lunedì 1 ottobre 2012

Faccio l'educatore, non il sarto.

Sono nella classe della "scuola speciale" (quelle che non esistono più, infatti mi sembra di vivere in un telefilm) a dare "supporto" all'inserimento del bimbo che seguo da anni. Con me c'è la maestra e con lui ci sono i suoi cinque "compagni speciali".
Stiamo lavorando sull'autunno: schede da scrivere e colorare, caratteristiche, alfabetizzazione... Due compagni vengono chiamati fuori dall'aula: devono andare a fare la seduta di psicomotricità e di logopedia. Uno dei bimbi - 9 anni e con deliri religiosi - comincia con il suo solito spettacolino. Crede di essere il figlio di Dio, ma non nel senso comune che vede (almeno per i credenti) tutti gli essere umani come Suoi figli. No, lui è Il Figlio, infatti dice di chiamarsi Gesù.
Purtroppo fino a qui niente di strano. Dico purtroppo perché è spesso vittima di questo delirio e mi è già capitato di assistervi.
Ma oggi è molto più agitato, meno contenibile. Non so perché, non c'è il tempo di chiederlo alla maestra che è impegnata a gestire (e monitorare) il piccolo e contemporaneamente cerca di portare avanti il programma didattico-educativo della giornata. La situazione, però, si fa complessa e lei è costretta ad uscire spesso dall'aula perché "Gesù" non ne vuole sapere di stare in classe.
Senza chiedere nulla prendo in mano la situazione dei "sopravvissuti" in aula: gli faccio svolgere il lavoro che gli era stato assegnato dall'insegnante nel modo in cui ho osservato le volte precedenti.
Arriva l'ora di andare a mensa (coincidente con la mia uscita da scuola), il bimbo si calma (dopo aver dato anche un sonoro - visto l'urlo che ne consegue - morso sul braccio della sua maestra) e ci avviamo all'ascensore.
La maestra mi ringrazia e io le rimando che non c'é bisogno, sono lì per quello.
Ma non è vero.
Io sono in quell'aula per facilitare l'inserimento del mio utente.
Ho fatto male a prendere in mano la situazione? Ho commesso un errore sostituendomi all'insegnante? Credo di no.
In primo luogo perché dovevo garantire al mio piccolo - proprio in virtù della mia presenza in quella classe - un contesto "scolastico" entro cui sentirsi adeguato.
Inoltre ho ritenuto che lo stesso obiettivo valesse anche per gli altri compagni.
Ritengo però di non aver avuto tutti gli strumenti necessari per portare avanti la situazione: avrei voluto sapere che tipo di patologia ha il "disturbatore" e che metodologia di intervento si possa utilizzare (quando ha morso la sua insegnante il mio istinto mi diceva "Fai qualcosa!" ma la mia ragione rispondeva "Non fare la cosa sbagliata!"), avrei voluto conoscere l'obiettivo didattico della giornata o anche solo della singola attività, le problematiche e gli obiettivi individuali dei compagni, le regole di contesto, le possibilità di eccezione a queste regole...
Purtroppo non c'è stato il tempo di mettermi a conoscenza di queste informazioni e quindi mi sono dovuto barcamenare.
Perché la direzione non ha condiviso con me informazioni così importanti? Sono comunque presente nell'aula e la mia è decisamente una presenza educativa.
Come mai non mi è stata data l'opportunità di intervenire al meglio avendo tutti gli strumenti a disposizione?
Sono considerato un "ospite" (magari anche poco desiderato) in una struttura così specialistica?
La peculiarità di un educatore deve anche essere quella di saper "improvvisare" in una situazione di crisi, ma l'improvvisazione non rappresenta mai l'eccellenza pedagogica.
Sono rimasto un po' deluso dai miei interventi educatovi di oggi perché so di aver solo messo una pezza.
Ma io faccio l'educatore, non il sarto.