giovedì 4 ottobre 2012

L'educatore si interroga...

Parlavo oggi con un'assistente sociale rispetto ad un ragazzino che seguo. Lei ha avuto un incontro di restituzione con un padre nel quale gli rimandava l'andamento generale degli interventi educativi e della situazione familiare, nonché dello stato di benessere dei ragazzi.
L'immagine che tentava di restituire a quest'uomo è di una sua assenza educativa ed emotiva nei confronti di suo figlio.
Una frase mi è rimasta impressa: "Suo figlio è sicuramente un ragazzino in gamba, con tante risorse. E per fortuna ha trovato un educatore su cui appoggiarsi perché tutta la parte che normalmente dovrebbe agire un padre con suo figlio adolescente in questo caso è stata svolta dall'educatore. Non da lei."
Non importa la storia di questo ragazzino o la risposta che il padre ha dato all'operatrice.
Quello che mi ha colpito è la metafora di padre che io sono (secondo i servizi) per M.
Ho ripercorso mentalmente i casi che sto seguendo e le figure di padri con cui mi confronto.
Due bimbi che il papà non lo hanno mai visto né conosciuto; due altri bimbi con un genitore a cui le circostanze o le famiglie non permettono di assolvere al suo ruolo; due adolescenti con un padre assente; un preadolescente con un padre violento e maltrattante; due gemelli con un bravo papà, presente, autorevole ed affettuoso.
Su otto padri solo uno assolve in modo corretto (con limiti e risorse, come tutti) al suo ruolo.
Non voglio parlare della crisi degli uomini in educazione nella nostra epoca, del ruolo che hanno (o non hanno) perché sono temi su cui si è già detto e scritto molto (anche da me).
La riflessione che ho effettuato oggi (sempre in macchina, mentre mi "traslocavo" da un intervento all'altro) è scaturita dalla frase dell'assistente sociale, che ha attribuito a me il ruolo di "padre" di M.
Certamente il suo era un tentativo di smuovere l'uomo che aveva davanti, di dargli una scossa. Ma altrettanto sicuramente in quella frase c'era un fondo di verità.
Non mi sono interrogato sul vissuto di M. e di suo padre.
Mi sono chiesto che tipo di padre sono io e quanto il mio lavoro influisca (positivamente o meno) su questo mio ruolo.
Ho ripercorso le modalità comunicative e comportamentali dei padri con cui lavoro (o con la cui assenza devo fare i conti), i loro agiti, le retroazioni che hanno sui loro figli... e ho cercato di fare un parallelo tra loro e me. Per assonanze e differenze.
Naturalmente non mi paragono a loro: sono utenti, io no.
Ma non ho potuto fare a meno di pensare al tipo di padre che sono con mia figlia: quali pregi e quali difetti ho, quali risorse e quali mancanze mostro, quanta autorevolezza e affettuosità utilizzo.
Mi è piaciuto questo momento intimo con me stesso, durante il quale ho rivisto i baci e gli abbracci con la mia piccola, le nostre "discussioni", i nostri giochi, la sua tristezza quando devo andare a lavorare, la gioia nei suoi occhi quando torno a casa, la gestione della stanchezza, la condivisione (a volte anche "colorita") delle scelta delle modalità educative con mia moglie...
Non è importante il bilancio che ne è scaturito - questo è mio, intimo e personale - ma fondamentale è il fatto che il mio lavoro mi sostiene anche nel mio ruolo di padre. Essere un educatore e un pedagogista fa di me un padre migliore, solo per il fatto che non dò nulla per scontato, che mi interrogo costantemente.
Singolare è però anche un altro aspetto: come mai in questo momento della mia vita mi capitano tanti casi in cui il ruolo del padre è uno dei nodi principali? Si tratta di casualità? Oppure la mia condizione personale mi porta ad avere questo focus come uno di quelli a cui sto più attento? O i servizi riconoscono che il mio essere padre può essere "un'arma" in più nella gestione di questi casi?
Non lo so.