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sabato 19 luglio 2014

Riflessioni dopo #pedagogicalert (il B-day)

Il blogging day è appena passato, i post stanno girando in rete e riceveranno (forse) qualche commento, saranno (mi piace pensarlo) da stimolo per qualche educatore e/o pedagogista.
Il tema #pedagogicalert (di cui trovate qui tutti i contributi) mi è sembrato interessante...

Noi blogger che ospitiamo i contributi di altri siamo abituati, ad ogni blogging day, a ricordarci quanto sia stato faticoso star dietro a tutto. Ricevere i contributi, leggerli, selezionarli, suddividerli tra noi... e poi rincorrere qualche autore perché non ha mandato biografia e foto, inserire i permalink sul sito di Snodi Pedagogici fino all'ultimo minuto, coordinarci per la pubblicazione tutti insieme - a dispetto di quello che stiamo facendo, di dove siamo, di quali impegni abbiamo... - verificare che tutto funzioni, condividere, twittare, googlare, LinkedInare, facebookare... insomma, rendere visibili i contributi il più possibile.
Ma ci piace anche compiacerci, raccontarci quanto il blogging day sia stato bello, quanto profondi e stimolanti siano stati i contributi... Certo, sta nella natura umana provare piacere in quello che si fa.
Gratuitamente peraltro.
O quasi.
Perché un guadagno c'è!

Alcuni di noi (i più geek, direi) controllano le statistiche, analizzano le fluttuazioni degli accessi ai blog in concomitanza dell'evento, mettono in connessione con altri post, con altri blogging day... E fanno bene: perché quei numeri sono il risultato delle fatiche comuni e ci narrano quanto la divulgazione pedagogica abbia (o meno) avuto successo. Che è poi il nostro obiettivo.
Io no.
Io mi limito a leggere gli altrui contributi e a coglierne dei suggerimenti per la mia professione.

E devo dire che questo è stato proprio un bel blogging day.

Mi è piaciuto. Più di altri forse... Forse...

Mi ha fatto riflettere su alcune cose che, nella mia vita professionale, sono molto importanti e - benché io le tenga sempre in considerazione - devo ricordarmi di non dimenticarle mai.
Ma veramente Mai!

Intanto che la relazione educativa non può mai essere distaccata dal setting in cui si è inseriti.
Nei diversi contributi (che altro non sono se non narrazioni delle nostre prassi quotidiani) si attraversano luoghi educativi differenti, ma si pone sempre molta attenzione alla relazione tra educatore ed educando. 
Corretto, ovviamente, ma non a discapito del tutto che ci circonda.
Provo ad immaginarmi in una relazione educativa con uno (dei tanti) ragazzini che seguo. Uno qualsiasi...
Un capriccio o una trasgressione ad una regola che peso hanno se sono agiti nella sua abitazione (dove siamo presenti solo io e lui) o in un supermercato (mentre compriamo l'acqua per sua madre?). Le mie reazioni sarebbero identiche?
Ovviamente no - mi viene da dire - perché in ogni luogo ci sono delle regole di contesto differenti e sulla base [anche] di queste devo costruire il mio intervento. 
E all'interno dello stesso "luogo" anche la presenza (o assenza) di altri attori modifica il mio intervento educativo.
E di conseguenza la relazione comunicativa che ho con il mio ragazzetto.
La presenza (o assenza) di un genitore, di un fratello, di un amico, di un qualsiasi altro elemento del suo sistema familiare o sociale deve necessariamente modificare la mia intenzionalità educativa, pur nel mantenimento dell'obiettivo che voglio raggiungere.
Chiaro?
Credo di no. Ma tant'è...

Inoltre la relazione educativa non può mai prescindere dalla storia e dall'educazione dell'educatore.
Una delle domande che più mi ha colpito nei contributi di #pedagogicalert è stata "Dove finisce la regola e comincia il libero arbitrio?"
Come dire: quanto ci metto di me come persona? E quanto è positivo quel che ci metto di me come persona?
Uno dei lati oscuri dell'educazione più evidenziato sembra emergere quando l'educatore pone al centro della relazione sé stesso (e i propri bisogni di autovalutazione) invece dell'utente. Quando il trarre fuori si trasformare in inculcare.
Quanto è sottile la border-line (termine scelto non a caso) tra la richiesta di rispetto di una regola e l'asservimento dell'altro a me? Quanto io come educatore rischio, nel tentativo di trasmettere regole e contesti sociali, di esagerare e trasferire le mie credenze e i miei miti?
Mi viene in mente, a questo proposito, un episodio accaduto non più tardi di una settimana fa.
Oratorio estivo. Un bimbo dice una parolaccia "un po' troppo grossa" ed io intervengo. Alla scena è presente un animatore, uno di quegli adolescenti che dedicano la loro estate al servizio di qualcuno più piccolo di lui per farlo divertire ed aiutarlo a crescere (e forse per divertirsi e crescere un po' anche lui).
Al termine dell'intervento, una volta che il bambino "con la bocca più grande di lui" si allontana, l'animatore mi apostrofa.
"Io sarei stato molto più duro di te."
Ci credo. Quella parolaccia (davvero un po' troppo grossa!) ha urtato le sue personali credenze e convinzioni. E lui (da adolescente quale è) le avrebbe difese a spada tratta.
Gli ho fatto notare questa cosa. E gli ho anche fatto notare che se avesse messo in primo piano le sue credenze avrebbe (forse) sconfessato le credenze dell'altro, esprimendo un giudizio di valore sul modo in cui è stato cresciuto (e di conseguenza sulle persone che lo hanno cresciuto) obbligandolo a scegliere tra un sistema di valori ed un altro.
Uscendone probabilmente sconfitto perché l'educazione familiare è più forte di quella impartita da un "esterno".
Per quanto simpatico e carismatico possa essere.
Era giusto che il ragazzo avesse ben presente la sua educazione e le sue scelte di vita che lo hanno formato come persona, ma era altrettanto giusto che ricordasse che queste grandi risorse potrebbero facilmente trasformarsi in limiti se le utilizzasse come assiomi.
Una buona lezione educativa per lui.
Un ottimo promemoria per me.
Perché un educatore deve conoscersi profondamente per trasformare se stesso in uno strumento educativo.
O rischia di diventare un cattivo maestro.

Infine che l'educazione non può mai essere bianca o nera.
Nel bene c'è sempre un po' di male.
E viceversa.
Perché l'educazione è fatta da esseri umani che, in quanto tali, sono passibili di errori.
Ma, come spesso mi piace ripetere ai genitori che incontro nei luoghi formativi, se una scelta educativa è fatta con consapevolezza, buona fede ed intenzionalità non può mai essere una scelta errata.
Solo perfettibile.

Ecco perché questo è stato un bel B-day per me.



sabato 24 agosto 2013

Educazione + Tecnologia. Un mondo possibile?

Facciamo finta che una persona stia leggiucchiando qua e là su facebook (in un gruppo di educatori, perché questo è quello che sono) e trovi un giovane ragazzo che sta chiedendo un'informazione professionale. E facciamo ancora finta che questa persona sia in possesso di questa informazione e che decida di condividerla nel gruppo, pensando che possa essere utile non solo a chi l'ha richiesta ma anche a qualcun altro che non sa se e quando potrà essergli utile. In una situazione normale qualcuno potrebbe ringraziare, qualcun altro (magari scettico) potrebbe chiedere la fonte di quell'informazione per poterla verificare personalmente qualcuno potrebbe prendere l'informazione senza dire nulla, qualcun altro potrebbe snobbare l'intero post... 
Facciamo invece finta che l'informazione, per quanto vera e verificabile facilmente, non piaccia a qualcuno e che questo qualcuno cominci ad attaccare colui che ha fornito l'informazione rispetto al contenuto di quest'ultima. Ipotizziamo che il soggetto attaccato sottolinei di aver solo proposto l'informazione e non un giudizio di valore su di essa, senza appunto giudicarla "giusta" o "sbagliata". Nella nostra storia inventata potrebbe succedere poi che la persona che non condivide il contenuto dell'informazione se la prenda così tanto con colui che l'ha fornita da bannarlo, segnalandolo al sistema come "commentatore offensivo". 
E così, il povero informatore, si ritrova imbavagliato per 12 ore senza poter più commentare, difendere sé stesso o chiedere spiegazioni. 

Perché il sistema prima ti blocca, poi ti chiede se ritieni di essere stato bloccato ingiustamente e (in caso di risposta affermativa) ti invita ad inoltrare una segnalazione specificando che non è sicuro che venga letta dato l'alto numero di segnalazioni.
E purtroppo questo non è un "facciamo finta" perché mi è accaduto realmente.

Ora: il problema non è quella conversazione, quella persona o quel thread di discussione. Perché le 12 ore sono passate ed io ho facoltà di poter commentare nuovamente, di scegliere se far valere le mie comunicazioni o se tacere per non gettare benzina sul fuoco.
Il problema è la gestione della comunicazione da parte del sistema operativo di un social network utilizzatissimo come Facebook.

Io sono sempre stato un accanito difensore dell'utilità dei social e della veridicità delle comunicazioni che in essi si possono sviluppare, ma questa volta rimango un po' basito di fronte all'accaduto. 
Come dire: una macchina stabilisce chi ha torto e chi ha ragione sulla base di chi effettua per primo la segnalazione? 
E se mentisse?
E se non avesse nessun motivo per stigmatizzare l'interlocutore?
E se volesse consapevolmente ledere un'altra ignara persona?
Come si fa a governare uno strumento se questo stesso ci blocca prima che si possa provare a governarlo?
Non è solo un problema di comunicazione, quanto un problema di educazione.
Perché un processo comunicativo deve essere governato da regole, e queste regole non possono essere di tipo matematico. Non possono rispondere ad una serie di 1 e di 0. Di "lampadina accesa" o "lampadina spenta".

Non è forse venuto il momento in cui educatori e pedagogisti possano (debbano?) mettere mano - insieme ai tecnici informatici - alla progettazione dei sistemi operativi che vengono utilizzati?
I social e la tecnologia in generale stanno diventando sempre più una costante della nostra vita, di quella dei nostri figli, dei nostri educandi.
Credo sia fondamentale educare/educarci ad un corretto utilizzo della tecnologia.
Ma credo anche che la tecnologia stessa debba essere educata al rispetto di corrette regole di comunicazione.
Umane.




martedì 20 agosto 2013

Quando manca un lettone...

La notte appena trascorsa è stata lunga e faticosa. Faceva caldo e le zanzare attaccavano insistentemente, peggio che durante i bombardamenti su Milano della prima guerra mondiale.
Poi arriva la ciliegina sulla torta: "Posso stare qui con voi?". 
Chi mi conosce o ha imparato un poco di me leggendomi sa che mi è impossibile rispondere negativamente a questa domanda. Sorrido, mi posiziono sul bordo più esterno del letto e accolgo la mia piccolina già pregustando la gioia che proverò quando mi sveglierò con lei accanto.
Anche se le zanzare continuano ad attaccare (nonostante il tentativo di sterminio di mia moglie), anche se il caldo (in tre) si fa ancora più opprimente, anche se so già che domani il risveglio sarà faticoso per tutti.
Poi il giorno dopo arriva, e tutte le aspettative notturne si confermano.
Il risveglio è faticoso.
Il caldo mi ha fatto soffrire tutta la notte.
Le punture di zanzare sono evidenti sulla pelle.
Svegliarmi accanto alla mia principessa mi fa cominciare bene la giornata!

Mentre la mia piccola ancora dorme e la mia dolce metà è già andata a lavorare (eh si, qualcuno dovrà pur farlo!) io mi godo il silenzio della casa e il bagno tutto per me. Visto che in una casa con una donna e mezza non succede praticamente mai!
Mentre mi faccio la barba la mente corre e i pensieri si accavallano velocemente.

Proprio ieri, mentre passeggiavo sul lungolago con uno dei miei ragazzetti mostrandogli le foto del mare, è spuntata un'immagine della mia piccolina che se la dorme beatamente (e decisamente di traverso) nel giaciglio di mamma è papà.
"Perché è nel lettone?" mi ha chiesto.
Sembra una domanda semplice, ma non lo è. Perché lui è in comunità e non ha un lettone a cui approdare nelle notti di bisogno.
Il pensiero successivo è naturalmente volato a quando io facevo l'educatore in comunità, a quei cinque anni in cui - invece dei "soliti" adolescenti - ho lavorato nella comunità dei "piccoli". 
Ricordo come se fosse oggi quella "notte prima degli esami" di tanti anni fa. L'esame non era il mio, ma quello di uno dei giovani ospiti della struttura. 
L'agitazione era talmente forte che lo ha spinto ad alzarsi, a superare il timore di entrare di notte nella camera dell'educatore (anche se la porta era - fisicamente e metaforicamente - sempre aperta) e dichiarare apertamente la sua paura. 
Un passo estremamente difficile per un ragazzetto orgoglioso e cocciuto come lui.
Non ho potuto far altro che accoglierlo nel piccolo lettino, aspettare che si addormentasse e trasferirmi sul divano per concludere il sonno.
Lasciandolo ancora solo con le sue paure.

Ecco la mancanza del lettone. 
E dei suoi occupanti.
Non voglio entrare nel merito della discussione se sia educativamente corretto o no far dormire i propri figli nel lettone, o entrare nel merito delle dinamiche di coppia.
Riflettevo semplicemente sul fatto che quando un luogo accogliente manca, le discussioni sono superflue.
Manca e basta.
Il lettone è la metafora dell'abbraccio di mamma e papà, della sicurezza di poter dormire protetto tra le due persone che più ci sono vicine nei primi anni della nostra vita, della tranquillità che non si verrà mai respinti in un momento di paura, di difficoltà, di bisogno o semplicemente di "voglia di coccole".
Il lavoro educativo deve trovare la strada per sopperire a questa carenza?
Certamente si, ma lo può fare solo in minima parte.

Perché un Lettone Educativo, purtroppo, non potrà mai sostituire l'originale.