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martedì 27 gennaio 2015

Padri Imperfetti al Salone Internazionale del Libro 2015

Un gruppo di autori, senza il supporto di alcuna casa editrice, si sono riuniti e si sono organizzati in una Associazione per partecipare, con un proprio stand, al Salone Internazionale del Libro di Torino.
Un atto pedagogicamente interessante perché tante persone diverse si sono riunite per un obiettivo comune.
Un evento umanamente intrigante perché il tutto è stato organizzato su Facebook, senza conoscenza diretta tra i partecipanti.
Padri Imperfetti, il mio romanzo, farà parte di questo evento.

Siete tutti invitati.


domenica 23 novembre 2014

La cultura pedagogica del terzo tipo

Ieri si è svolto a Voghera il Convegno "I primi 1000 giorni di vita" organizzato da Asilo Nido Ama Voghera. Insieme alla collega e amica Monica D'Alessandro Pozzi siamo stati invitati per un intervento inerente l'Educazione. Ecco l'estratto di ciò che abbiamo raccontato.


Educazione naturale vs Educazione professionale
La cultura pedagogica del terzo tipo
di Alessandro Curti e Monica D'Alessandro Pozzi

"Quando nasce un bambino non sempre nasce un genitore".

Non si diventa genitori nel momento in cui si concepisce un bambino: si diventa madri o padri nel momento in cui si sceglie di educare quel bambino.
Ma da dove nasce la cultura pedagogica che ci sostiene nel complesso compito di educare i propri figli? Da dove si attingono risorse e saperi da tradurre in agiti pedagogici?
L'educazione nasce naturale e nel passato la trasmissione dei saperi avveniva nelle famiglie allargate: erano l'esempio e le esperienze vissute e narrate da nonni, genitori e zii che formavano i novelli genitori e li trasformavano da “educandi” (nel loro ruolo di figli) ad “educatori” (nel loro nuovo ruolo di madre e padre).
Le trasformazioni sociali hanno però fatto sempre più scomparire questi grandi clan familiari che si sostenevano e aiutavano vicendevolmente. La necessità di portare a casa due stipendi per far fronte alle nuove necessità economiche e l'allungamento del ciclo produttivo che allontana sempre di più il momento dell'uscita dal mondo del lavoro hanno diminuito il tempo a disposizione dei figli rendendo necessaria la nascita dell'educazione professionale in sostituzione di quella naturale.
Genitori e nonni ancora e troppo impiegati nel mondo del lavoro hanno sollecitato la nascita di servizi educativi a cui delegare il compito di cura ed educazione della prole.
La necessaria formazione di “educazioni professionali” è stata demandata a scuole ed università che attingendo ai saperi filosofici, pedagogici e psicologici hanno creato una cultura apparentemente “alta” non a misura di genitore.
Asili nido, scuole di ogni ordine e grado, servizi ricreativi ed educativi, società sporitve, oratori hanno assunto il compito di sostituire il ruolo genitoriale nella quotidianità.
Nulla di nuovo: solo una descrizione – forse nemmeno troppo originale – della situazione in cui viviamo oggi.
Il processo però porta con sé dei rischi.
La professionalizzazione dell'educazione è evidentemente necessaria, per evitare che “chiunque” si improvvisi in una mansione così importante senza avere gli strumenti idonei ad esperirla ma, dall'altro lato, rischia di indurre gli operatori a peccare di superiorità rispetto alla famiglia relegandola ad un ruolo marginale.
D'altro canto i genitori, attraverso la decisione più o meno volontaria di delegare la cura dei propri figli a dei professionisti, si sentono delegittimati e depauperati del loro ruolo naturale e rischiano di peccare in “eccesso di delega” sollevandosi dall'incarico di assunzione di responsabilità.
Sembra che in questo momento, quindi, sia necessario ritrovare una connessione tra educazione naturale e professionale che si stanno allontanando perdendo la giusta complementarietà ed alleanza per restituire il valore di cura ad ogni soggetto coinvolto e costruire una cultura pedagogica che sia in grado di fondere il sapere pedagogico con le prassi educative quotidiane.
Ma dove si può ritrovare un luogo in cui la “trasmissione del sapere” sia possibile se “il cortile” di una volta non esiste più? Se non esistono spazi di condivisione e di c-costruzione e di scambio?
La risposta viene dalla rete: un luogo virtuale dove la condivisione è possibile a dispetto della vicinanza fisica. Espressione di questa necessità di scambio è la nascita di infiniti blog, piattaforme, forum in cui tecno-madri e tecno-padri cercano occasioni formative e di supporto al ruolo educativo ponendo domande e fornendo tentativi di risposte.
Il mondo dell'educazione naturale e di quella professionale però sembrano restare ancora molto distanti e distaccati perché manca, a mio parere, la costruzione di un linguaggio comune che faciliti il dialogo. I professionisti dell'educazione, per necessità o per vanto, utilizzano ancora un linguaggio tecnico (e a volte poco concreto) che non viene riconosciuto dalle famiglie come utile ai bisogni (espressi o latenti che siano) nel tentativo (forse?) di mantenere quella superiorità intellettuale che conferma la necessità della sua presenza nel pieno rispetto di quella legge sistemica che afferma che un sistema lavora per la sua sopravvivenza a discapito degli altri sistemi.
Anche questo intervento, provocatoriamente, vuole indurre questo pensiero.
Per stuzzicare in ognuno di noi quella sensazione di deja-vu che porta gli educatori naturali a pensare “Ecco: un altro spocchioso tecnico dell'educazione che ci vuole insegnare come si educano i nostri figli” e gli educatori professionali a sentirsi tranquilli nella condivisione di un linguaggio che appartiene loro e che ne conferma l'esistenza.
Ma io, oltre ad essere un educatore ed un pedagogista, sono anche un genitore. Sono quello che un collega e amico definisce “educatore del terzo tipo” cioè colui che si occupa di educazione professionale e naturale.
E so per esperienza che tra i due mi risulta più semplice il ruolo professionale perché quello naturale mi crea quell'ansia e quel timore che accomunano tutti i genitori di questo millennio.
La risorsa, credo, è proprio quella di accomunare i due saperi – ciò che ho studiato e ciò che ho imparato nel rapporto con altri genitori, primi fra tutti i miei e che ho vissuto come figlio – nel tentativo di offrire a mia figlia il padre migliore che riesco ad essere.

E in tema di accomunare i saperi voglio soffermarmi sul pensiero che molti genitori si trovano ad affrontare quando riconoscono, per differenti e spesso urgenti motivi (il rientro lavoro, ad esempio), di dover “lasciare” il proprio bambino o la propria bambina, letteralmente nelle mani di “altri”.
E anche in questo caso il confronto tra chi ci è già passato è motivo di rassicurazione e confronto; il dialogo promuove buone prassi educative, aiuta a mettersi in discussione; difficile trovare ogni volta una risposta “univoca”( credo davvero che sia difficile trovarne una che vada bene per tutti. E questo viene confermato sia dall'educazione al naturale che da quella professionale...siamo soliti e coscienti nel dire che ogni bambino e ogni bambina sono a sé, unici).
Succede anche di mettersi online per capire, scovare”ricette” per comprendere meglio “il come e cosa fare”.
Alla fine arriva l'invito ad un incontro davanti a un caffè; il famoso caffè pedagogico. E il ritorno dall'esperienza virtuale, la conoscenza o i dubbi, vengono condivisi di nuovo nel piccolo, nel “cortile”, nell'ingresso all'asilo,da cui si era partiti per diventare piazza.
Condividere davvero la scelta educativa dei nostri figli con chi si occupa di loro è un atto di grande fiducia. Significa dare senso e portare avanti un “progetto educativo” che viene calato nella quotidianità.
“Se all'asilo ormai sono capace di mangiare da solo...prova anche a casa a lasciarmi il cucchiaio, anche se sporco un po' in giro, ma ce la faccio”; potrebbe essere una risposta “pensata”, non riuscirebbe ancora, forse a dirla di un bambino o una bambina alla prime cucchiaiate. Un pensiero di “connessione” tra un piccolo e un grande che provano a dialogare.
Il piccolo prova con il suo disappunto a dire”no, ce la faccio io”. Il grande, davanti a questa “ribellione”, trova aiuto e dialogo con l'educatrice di riferimento che gli spiega che il momento è arrivato “lascialo fare”.

Da qui comincia un cammino tra persone che si interrogano e provano a offrire gioia a chi con fiducia condivide momenti di vita con noi, educatori , mi piace dire, al confine. Un confine labile che trova soluzioni con e insieme all'altro. E si cresce, “virtualmente e non”.


Partecipare, come Educatori e Consulenti Pedagogici, ad un Convegno in qualità di professionisti riconosciuti accanto a Pediatri, Neuropsichiatri Infantili, Infermieri, Nutrizionisti e Assistenti Sociali è stato certamente importante ma, ancora più importante per me, è stato trovare (e ri-trovare) un clima di progettazione e di scambio di visioni pedagogiche che da un po' mi mancava.
Un ringraziamento particolare a Monica ed Elisa (soprattutto per il caffé e le risate).

E a Sara che fa tutto questo per amore.

mercoledì 19 novembre 2014

Riecco Snodi; partecipazione alla conferenza “I primi mille giorni di vita”

Dopo aver rimandato, causa maltempo, la presentazione del libro “Padri imperfetti” di Alessandro Curti, organizzato da CulturAma Associazione Culturale Polivalente presso il caffè Leon d’Oro a Voghera, questo sabato, 22 novembre Snodi Pedagogici sarà ancora protagonista  del “pedagogico” .
La conferenza “I primi mille giorni di vita” organizzata dall’Asilo Nido Studio AMA, da poco diventata impresa sociale, di Voghera con il patrocinio della Provincia e dell’Asl di Pavia e del Comune di Voghera, vedrà come protagonisti differenti relatori accomunati dal “prendersi cura” dei bambini e delle bambine in questa importante e delicata fase della vita. 
Saranno presenti: 
  • il Dr. Alberto Chiara, Primario della pediatria dell’ospedale di Voghera, 
  • il Dr. Enrico Contri del Progetto Manovre Disostruzione pediatrice dell’Associazione “Pavia nel Cuore”, 
  • la Dr.ssa Giulia Castellani, referente del reparto della Neuropsichiatria dell’Infanzia e del’Adolescenza di Voghera, 
  • la Dr.ssa Antonella Albrigoni, Assistente Sociale dell’Asl di Pavia, 
  • la Dr.ssa Carla Torti, dietologa dell’Asl di Pavia,
  • la Dott.ssa Monica D'Alessandro Pozzi che insieme a me porterà un contributo sulla condivisione del sapere pedagogico, oggi, attraverso la rete e non solo.

A moderare gli interventi il Dr. Fabrizio Brusorio dello Studio AMA che insieme alla moglie, l’educatrice Giuliana Cadorna, da tempo desideravano un confronto e un dialogo per “aprire” , non solo fisicamente, ma attraverso il pensiero e il contatto le porte che l’asilo nido Ama ogni giorno apre ai bambini e alle famiglie.
Dunque, l’appuntamento è per sabato 22 novembre alle ore 16:00 presso la sala Rosa della Fondazione Adolescere, v.le della repubblica 25 a Voghera. Massimiliano Alloisio (chitarra) e Loris Stefanuto (percussioni) saranno protagonisti dell’intrattenimento musicale mentre si potranno gustare alcuni dei “piatti dei bambini” a cura della ristorazione Concordia.
E non dimentichiamoci che questa è la settimana dei “Diritti dell’infanzia e dell’adolescenza” approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989. In quegli stessi giorni a Berlino cadeva il muro…e da tempo i mattoni dentro i “muri” dell’educazione e della pedagogia cercano “aria e spazio”.

mercoledì 5 novembre 2014

...di paternità ed educazione

Un nuovo appuntamento a Voghera.
Grazie all'Associazione Culturale Polivalente CulturAma e a Snodi Pedagogici

Per chi vuole partecipare ad una serata in cui confrontarsi su paternità ed educazione.


mercoledì 3 settembre 2014

Dal pannolino ad una nuova teoria dell'attaccamento

Qualche giorno fa una collega mi ha mostrato questa immagine ben sapendo che la mia "orticaria paterna" si sarebbe acuita nuovamente.
Pensava di provocarmi... ma io ho semplicemente pensato che i creativi assoldati per creare questa pubblicità non avevano reso un gran bel servizio alla committenza, perché avrebbero perso qualche cliente, invece di guadagnarlo.

Almeno: se mia figlia portasse ancora il pannolino io di sicuro non avrei acquistato questi.

Perché emerge [ancora] l'immagine di un maschile inabile alla cura, da mettere alla prova.
Un vecchio cliché?
Forse.

Cosa manca di pedagogico?

Questa la domanda di chi - con interesse - cerca di esplorare le differenze di genere per scorgervi una novità, una differenziazione rispetto a ciò che culturalmente sembra ormai granitico.
Quesito che ha scaturito una risposta composta da due domande, entrambe che iniziavano con un "forse".

Forse l'idea di una cura al maschile che non sia solo da mettere alla prova ma che valga come già "testata"? Forse una teoria dell'attaccamento sistemica e non biunivoca? 

La teoria dell'attaccamento, che tutti ormai sanno essere stata formulata da Bowlby nel secolo scorso, definisce l'attaccamento come "un sistema dinamico di atteggiamenti e comportamenti che contribuiscono alla formazione di un legame specifico tra due persone, un vincolo le cui radici possono essere rintracciate nelle relazioni primarie che si instaurano fra bambino e adulto." [J. Bowlby - Attaccamento e Perdita].
Secondo lo psicoanalista (e quando mai è un pedagogista a formulare una teoria?) il bambino, fin dalla nascita, è naturalmente predisposto a sviluppare un forte legame di attaccamento con la madre, o più in generale con qualsiasi adulto definito caregiver cioè colui che offre cura.

O la madre o chiunque.
Come dire che se non sei la madre sei, appunto, chiunque.
Cioè nessuno.

Ho sempre pensato che il fraintendimento nascesse dalla convinzione che il legame di attaccamento ponesse le sue basi durante i primi mesi di vita di un bambino, periodo nel quale l'unico oggetto di interesse è il seno materno come "fornitore di nutrimento". Da qui si è sempre ipotizzato che il legame primario (= simbiotico, nell'accezione di Margaret Mahler) fosse con la madre, relegando il padre ad un ruolo di comparsa nel sistema familiare.
Ma è proprio Bowlby a sostenere che nei primi tre mesi di vita il bambino vive la fase di pre-attaccamento: pur riconoscendo la figura umana non discrimina e non riconosce specificatamente le persone.
Quindi nemmeno la madre che per il cucciolo altro non è che una grande tetta.
E come si passa dall'essere una grande tetta a diventare un caregiver?
E chi è questo fantomatico caregiver? Da cosa è caratterizzato?

To care significa prendersi cura di e si differenzia dal to cure che ha uno stampo maggiormente sanitario, dove la cura è il tentativo di superare uno stato di malattia e di malessere.
Come si può allora dire che il padre NON è un caregiver?

La teoria sistemica sostiene che condizione necessaria perché sia stabilito un sistema è che i suoi elementi interagiscano tra loro e che tale interazione avviene quando il comportamento dell'uno influenza quello dell'altro.
Si può definire l'interazione - secondo me - come una relazione.

Non è quindi sufficiente che ci sia una relazione perché si possa parlare di sistema familiare dove ogni soggetto può avere il ruolo di caregiver?
Cambiare un pannolino non è un comportamento di cura che implica un alto livello di relazione e di intimità?
I padri, quindi, non sono necessariamente in prova perché nel momento in cui sono (vogliono essere) presenti nei comportamenti di cura verso i propri figli diventano soggetti essi stessi di attaccamento.
Senza dover necessariamente testare (= mettere in dubbio fino a prova contraria) ogni volta la loro capacità di cura e accudimento.
Dalla cura primaria fino alla cura educativa.

Già nella fase dell'attaccamento in prova di Bowlby  (dai 3 mesi) quando il bambino discrimina le figure e comincia a riconoscere quelle che lo curano, lo coccolano, lo nutrono.

Proviamo a riguardare l'immagine proposta nella pubblicità.
Non possiamo definire quel comportamento come un comportamento di cura?

Allora (forse) la teoria dell'attaccamento letta in un'ottica sistemica riconosce la famiglie come il caregiver. A prescindere dalla differenza di genere.




mercoledì 30 luglio 2014

E poi mi chiedono che lavoro faccio...

ore 20.30
Ricevi una telefonata...
"Non vuole lavare i denti, sta facendo scene dell'altro mondo. C'è fuori mezzo paese. Adesso chiamo i carabinieri e lo faccio portare in istituto. Non ce la faccio più..."
Clic.
La telefonata si chiude.
Tu richiami ma risponde la segreteria telefonica.
Una volta. Due volte. Tre. Quindici.
Sempre la segreteria.
Prendi la tua decisione. Guardi tua figlia (che non ha ancora 8 anni e si sta apprestando ad andare a letto) e le dici "Scusa piccola, devo uscire. Si tratta di un'emergenza." E poi parti.
Venti minuti d'auto durante i quali l'emotività, l'adrenalina e la lucidità professionale si mischiano. A tratti si confondono.
Pensi a tutti gli scenari possibili. Al paese che assiste allo scempio educativo. Ai carabinieri a cui dovrai probabilmente spiegare quanto accaduto (con tutti gli annessi e connessi). Alla mamma e al suo bimbo che "chissà come saranno messi...", all'intervento educativo che dovrai fare.
Perché questo è quello che stai andando a fare: un intervento educativo che non hai progettato, programmato e che dovrai agire entro i prossimi minuti.
Arrivi.
Di carabinieri e vicinato nemmeno l'ombra. Di urla e pianti nemmeno più l'eco.
Lui sta lavando i denti e lei lo sta aiutando.
Non è importante quello che dici o quello che fai. Non è questo il senso della narrazione. 
Basta dire che cerchi di contenere la tua emotività (ma non troppo) e che ti preoccupi di tutto il sistema: madre, bimbo, vicinato... Con un occhio a quello che hai fatto fino ad ora, uno all'obiettivo di ora e di domani (quando li dovrai rincontrare!), uno agli obiettivi del servizio sociale e del tribunale.... e quanti occhi ha un educatore?
Tutti quelli appena citato più uno.
Perché quando tutto finisce ed esci da quella casa l'adrenalina cala.
E l'ultimo occhio si occupa di te lasciando uscire una microscopica (forse metaforica) lacrima.
Perché ti accorgi che la cosa più dolorosa di questa folle serata è quella frase.
"Scusa piccola, devo uscire. Si tratta di un'emergenza."
E ti accorgi che forse hai chiesto troppo. Non a te stesso, ma alla tua piccola. Che non ha ancora otto anni ma già deve fare i conti con le emergenze serali e le partenze improvvise.
Il guaio è che hai ancora venti minuti d'auto da percorrere per arrivare a casa. E che non potrai fare altro che pensare a quanto accaduto. Professionalmente e personalmente.
Emozioni, dubbi, sensi di colpa, valutazioni del tuo operato...
Poi torni a casa e l'abbracci.
"Sono tornato. Tutto a posto." dici, pensando all'emergenza che hai appena affrontato.
E lei ti risponde: "Si, tutto a posto papi." pensando a sé stessa.
Le dai il bacio della buona notte.
Torni sul divano e ti chiedi se merita un padre che la sera, invece di stare con lei, corre per altri bambini.
Una risposta arriva.
Merita questo padre che la ama tanto perché ha imparato ad amare anche altri bambini.

Un ultimo pensiero.
Vaffanculo a questo lavoro.
Domani si ricomincia.

E tutto quello che resta
sono sogni incollati fino a dentro le ossa
(Emma - Amami)



domenica 11 maggio 2014

#educazionEamore - Il nuovo ruolo dei padri

Il tema del mese di maggio lanciato da Snodi Pedagogici è: #educazionEamore

"L’educazione all’amore come dimensione particolare dell’incontro (umano e tra esseri viventi), alla sessualità, all’affettività, alla passione, intesa non solo come eros ma più etimologicamente come provare un forte “sentire” per qualcosa o qualcuno.

Come educare e come educarsi all'amore, in tutte le sue sfaccettature..."

Buona lettura.


#educazionEamore - Educare all’amore: il nuovo ruolo dei padri

I nuovi padri, intendendoli non solo in senso anagrafico ma soprattutto come portatori di un nuovo approccio, stanno imparando l’importanza di partecipare all’educazione dei propri figli anche dal punto affettivo.
Una vera piccola rivoluzione per un ambito che, fino a poco tempo, fa riguardava solo la sfera materna e vedeva il padre ai margini per timore che ne venisse minata l’autorità.
Fortunatamente i papà di oggi hanno capito l’importanza di educare all’affettività dandone l’esempio in prima persona senza per questo sentirsi sminuiti nel proprio ruolo. Questo deriva dalla sempre maggiore partecipazione dei padri alla vita dei figli che porta a una maggiore confidenza e complicità. E’ qualcosa che viene da sé. Non c’è bisogno di programmare un bacio o un abbraccio. Tutto viene naturale se, ad esempio, è normale accompagnare il proprio figlio all’asilo, e il momento dei saluti è un classico, o si va insieme al parco dove si scopre ben presto che i rimedi più efficaci contro le sbucciature alle ginocchia e le cadute sono un bacio e un fazzoletto per asciugare le lacrime.
L’affettività, come tanti altri aspetti dell’educazione, non si insegna a tavolino ma si apprende ogni giorno osservando i comportamenti di chi ci sta intorno. L’amore, come qualsiasi concetto astratto, ha bisogno di prendere forma e concretizzarsi attraverso gesti.
Personalmente non vedo il rischio, sbandierato da alcuni, di una deriva del padre verso l’universo materno. Si tratta solo di un’etichetta utilizzata fino ad oggi che dovrà essere aggiornata. Un abbraccio non è un gesto “materno” è un gesto “umano”. Inoltre, il padre e la madre metteranno anche in questa sfera la propria impronta che sarà diversa e, quindi, rappresenterà un arricchimento per il bambino. Non dimentichiamoci che per un figlio piccolo il babbo e la mamma sono i rappresentanti principali del mondo maschile e di quello femminile. E’ bene che l’amore non emerga come a beneficio di una sola delle due metà del cielo.



Daniele Semplici, autore del blog BABBOnline 
Toscano, padre di una bambina di quasi quattro anni. Ama viaggiare, leggere e scrivere. Ha iniziato il suo blog sulla paternità due anni fa. Nel 2010 ha pubblicato il suo primo libro con una casa editrice locale. Appassionato di Internet, da qualche mese ha pubblicato il suo secondo romanzo “Tutti sul tetto” solo in versione ebook attraverso il self-publishing.




Tutti i contributi verranno divulgati dai blogger di Snodi Pedagogici, condivisi e commentati sui diversi social e raccolti in questo link.

I blog che partecipano
Il Piccolo Doge
InDialogo
Tra fantasia, pensiero e azione
E di Educazione
Nessi Pedagogici
Ponti e derive
Bivio Pedagogico
La bottega della Pedagogista

I blogging day fanno parte di un progetto culturale organizzato e promosso da Snodi Pedagogici.
Questo avrà termine con l'estate e sfocerà in un'antologia dei contributi che verrà pubblicata sotto forma di ebook"

domenica 13 aprile 2014

Può l'amore soffocare l'educazione?

Intro...

In attesa del bloggin day di maggio targato Snodi Pedagogici che avrà come tema #educazionEamore (trovata tutte le info qui) ecco una breve riflessione di una serata come tante altre (o forse no?)...



È venerdì sera e sto tornando a casa dopo una lunga giornata di lavoro: quasi dodici ore passate in giro tra un servizio per bambini 0-3 anni e diversi interventi educativi domiciliari con bambini e adolescenti.
Sono stanco perché ho sulle spalle un'intera settimana di lavoro ma ho di fianco a me una pizza famiglia da portare a casa e la consapevolezza che mi manca ancora una giornata di lavoro e poi potrò staccare.
Sono pensieroso: mi sto concentrando sul prossimo blogging day che tratterà un binomio interessante. Educazione e Amore. 
La mente corre stanca da un pensiero all'altro: mi viene in mente la definizione di "amore pedagogico" come quel sentimento che deve governare l'agito di un educatore; penso al tema della sessualità e di come le pulsioni, le domande e gli agiti di tanti utenti riempiano le giornate (e gli incubi) di noi professionisti; provo ad immaginare quali tipologie di persone proveranno a scrivere sull'argomento e da quale parte della matassa cercheranno di sbrogliare il bandolo di un tema affascinante ma anche faticoso, impegnativo, a tratti pericoloso.
Ma, ripeto, sono un po' stanco e così come il pilota automatico della mia auto mi porta verso casa (accompagnato dal fantastico profumino che esce dal contenitore appoggiato sul sedile accanto a me) allo stesso modo i pensiero fluiscono incompiuti, aggrovigliati su sé stessi senza un inizio e una fine, rumorosi in un rotolare uno sopra l'altro senza portare a nulla di concreto.
Un flusso di coscienza attorno ad un evento che da mesi mi accompagna e che si è quindi meritato di diritto un angoletto fisso del mio cervello.
Mi fermo ad un semaforo rosso e, in automatico, estraggo lo smartphone per dare una sbirciata ai miei social, quel continuo bipbippare che scandisce le mie giornate.
E lo vedo.
Quello stato su facebook scritto da mia moglie.

"Mamma, a te piace il sorriso di papà? A me sembra un quadro."

Due righe. Una citazione estrapolata da un discorso che, mi immagino, si sarà svolto in auto o durante l'asciugatura dei capelli dopo la doccia. Praticamente due dei tanti momenti in cui veniamo investiti dalle perle di saggezza della nostra bimba.

Un sorriso, quel sorriso, mi si stampa sulla faccia e, travolto da un'ondata d'amore infinito, penso che sto vivendo uno dei momenti più belli della mia vita. Vita che, se finisse in quel momento, avrebbe certamente avuto il suo senso.
Mi guardo nello specchietto retrovisore e mi sento un po' idiota, sia per il sorriso stampato in volto che per il pensiero che davanti a queste frasi un genitore perde certamente la sua lucidità educativa. E un padre-educatore questo lo sa bene.

Mi torna in mente il tema del blogging day e una domanda mi si accende nel cervello.
Può l'amore soffocare l'educazione?
Cioè: provare un amore così intenso verso una figlia può annebbiare la capacità di osservare e gestire le situazioni? Può rendere più complesso prendere delle decisioni in linea con l'obiettivo progettato?
L'amore - in sostanza - aiuta o no il processo educativo? È un motore o un freno?

La relazione, e quindi un qualsivoglia tipo di coinvolgimento emotivo, è di sicuro la condizione fondamentale da cui partire perché l'educazione sia efficace. E da qui, nella professione educativa l'importanza dell'amore pedagogico inteso come "...lo spirito attraverso cui si manifesta la vocazione educativa, quale tensione tutta interiore di interessamento e di cura dell'adulto verso le giovani generazioni [...] si esplica come dato essenzialmente culturale, frutto di competenza e saggezza educativa, di riconoscimento e rispetto dell'altro [...] come essere distinto e diverso..."(1)

Ma nell'educazione naturale? 
In alcuni testi si parla dell'amore genitoriale come di una concretizzazione dell'istinto genitoriale (materno o paterno che sia) che, quindi, non verrebbe governato dalla razionalità. 
E la domanda allora torna: l'amore può soffocare l'educazione?
Quale strumento può evitare questo soffocamento e restituire all'amore la sua funzione di supporto al processo educativo?

Come dire: il sorriso ebete che vedo nel retrovisore della mia auto è il campanello d'allarme che mi ricorda il compito educativo che mi aspetta o il riflesso del rischio che corro se non presto attenzione alla mia parte razionale?


(1) La pedagogia dell'amore. Amare nelle diverse età della vita. Luigi Secco


venerdì 14 marzo 2014

Un post-it per Michele Serra

Ho letto il suo libro. 

Ho percorso, pagina per pagina, il rapporto problematico con il figlio tardo-adolescente sdraiato sulla sua stessa -sembra - incomprensibile età.
Ho cercato similitudini e differenze in questa lunga lettera che ha scritto a quel ragazzi nel tentativi di...

Di?

Ho poi scovato in rete commenti peda-socio-psico-educativi, riletture politiche dei messaggi ipotizzabili tra le righe.

Senza entrare nel merito della disanima politica, per la quale non ho le conoscenze necessarie mi limito a commentarlo come padre ed educatore: un completo fallimento su entrambi i fronti.

Terminata la lettura avevo solo voglia di scrivere io una lettera.
Non al figlio sdraiato, quanto al padre ripiegato su sé stesso.

Poi mi sono reso conto che sarebbe bastato un post-it.

"Svegliati, sei un padre! Smetti di scrivere e parla con tuo figlio!"


giovedì 30 gennaio 2014

Francesco Casali intervista Alessandro Curti

Francesco Casali è un educatore come me. 
E come me (anzi, di più) è anche uno scrittore: l'autore-educatore che mi ha fatto avere "quel centimetro di coraggio sopra la paura" che mi ha permesso di scrivere il mio Padri Imperfetti.
Ed è con lui che ho tentato questo esperimento: chiedergli di intervistarmi!
Perché?
Forse per avere un riscontro di quanto ho scritto, o più probabilmente per capire, attraverso le sue domande, che tipo di impatto ha avuto il mio romanzo.
Comunque...

Questo è il risultato del nostro esperimento.
Buona lettura.

Nella scrittura del libro pensi abbia inciso maggiormente l’essere diventato padre o il tuo lavoro di educatore con i minori? O meglio: se non fossi diventato padre avresti iniziato ugualmente a scrivere questo libro?

La volontà (e la necessità) di scrivere un libro c'è sempre stata, anche prima di diventare padre. Nel mio lavoro di educatore ho sempre utilizzato la scrittura come strumento per fissare immagini, descrivere situazioni, produrre relazioni. Ma più di tutto la scrittura, dal punto di vista professionale, mi è servita per riflettere su ciò che faccio.
Quando sono diventato padre tutto è cambiato: la mia vita, i miei ritmi professionali, le mie priorità. E anche i temi su cui mi sono trovato a riflettere.
Per rispondere sinteticamente alla tua domanda: si, avrei scritto (o tentato di scrivere) anche se non fossi diventato padre.
Ma certamente non avrei scritto su questo argomento e con l'intenzione di riflettere anche sul mio ruolo nella relazione con mia figlia.

Ho l’impressione che tu abbia solo accennato – forse volutamente - ad alcune questioni giuridiche e burocratiche legate ad affidamenti e tribunali: cosa ne pensi in generale dell’attuale sistema legislativo riguardo ai minori? 

Il tema poteva essere di sicuro approfondito in modo più preciso ma ho volutamente scelto di non farlo perché è un argomento delicato. I tribunali e i servizi sociali sono formati da persone e sono il loro impegno e professionalità (o la loro mancanza) a fare la differenza.
Le istituzioni sono dei contenitori e, in quanto tali, privi di qualità positive o negative. 
Oltre a questo mi preme anche aggiungere che nelle storie che racconto è fin troppo facile accusare le istituzioni e non volevo gettare benzina sul fuoco.

Qual è la stata la difficoltà maggiore durante la scrittura e, se potessi, tornare indietro, cosa cambieresti del tuo lavoro? 

La difficoltà maggiore è stata la gestione del tempo, trovare dei momenti in cui potermi concentrare e scrivere.
Se tornassi indietro? Farei più attenzione al processo di editing, seguendolo maggiormente ed evitando di delegarlo troppo. 
Ero alla mia prima pubblicazione e non vedevo l'ora di averla tra le mani. Ma la fretta non è sempre positiva.

Come è stato accolto dal mondo femminile delle “madri imperfette” il tuo libro? 

Il mio libro è stato letto da molte donne e da nessuna di loro ho ricevuto critiche per l'immagine che esce del mondo femminile. Credo, anzi, di aver mostrato loro una visione della paternità che forse non consideravano, che non riuscivano a percepire.
Credo che il titolo abbia anzi incentivato la lettura del gender opposto perché le donne (le mamme) spesso considerano "imperfetti" proprio i padri. Non è un'accusa quella che faccio, semplicemente una constatazione in un mondo che fatica a concepire la cura e l'educazione al maschile.

Per me la scrittura va di pari passo con un lavoro interiore e di solito al termine di un libro, magari dopo l’ennesima rilettura, si rivedono alcune cose personali che inizialmente apparivano diverse. E’ successo anche a te sia come padre che come educatore? 

Come dicevo prima il processo di scrittura è sempre stato, per me, strumento di riflessione e quindi si, ho rivisto e rielaborato diversi aspetti, sia come padre che come educatore.
È però stato un processo che mi ha accompagnato già durante la scrittura e non solo al suo termine.
Ho scritto inizialmente per me. Solo dopo mi sono reso conto che stavo anche cercando di comunicare con i potenziali lettori.

E questi sono i suoi libri


 


sabato 30 novembre 2013

"Padri Imperfetti" incontra l'educazione naturale

Succede che da un po' di tempo a questa parte si parli di paternità in crisi, della difficoltà del maschile di ritrovare un ruolo – il proprio ruolo – in una società che già nel lontano 1963 si identificava come “senza padri” (Alexander Mitscherlich - Verso una società senza padre. Feltrinelli, Milano, 1970).
Succede poi che questa krìsis (nel senso greco del termine) spinga alcuni uomini verso la ricerca di un senso nuovo e differente a questa paternità, tanto che un uomo-padre-educatore che con i padri lavora quasi quotidianamente decida di scrivere un libro sull'imperfezione della paternità.
Poi qualcuno, che il libro lo ha letto e [probabilmente] lo ha apprezzato, decide che può essere condiviso, che vale la pena di utilizzarlo per aprire una discussione, una riflessione sulla paternità.
Succede allora che viene organizzata una presentazione, che gli inviti vengano inviati, che (come in tutti i piccoli paesi di provincia) il passaparola diventi il vero amplificatore della notizia e che – inaspettatamente – la sale dedicata sia più piena di quanto chiunque si potesse aspettare.
L'autore (che scrittore non è, fa l'educatore, per chi l'avesse dimenticato) comincia a parlare del suo libro. Timidamente. Quasi con timore.
Parte poi una prima domanda, seguita da una seconda e anche da una terza... e la serata supera i vincoli che il libro pone con i suoi contenuti e le sua storie trasformandosi in un dialogo, in una riflessione comune sulla paternità, sul ruolo genitoriale e sulla responsabilità che gli adulti hanno nei confronti delle nuove leve.
Si parla del senso del limite che i giovani sembrano non avere e che (forse) non hanno ricevuto come insegnamento.
Si parla di comunicazione. Comunicazione genitoriale, di coppia, familiare. Con gli annessi e connessi canali di comunicazione. Passando per il web e i pericoli-vincoli-vantaggi che può dare. Senza dimenticare le paure che provocano in chi nativo digitale non è.


L'educazione professionale incontra l'educazione naturale. E l'alchimia che si forma è calda, attiva e produttiva.
Un seme gettato.
Una promessa di incontrarsi di nuovo.
E confrontarsi ancora.
Su questo tema o su altri.

Segnale di un bisogno di “fare rete” anche nel nostro ruolo educativo e genitoriale. Consapevoli che “insieme forse è meglio”.

educareè

martedì 17 settembre 2013

Genitore1, Genitore2... GenitoreN

Uff... una nuova polemica che fa il giro del mondo.
Dalla Francia a Venezia e via per tutti i social (che ormai assomigliano sempre più a casse di risonanza che a veri e propri luoghi di condivisione e riflessione) rimbalzano le opinioni pro o contro l'abolizione dei termini madre e padre dai moduli di iscrizione ad asili e scuole (ovvero dai primi cancelli che i nostri figli attraversano per entrare in società e smettere di essere “solo” figli nostri) sostituendoli con genitore 1 e genitore 2.
Personalmente questi due termini mi fanno venire in mente le Bananas in Pyjamas, personaggi semi-divertenti anche noti come B1 e B2 che quelli che come me hanno un figlio mediamente piccolo avranno ben presente. Chi non li conosce... beh, sono due Banane (ovviamente abbigliate con un pigiama a righe) che vivono nel magico mondo di Cuddlestown tutte le loro avventure. Come noi genitori viviamo le nostre avventure nel mondo reale.


So che la questione andrebbe affrontata più seriamente che con un parallelo ai cartoni animati perché apre – come sempre – un mucchio di questioni più o meno politico-legali come il riconoscimento delle coppie di fatto, l'adozione da parte di coppie omosessuali, le sempieterne diatribe sulla potestà genitoriale, sulla monogenitorialità e sull'affido più o meno condiviso; ma a me piace semplificare e calare la questione su situazioni concrete. Così, giusto per capirci un qualcosa di più.
E quale modo più semplice per sciogliere una matassa così contorta che ribaltare la situazione e affrontarla come farebbero dei bambini chiedendosi cosa ne penserebbero i nostri figli? D'altra parte staremmo discutendo di come loro devono chiamare noi anche se non sanno (né gli tocca, per fortuna) compilare moduli, non conoscono il significato di “chi ne fa le veci” o di “potestà genitoriale”. I bimbi sono solo abituati a chiamare gli adulti che gli stanno intorno con... gli appellativi che sono stati educati ad utilizzare.
Eccolo il vero nodo della questione, secondo me. A prescindere dall'essere riconosciuto come G1 o G2 sulla modulistica di iscrizione a qualsivoglia gruppo sociale, è come un adulto si pone nei confronti del cucciolo di cui è responsabile ad essere prioritario.

Ci sono genitori naturali che gettano i propri figli nei cassonetti (e nemmeno nella raccolta differenziata), conosco genitori adottivi che amano la loro prole giuridica più di coloro che li hanno messi la mondo (e abbandonati), ho incontrato mono-padri e mono-madri che si sobbarcano il doppio ruolo con il triplo della fatica per evitare ai propri figli di subire la mancanza dell'altra metà della mela che [per un motivo o per l'altro] non c'è, mi confronto con famiglie allargate che si adoperano per fare del loro meglio nell'educazione dei figli, ho lavorato con educatori professionali che – in strutture di accoglienza per minori – si relazionano con “minori non accompagnati” con un ruolo educativo-affettivo importante nel processo di crescita di quei ragazzi lasciati soli dalla vita o peggio buttati in un mondo che nemmeno conoscono.
Tutto nell'interesse del minore.

Cosa direbbero questi bambini-ragazzi in merito alla questione di G1 e G2?
Se chiedessi a mia figlia “Chi sono io per te?” sono certo che mi abbraccerebbe forte forte e mi risponderebbe “Sei il mio Tati”.
E poi magari tornerebbe a guardare B1 e B2 ignara di quanto la società attuale sia rappresentata in quel cartone animato.


lunedì 2 settembre 2013

Apologia della maternità distorta?

- Papà, perché questa sera non vieni a dormire a casa? - 
- Devo lavorare Principessa, lo sai che devo fare la notte! - 
- Ma perché non puoi venire a dormire qui con me? - 
- E chi li sveglia domani mattina i miei ragazzi? Chi li manda a lavorare o a scuola? Lo sai che che se non li butto giù io dal letto non si alzano. - 
- Li butti giù dal letto? - 
- Certo, e a qualcuno faccio anche il solletico sotto i piedi. -
- E loro ridono, papino? - 
- Certo. - 
- Ma domani arrivi a casa? - 
- Certo amore e domani sera ti darò il bacio della buona notte. Questa sera te lo dà mamma! -
- Ma io voglio anche il tuo... - 
- Domani amore, domani te ne do due. Uno anche per oggi. - 
- Buona notte papino. -
- Buona notte Principessa. - 
Immagine di Pascal Campion - tratta da http://pascalcampion.com/

Oggi leggevo un articolo da un blog che titolava "Di mamme ce n'è una sola..." e mi è tornata alla mente la conversazione telefonica che ho appena descritto. 
Il medesimo copione che si ripeteva ogni volta che telefonavo, dal turno di notte nella comunità per minori in cui lavoravo, per dare la buona notte alla mia piccola.
Una buona notte telefonica che non riusciva a sostituire quelle reale.
Uno dei motivi (forse il principale) che mi hanno indotto a lasciare un lavoro che amavo e che svolgevo da diciotto anni era proprio la sofferenza che provavo ascoltando quelle parole al telefono. 
Due volte a settimana. Otto volte al mese.
Tanti erano i turni notturni che mi toccavano, e altrettante erano le occasioni in cui sentivo la mia piccolina che mi diceva quelle frasi.
Me la immaginavo accoccolata sul divano con la sua adorata mamma, a lei abbracciata e mezza addormentata dopo la lunga giornata trascorsa.
Ma non potevo abbracciarla io. Non potevo darle il bacio della buona notte. 
E lei di questo soffriva.

Poi oggi mi imbatto in questo articolo, postato su un gruppo di padri separati su Facebook. 
Come gettare benzina sul fuoco.
Ma non sono i commenti di quei padri a colpirmi, perché altro non sono che le urla di dolore di esseri umani feriti (a torto o a ragione) dalla mancanza di qualcosa.
Sono le parole della scienziata a scazzottare la mia pancia e a scaturire in me alcune riflessioni di stampo pedagogico.


"Una gatta, una leonessa, una tigre, una cavalla reagiscono con violenza inaudita di fronte a chi porta via loro un cucciolo, fino a morire! E questo è programmato nei comportamenti innati insiti nel nostro DNA, probabilmente tramandato da migliaia di anni di evoluzione ed è comportamento comune a tutti i mammiferi.
Tale comportamento di difesa della prole è fondamentale visto che serve alla conservazione della specie. Né il gatto, né il cavallo, né il leone, né il maschio della tigre hanno un analogo comportamento. Il cervello di una donna, all’atto del parto, subisce, per opera della cascata di ormoni, cambiamenti anatomici e funzionali che ne alterano il comportamento verso lo sviluppo di un atteggiamento di difesa e di accudimento della prole."

Il parallelo con il mondo animale mi colpisce. 
Il cambiamento anatomico e funzionale del cervello della donna a seguito del parto mi incuriosisce. Davvero ci sono una serie di cascate di ormoni che "trasformano" una donna in una mamma?
Scientificamente sono ignorante e quindi, come ogni buon ignorante di terza generazione può fare, mi butto in rete e provo a googolare diverse frasi chiave.
Non emerge nulla di scientifico che confermi (e che nemmeno disconfermi, ad onor del vero) quanto dichiarato dalla dottoressa.
Un mucchio di articoli sulle mestruazioni, sulla depressione post-parto, sui cambiamenti fisici delle donne... ma nulla a livello cerebrale.
Ripeto: scientificamente sono un ignorante e quindi proseguo nella lettura e nella ricerca.

"Quando nasce un bambino nasce una mamma! E mamma resterà per sempre, anche se il figlio muore."

Ecco la successiva frase con cui il mio igno-cerebro si scontra.
Se me l'avessero proposta a vent'anni avrei giurato (sputo per terra e croce sul cuore) che si trattava di un assioma perché "Una mamma è per sempre".
Ma i vent'anni passano in fretta. E nel mio caso ancora di più perché - arrivati i ventuno - ho cominciato a lavorare in una comunità per minori allontanati dalla famiglia e mi sono scontrato con un'immagine di "madre" differente da quella a cui ero abituato.
Madri che uscivano di senno e si [pre]occupavano più di sé che dei propri figli; donne che utilizzavano la gravidanza come arma di ricatto per tenere legati a sé uomini che non trovavano altro motivo (e spesso nemmeno quello) per rimanere con le proprie compagne; coppie composte da tardo-adolescenti che per superare il trauma di non essere stati "figli" cercavano di diventare "genitori" nella speranza di un riscatto... Maternità e Paternità "patologiche" che producevano "carne da comunità"... Ed io ero uno di quelli che...

"Non c’è matrigna al mondo che possa far da madre, non c’è suora, educatrice, puericultrice, non c’è padre che possa sostituire la madre. I bambini devono stare con la loro famiglia, se la famiglia è disunita i bambini devono stare con la madre. Ed i padri devono aiutare la mamme a fare le mamme, perché la mamma non è sostituibile."

... si occupava della cura e dell'igiene personale; 
abbracciava e consolava quando la nostalgia diventava troppa; 
seguiva nei compiti, parlava con i professori e le maestre, si ricordava il grembiule ogni mattina; 
si occupava di fare i letti, di controllare che gli abiti fossero puliti e di preparare i cambi di stagione; 
cucinava con/per i ragazzi che erano ospiti in struttura; 
aspettava i "genitori naturali" insieme ai ragazzi pronto ad ammorbidire ogni bordata emotiva che [inevitabilmente] arrivava; 
si arrabbiava, sgridava, urlava e impartiva punizioni quando le regole non erano rispettate; 
accompagnava al mare verificando che costumi, secchielli e palette fossero sufficienti per tutti; 
consolava per i primi amori non corrisposti; 
rideva per barzellette sentite miliardi di volte;
andava a dormire solo dopo che tutto era davvero a posto, per quel giorno e per quello successivo...
Ma non ero madre, suora, puericultrice... Ero un semplice Educatore, ancora nemmeno padre a quell'età...

Eppure avevo a che fare con i Tribunali, quelli "veri" che [allora e ancora] si occupano di prendere le decisioni relativamente ai minori.
Non posso affermare che TUTTI i giudici e TUTTE le assistenti sociali fossero adeguati al ruolo che ricoprivano: come in ogni ambito sociale c'è chi sa fare, chi vorrebbe fare, chi preferisce non fare e chi farebbe se... Ma ho incontrato Giudici e Assistenti Sociali che le iniziali maiuscole. Che sapevano cosa fare, cosa dire, cosa non fare e cosa non dire...
In nome e per conto dei minori che rappresentavano...

Ma la dottoressa oggi mi ha fatto riflettere nuovamente su queste realtà, perché quando si parla di minori non si scherza, non si deve sbagliare, bisogna riferirsi a verità incontrovertibili, occorre costantemente farsi delle domande...
D'altra parte... la scienza è scienza!

"Questo dovrebbe essere insegnato nei Tribunali ai giuristi da consulenti “veri”, che conoscono, veramente, la scienza e la biologia. Tutto diventerebbe più facile se la scienza, quella vera, non le fandonie, fosse contrapposta i pregiudizi medioevali.
I figli si levano ai genitori, ed in particolare alla madre, SOLO se si teme per la loro sopravvivenza in vita o per grave abuso, ed anche in questo caso…non è il bambino che lascia la famiglia se con questa ha un rapporto di tenerezza, amore, dipendenza, cure, ma è il Sociale e la Giustizia che “entrano” dentro la famiglia vi si installano e difendono il bambino fino a quando non si abbiano le prove inequivocabili di una impossibilità al recupero di un rapporto di tutela da parte della famiglia di origine."

Condivisibile questa affermazione, soprattutto da uno [Io] che quotidianamente entra nelle case altrui cercando di supportare, sostenere, indirizzare, aiutare, veicolare... le famiglie nel loro compito primario di cura e di educazione dei giovani virgulti.
Con tutte le difficoltà del caso...
Ma la Scienza (quella "vera") non è discutibile. Ed ogni ragionamento pedagogico nulla può in confronto alle verità scientifiche assolute. Quelle che sette anni fa mi hanno magicamente "trasformato" in un padre. Biologico. Quindi "scientificamente vero".

Ma...

"Il padre si può fare anche da lontano, come dimostrano migliaia di anni di storia, la mamma no! Un padre che leva la mamma al suo bambino non è un bravo padre, un padre che combatte per la custodia esclusiva non è un bravo padre. Un padre che così possa esser chiamato, non leva la mamma al suo bambino!"

Io al telefono non riuscivo a fare il padre al 100%. Cercavo di fare del mio meglio, ma proprio non ce la facevo.
Ho fallito?
Sono un pessimo padre?
Sono un pessimo educatore?

La scienza (secondo la dottoressa Maria Serenella Pignotti) mi darà torto.
Ma schiere di minori inseriti in comunità forse potrebbero dire il contrario.
E quando mia figlia si sveglia alla mattina e pretende il "bacio in tre" da sua madre e da suo padre dà una prova scientifica dell'importanza [per entrambi i ruoli] della presenza fisica.

D'altra parte Darwin non parlava di "evoluzione della specie"?
Io non lo so. 
Sono scientificamente ignorante.

Magari la dottoressa ha qualcosa di scientifico da dire...