sabato 6 ottobre 2012

Se la regola c'è

Sono al parco giochi con i gemelli. C'è lo svicolo, le altalene, il castello di legno, le corde per arrampicarsi. E poi c'è un prato enorme, un pallone e gli amici dei gemelli. La partita di calcio scatta in automatico. Non può succesere altrimenti con un pallone, un gruppo di bambini di seconda elementare e un prato.
Mentre giochiamo parte la solita discussione: ci sono bambini che non possono sopportare di perdere e cercano di cambiare le regole in loro favore.
Mentre cerco di gestire la "crisi" (insieme ai genitori degli altri calciatori) si avvicinano due agenti della polizia locale.
Sono imbarazzati. Ci guardano. Uno dei due accenna un "Non si può giocare a pallone in questo parco".
Silenzio. Sconcerto.
Un bimbo comincia a piangere: "Perché non possiamo giocare? L'abbiamo sempre fatto". E giù altre lacrime.
L'altro agente - ancora più imbarazzato di prima - aggiunge un "Mi dispiace, c'è il cartello di divieto... Se nessuno avesse detto nulla... È che qualcuno si è lamentato... E non possiamo fare finta di nulla... C'è il divieto...".
Alle lacrime del primo bimbo si aggiungono quelle dei compagni di partita.
Io, e gli altri genitori con me, ribadisco che se la regola c'è va rispettata. Per me questo momento tragicomico divneta un'occasione educativa. Le regole vanno rispettate, e quale occasione migliore per esprimere questo concetto?
"È una regola stupida!" esclama uno dei miei gemelli.
Quanta verità in queste parole! Come si fa ad impedire di giocare a calcio in un parco giochi?
Ma la regola c'è. Stupida o meno che sia c'è e bisogna rispettarla. Un'altra occasione educativa: se una regola non ci piace bisogna trovare il modo di farla cambiare, ma nel frattempo bisogna rispettarla.
Questo rimando ai miei gemelli, e gli altri genitori sottolineano e confermano il mio messaggio. Meno male.
Una mamma intanto si rivolge ad uno dei due agenti: "Ma come la mettiamo con tutti quei personaggi che in questo parco giochi bevono, bestemmiano e fumano qualsiasi cosa davanti ai nostri bambini?".
Altro imbarazzo da parte dei due agenti. Pare che questa emozione sia la linea di congiungimento di questa situazione paradossale.
Gli agenti non sanno cosa dire, il loro linguaggio non verbale concorda decisamente con quanto detto da questa mamma, ma la loro divisa non può permettere l'espressione di questo concetto.
Per fortuna il buon senso trova una via di fuga: "Il suggerimento che possiamo darvi è di andare dal sindaco ad esprimere le vostre rimostranze, purtroppo il cartello vieta l'uso del pallone ma non l'accesso con bottiglie di vetro o la maleducazione. Quindi noi non possiamo intervenire. Ma se andate dal sindaco magari le regole potranno essere cambiate".
Non voglio disquisire su una città che vieta il gioco del pallone a dei bambini di seconda elementare ma non può intervenire sulla maleducazione degli adolescenti. So che questo secondo problema non è facilmente risolvibile con l'introduzione di semplici regole, è un problema molto più ampio.
Certamente, da educatore non di primo pelo, ho cercato di trasformare una situazione difficile in uno strumento per passare un messaggio educativo.
Oggi ho avuto l'occasione per insegnare ai miei gemellini che le regole vanno rispettate, anche se non ci piacciono. Ma il messaggio più impotante è stato quello successivo: non dobbiamo essere passivi nell'osservanza delle regole, se abbiamo motivazioni serie per affermare e credere che la regola sia sbagliata possiamo cercare di cambiarla, nel rispetto - però - di ciò che altri hanno stabilito fino a che questo non cambierà.
Sembra un messaggio semplicistico, passato a dei bimbi di sette anni (che onestamente hanno fatto molta fatica a digerirlo visto che volevano solo giocare a pallone, come tutti gli altri giorni dopo la scuola) ma - in un periodo in cui in ogni telegiornale le notizie principali sono di politici corrotti che violano le regole ed evasori fiscali che sbandierano il loro egoismo a prescindere dal rispetto degli altri e delle regole civili - mi sembra un buon seme da gettare nel terreno dell'educazione e dell'evoluzione di questi cuccioli.
Magari questa mancata partita di calcio, così sofferta, diventerà un valore sociale acquisito nella formazione di un Super-Io più responsabile e sociale in un futuro prossimo.
Ecco uno dei compiti fondamentali dell'educatore: seminare in modo progettuale con una visione circolare di ciò che accade.
Anche se ritiene assurdo non poter tirare calci ad un pallone in un prato.