, ma non ho mai detto nulla del mio super potere, forse perchè i bimbi crederebbero più in me che in loro; sotto sotto lo so che il super potere non l'ho io, ma le persone con cui lavoro quotidianamente: sono loro che riescono a educare il mio sguardo a non soffermarsi in superficie e a far affiorare il bello che c'è in loro. 
Come Michelangelo, che nel blocco di marmo già intravedeva la statua che vi era nascosta liberandola dalle parti eccedenti. 
Pensandoci bene questa è la vera favola: tutti noi abbiamo questo superpotere e appena capiamo che chi ci ama lo fa per ciò che siamo e non per come siamo finiamo per vivere felici e contenti.
Sara Bonariva
educatrice da 20 anni, mamma da 8, moglie da 7.
Vivo costantemente lottando tra l'esuberanza di mio marito che adora fare voli pindarici e la mia irresistibile voglia di stare con i piedi ancorati a terra coltivando amorevolmente il mio orticello. 
Non è un caso che non sopporti volare.
I blogging day fanno parte di un progetto culturale organizzato e promosso da Snodi Pedagogici.
Questo avrà termine con l'estate e sfocerà in un'antologia dei contributi che verrà pubblicata sotto forma di ebook, il cui ricavato andrà in beneficenza alla "Locanda dei Girasoli" ( http://www.lalocandadeigirasoli.it/ )
Una volta finito il percorso di pubblicazione online, vari autori che hanno preso parte ai BDay, verranno contattati dalla redazione

domenica 11 maggio 2014

#educazionEamore - Il nuovo ruolo dei padri

Il tema del mese di maggio lanciato da Snodi Pedagogici è: #educazionEamore

"L’educazione all’amore come dimensione particolare dell’incontro (umano e tra esseri viventi), alla sessualità, all’affettività, alla passione, intesa non solo come eros ma più etimologicamente come provare un forte “sentire” per qualcosa o qualcuno.

Come educare e come educarsi all'amore, in tutte le sue sfaccettature..."

Buona lettura.


#educazionEamore - Educare all’amore: il nuovo ruolo dei padri

I nuovi padri, intendendoli non solo in senso anagrafico ma soprattutto come portatori di un nuovo approccio, stanno imparando l’importanza di partecipare all’educazione dei propri figli anche dal punto affettivo.
Una vera piccola rivoluzione per un ambito che, fino a poco tempo, fa riguardava solo la sfera materna e vedeva il padre ai margini per timore che ne venisse minata l’autorità.
Fortunatamente i papà di oggi hanno capito l’importanza di educare all’affettività dandone l’esempio in prima persona senza per questo sentirsi sminuiti nel proprio ruolo. Questo deriva dalla sempre maggiore partecipazione dei padri alla vita dei figli che porta a una maggiore confidenza e complicità. E’ qualcosa che viene da sé. Non c’è bisogno di programmare un bacio o un abbraccio. Tutto viene naturale se, ad esempio, è normale accompagnare il proprio figlio all’asilo, e il momento dei saluti è un classico, o si va insieme al parco dove si scopre ben presto che i rimedi più efficaci contro le sbucciature alle ginocchia e le cadute sono un bacio e un fazzoletto per asciugare le lacrime.
L’affettività, come tanti altri aspetti dell’educazione, non si insegna a tavolino ma si apprende ogni giorno osservando i comportamenti di chi ci sta intorno. L’amore, come qualsiasi concetto astratto, ha bisogno di prendere forma e concretizzarsi attraverso gesti.
Personalmente non vedo il rischio, sbandierato da alcuni, di una deriva del padre verso l’universo materno. Si tratta solo di un’etichetta utilizzata fino ad oggi che dovrà essere aggiornata. Un abbraccio non è un gesto “materno” è un gesto “umano”. Inoltre, il padre e la madre metteranno anche in questa sfera la propria impronta che sarà diversa e, quindi, rappresenterà un arricchimento per il bambino. Non dimentichiamoci che per un figlio piccolo il babbo e la mamma sono i rappresentanti principali del mondo maschile e di quello femminile. E’ bene che l’amore non emerga come a beneficio di una sola delle due metà del cielo.



Daniele Semplici, autore del blog BABBOnline 
Toscano, padre di una bambina di quasi quattro anni. Ama viaggiare, leggere e scrivere. Ha iniziato il suo blog sulla paternità due anni fa. Nel 2010 ha pubblicato il suo primo libro con una casa editrice locale. Appassionato di Internet, da qualche mese ha pubblicato il suo secondo romanzo “Tutti sul tetto” solo in versione ebook attraverso il self-publishing.




Tutti i contributi verranno divulgati dai blogger di Snodi Pedagogici, condivisi e commentati sui diversi social e raccolti in questo link.

I blog che partecipano
Il Piccolo Doge
InDialogo
Tra fantasia, pensiero e azione
E di Educazione
Nessi Pedagogici
Ponti e derive
Bivio Pedagogico
La bottega della Pedagogista

I blogging day fanno parte di un progetto culturale organizzato e promosso da Snodi Pedagogici.
Questo avrà termine con l'estate e sfocerà in un'antologia dei contributi che verrà pubblicata sotto forma di ebook"