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sabato 21 marzo 2015

L'educatore [dis]umano

Il sabato mattina è uno dei momenti più faticosi della  mia settimana professionale. 
Non solo ho sulle spalle il carico emotivo dei cinque giorni trascorsi nel mondo dei servizi per l'infanzia e degli interventi educativi scolastici e domiciliari ma devo anche affrontare una situazione già di per sé molto complessa.

Da solo affronto un sistema familiare molto complicato inserito in un contesto sociale ancora più "variegato". 
Riassumendo: i più completi manuali pedagogici che narrano i sistemi multiproblematici uniti alle peggio complessità familiari in stile Beautiful. Conditi con una manciata di disabilità e psicopatologia q.b.
In poche parole: disagio allo stato puro.


Di situazioni come questa (purtroppo) è pieno il mondo e noi educatori non possiamo fare altro che affrontarle.

Due frasi - però - oggi mi hanno umanamente segnato.

"Mamma, ho il lavoretto per la festa del papà. Tu hai un papà per me?"

"Alessandro io non ho fatto niente di male. Mio figlio l'ho solo abbandonato."

Non so...
Forse perché è sabato mattina ed ho sulle spalle un'intera settimana...
Forse perché sto invecchiando e (si sa!) gli anziani hanno una sensibilità particolare...
Forse perché sono reduce della (mia personalissima) festa del papà...
Forse perché seguo questo ragazzino da quando era un bambino...

Sta di fatto che, a dispetto dei miei 22 anni di anzianità di servizio, oggi ne sono uscito con le ossa un po' rotte.
Mi sono chiesto come si possa continuare ad essere professionali davanti ad esternazioni del genere perché - in entrambe le situazioni - avrei solo voluto mettermi ad urlare (e forse uccidere qualcuno!).

Da qui la riflessione: quanto il lato umano di un educatore è risorsa e quanto è limite? Quali sono i lati [dis]umani dell'educazione?

Poi, per fortuna, una telefonata salvifica. "Papà tra quanto arrivi a casa? Io e mamma ti stiamo aspettando..."

martedì 27 gennaio 2015

Padri Imperfetti al Salone Internazionale del Libro 2015

Un gruppo di autori, senza il supporto di alcuna casa editrice, si sono riuniti e si sono organizzati in una Associazione per partecipare, con un proprio stand, al Salone Internazionale del Libro di Torino.
Un atto pedagogicamente interessante perché tante persone diverse si sono riunite per un obiettivo comune.
Un evento umanamente intrigante perché il tutto è stato organizzato su Facebook, senza conoscenza diretta tra i partecipanti.
Padri Imperfetti, il mio romanzo, farà parte di questo evento.

Siete tutti invitati.


domenica 23 novembre 2014

La cultura pedagogica del terzo tipo

Ieri si è svolto a Voghera il Convegno "I primi 1000 giorni di vita" organizzato da Asilo Nido Ama Voghera. Insieme alla collega e amica Monica D'Alessandro Pozzi siamo stati invitati per un intervento inerente l'Educazione. Ecco l'estratto di ciò che abbiamo raccontato.


Educazione naturale vs Educazione professionale
La cultura pedagogica del terzo tipo
di Alessandro Curti e Monica D'Alessandro Pozzi

"Quando nasce un bambino non sempre nasce un genitore".

Non si diventa genitori nel momento in cui si concepisce un bambino: si diventa madri o padri nel momento in cui si sceglie di educare quel bambino.
Ma da dove nasce la cultura pedagogica che ci sostiene nel complesso compito di educare i propri figli? Da dove si attingono risorse e saperi da tradurre in agiti pedagogici?
L'educazione nasce naturale e nel passato la trasmissione dei saperi avveniva nelle famiglie allargate: erano l'esempio e le esperienze vissute e narrate da nonni, genitori e zii che formavano i novelli genitori e li trasformavano da “educandi” (nel loro ruolo di figli) ad “educatori” (nel loro nuovo ruolo di madre e padre).
Le trasformazioni sociali hanno però fatto sempre più scomparire questi grandi clan familiari che si sostenevano e aiutavano vicendevolmente. La necessità di portare a casa due stipendi per far fronte alle nuove necessità economiche e l'allungamento del ciclo produttivo che allontana sempre di più il momento dell'uscita dal mondo del lavoro hanno diminuito il tempo a disposizione dei figli rendendo necessaria la nascita dell'educazione professionale in sostituzione di quella naturale.
Genitori e nonni ancora e troppo impiegati nel mondo del lavoro hanno sollecitato la nascita di servizi educativi a cui delegare il compito di cura ed educazione della prole.
La necessaria formazione di “educazioni professionali” è stata demandata a scuole ed università che attingendo ai saperi filosofici, pedagogici e psicologici hanno creato una cultura apparentemente “alta” non a misura di genitore.
Asili nido, scuole di ogni ordine e grado, servizi ricreativi ed educativi, società sporitve, oratori hanno assunto il compito di sostituire il ruolo genitoriale nella quotidianità.
Nulla di nuovo: solo una descrizione – forse nemmeno troppo originale – della situazione in cui viviamo oggi.
Il processo però porta con sé dei rischi.
La professionalizzazione dell'educazione è evidentemente necessaria, per evitare che “chiunque” si improvvisi in una mansione così importante senza avere gli strumenti idonei ad esperirla ma, dall'altro lato, rischia di indurre gli operatori a peccare di superiorità rispetto alla famiglia relegandola ad un ruolo marginale.
D'altro canto i genitori, attraverso la decisione più o meno volontaria di delegare la cura dei propri figli a dei professionisti, si sentono delegittimati e depauperati del loro ruolo naturale e rischiano di peccare in “eccesso di delega” sollevandosi dall'incarico di assunzione di responsabilità.
Sembra che in questo momento, quindi, sia necessario ritrovare una connessione tra educazione naturale e professionale che si stanno allontanando perdendo la giusta complementarietà ed alleanza per restituire il valore di cura ad ogni soggetto coinvolto e costruire una cultura pedagogica che sia in grado di fondere il sapere pedagogico con le prassi educative quotidiane.
Ma dove si può ritrovare un luogo in cui la “trasmissione del sapere” sia possibile se “il cortile” di una volta non esiste più? Se non esistono spazi di condivisione e di c-costruzione e di scambio?
La risposta viene dalla rete: un luogo virtuale dove la condivisione è possibile a dispetto della vicinanza fisica. Espressione di questa necessità di scambio è la nascita di infiniti blog, piattaforme, forum in cui tecno-madri e tecno-padri cercano occasioni formative e di supporto al ruolo educativo ponendo domande e fornendo tentativi di risposte.
Il mondo dell'educazione naturale e di quella professionale però sembrano restare ancora molto distanti e distaccati perché manca, a mio parere, la costruzione di un linguaggio comune che faciliti il dialogo. I professionisti dell'educazione, per necessità o per vanto, utilizzano ancora un linguaggio tecnico (e a volte poco concreto) che non viene riconosciuto dalle famiglie come utile ai bisogni (espressi o latenti che siano) nel tentativo (forse?) di mantenere quella superiorità intellettuale che conferma la necessità della sua presenza nel pieno rispetto di quella legge sistemica che afferma che un sistema lavora per la sua sopravvivenza a discapito degli altri sistemi.
Anche questo intervento, provocatoriamente, vuole indurre questo pensiero.
Per stuzzicare in ognuno di noi quella sensazione di deja-vu che porta gli educatori naturali a pensare “Ecco: un altro spocchioso tecnico dell'educazione che ci vuole insegnare come si educano i nostri figli” e gli educatori professionali a sentirsi tranquilli nella condivisione di un linguaggio che appartiene loro e che ne conferma l'esistenza.
Ma io, oltre ad essere un educatore ed un pedagogista, sono anche un genitore. Sono quello che un collega e amico definisce “educatore del terzo tipo” cioè colui che si occupa di educazione professionale e naturale.
E so per esperienza che tra i due mi risulta più semplice il ruolo professionale perché quello naturale mi crea quell'ansia e quel timore che accomunano tutti i genitori di questo millennio.
La risorsa, credo, è proprio quella di accomunare i due saperi – ciò che ho studiato e ciò che ho imparato nel rapporto con altri genitori, primi fra tutti i miei e che ho vissuto come figlio – nel tentativo di offrire a mia figlia il padre migliore che riesco ad essere.

E in tema di accomunare i saperi voglio soffermarmi sul pensiero che molti genitori si trovano ad affrontare quando riconoscono, per differenti e spesso urgenti motivi (il rientro lavoro, ad esempio), di dover “lasciare” il proprio bambino o la propria bambina, letteralmente nelle mani di “altri”.
E anche in questo caso il confronto tra chi ci è già passato è motivo di rassicurazione e confronto; il dialogo promuove buone prassi educative, aiuta a mettersi in discussione; difficile trovare ogni volta una risposta “univoca”( credo davvero che sia difficile trovarne una che vada bene per tutti. E questo viene confermato sia dall'educazione al naturale che da quella professionale...siamo soliti e coscienti nel dire che ogni bambino e ogni bambina sono a sé, unici).
Succede anche di mettersi online per capire, scovare”ricette” per comprendere meglio “il come e cosa fare”.
Alla fine arriva l'invito ad un incontro davanti a un caffè; il famoso caffè pedagogico. E il ritorno dall'esperienza virtuale, la conoscenza o i dubbi, vengono condivisi di nuovo nel piccolo, nel “cortile”, nell'ingresso all'asilo,da cui si era partiti per diventare piazza.
Condividere davvero la scelta educativa dei nostri figli con chi si occupa di loro è un atto di grande fiducia. Significa dare senso e portare avanti un “progetto educativo” che viene calato nella quotidianità.
“Se all'asilo ormai sono capace di mangiare da solo...prova anche a casa a lasciarmi il cucchiaio, anche se sporco un po' in giro, ma ce la faccio”; potrebbe essere una risposta “pensata”, non riuscirebbe ancora, forse a dirla di un bambino o una bambina alla prime cucchiaiate. Un pensiero di “connessione” tra un piccolo e un grande che provano a dialogare.
Il piccolo prova con il suo disappunto a dire”no, ce la faccio io”. Il grande, davanti a questa “ribellione”, trova aiuto e dialogo con l'educatrice di riferimento che gli spiega che il momento è arrivato “lascialo fare”.

Da qui comincia un cammino tra persone che si interrogano e provano a offrire gioia a chi con fiducia condivide momenti di vita con noi, educatori , mi piace dire, al confine. Un confine labile che trova soluzioni con e insieme all'altro. E si cresce, “virtualmente e non”.


Partecipare, come Educatori e Consulenti Pedagogici, ad un Convegno in qualità di professionisti riconosciuti accanto a Pediatri, Neuropsichiatri Infantili, Infermieri, Nutrizionisti e Assistenti Sociali è stato certamente importante ma, ancora più importante per me, è stato trovare (e ri-trovare) un clima di progettazione e di scambio di visioni pedagogiche che da un po' mi mancava.
Un ringraziamento particolare a Monica ed Elisa (soprattutto per il caffé e le risate).

E a Sara che fa tutto questo per amore.

mercoledì 19 novembre 2014

Riecco Snodi; partecipazione alla conferenza “I primi mille giorni di vita”

Dopo aver rimandato, causa maltempo, la presentazione del libro “Padri imperfetti” di Alessandro Curti, organizzato da CulturAma Associazione Culturale Polivalente presso il caffè Leon d’Oro a Voghera, questo sabato, 22 novembre Snodi Pedagogici sarà ancora protagonista  del “pedagogico” .
La conferenza “I primi mille giorni di vita” organizzata dall’Asilo Nido Studio AMA, da poco diventata impresa sociale, di Voghera con il patrocinio della Provincia e dell’Asl di Pavia e del Comune di Voghera, vedrà come protagonisti differenti relatori accomunati dal “prendersi cura” dei bambini e delle bambine in questa importante e delicata fase della vita. 
Saranno presenti: 
  • il Dr. Alberto Chiara, Primario della pediatria dell’ospedale di Voghera, 
  • il Dr. Enrico Contri del Progetto Manovre Disostruzione pediatrice dell’Associazione “Pavia nel Cuore”, 
  • la Dr.ssa Giulia Castellani, referente del reparto della Neuropsichiatria dell’Infanzia e del’Adolescenza di Voghera, 
  • la Dr.ssa Antonella Albrigoni, Assistente Sociale dell’Asl di Pavia, 
  • la Dr.ssa Carla Torti, dietologa dell’Asl di Pavia,
  • la Dott.ssa Monica D'Alessandro Pozzi che insieme a me porterà un contributo sulla condivisione del sapere pedagogico, oggi, attraverso la rete e non solo.

A moderare gli interventi il Dr. Fabrizio Brusorio dello Studio AMA che insieme alla moglie, l’educatrice Giuliana Cadorna, da tempo desideravano un confronto e un dialogo per “aprire” , non solo fisicamente, ma attraverso il pensiero e il contatto le porte che l’asilo nido Ama ogni giorno apre ai bambini e alle famiglie.
Dunque, l’appuntamento è per sabato 22 novembre alle ore 16:00 presso la sala Rosa della Fondazione Adolescere, v.le della repubblica 25 a Voghera. Massimiliano Alloisio (chitarra) e Loris Stefanuto (percussioni) saranno protagonisti dell’intrattenimento musicale mentre si potranno gustare alcuni dei “piatti dei bambini” a cura della ristorazione Concordia.
E non dimentichiamoci che questa è la settimana dei “Diritti dell’infanzia e dell’adolescenza” approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989. In quegli stessi giorni a Berlino cadeva il muro…e da tempo i mattoni dentro i “muri” dell’educazione e della pedagogia cercano “aria e spazio”.

mercoledì 5 novembre 2014

...di paternità ed educazione

Un nuovo appuntamento a Voghera.
Grazie all'Associazione Culturale Polivalente CulturAma e a Snodi Pedagogici

Per chi vuole partecipare ad una serata in cui confrontarsi su paternità ed educazione.


mercoledì 3 settembre 2014

Dal pannolino ad una nuova teoria dell'attaccamento

Qualche giorno fa una collega mi ha mostrato questa immagine ben sapendo che la mia "orticaria paterna" si sarebbe acuita nuovamente.
Pensava di provocarmi... ma io ho semplicemente pensato che i creativi assoldati per creare questa pubblicità non avevano reso un gran bel servizio alla committenza, perché avrebbero perso qualche cliente, invece di guadagnarlo.

Almeno: se mia figlia portasse ancora il pannolino io di sicuro non avrei acquistato questi.

Perché emerge [ancora] l'immagine di un maschile inabile alla cura, da mettere alla prova.
Un vecchio cliché?
Forse.

Cosa manca di pedagogico?

Questa la domanda di chi - con interesse - cerca di esplorare le differenze di genere per scorgervi una novità, una differenziazione rispetto a ciò che culturalmente sembra ormai granitico.
Quesito che ha scaturito una risposta composta da due domande, entrambe che iniziavano con un "forse".

Forse l'idea di una cura al maschile che non sia solo da mettere alla prova ma che valga come già "testata"? Forse una teoria dell'attaccamento sistemica e non biunivoca? 

La teoria dell'attaccamento, che tutti ormai sanno essere stata formulata da Bowlby nel secolo scorso, definisce l'attaccamento come "un sistema dinamico di atteggiamenti e comportamenti che contribuiscono alla formazione di un legame specifico tra due persone, un vincolo le cui radici possono essere rintracciate nelle relazioni primarie che si instaurano fra bambino e adulto." [J. Bowlby - Attaccamento e Perdita].
Secondo lo psicoanalista (e quando mai è un pedagogista a formulare una teoria?) il bambino, fin dalla nascita, è naturalmente predisposto a sviluppare un forte legame di attaccamento con la madre, o più in generale con qualsiasi adulto definito caregiver cioè colui che offre cura.

O la madre o chiunque.
Come dire che se non sei la madre sei, appunto, chiunque.
Cioè nessuno.

Ho sempre pensato che il fraintendimento nascesse dalla convinzione che il legame di attaccamento ponesse le sue basi durante i primi mesi di vita di un bambino, periodo nel quale l'unico oggetto di interesse è il seno materno come "fornitore di nutrimento". Da qui si è sempre ipotizzato che il legame primario (= simbiotico, nell'accezione di Margaret Mahler) fosse con la madre, relegando il padre ad un ruolo di comparsa nel sistema familiare.
Ma è proprio Bowlby a sostenere che nei primi tre mesi di vita il bambino vive la fase di pre-attaccamento: pur riconoscendo la figura umana non discrimina e non riconosce specificatamente le persone.
Quindi nemmeno la madre che per il cucciolo altro non è che una grande tetta.
E come si passa dall'essere una grande tetta a diventare un caregiver?
E chi è questo fantomatico caregiver? Da cosa è caratterizzato?

To care significa prendersi cura di e si differenzia dal to cure che ha uno stampo maggiormente sanitario, dove la cura è il tentativo di superare uno stato di malattia e di malessere.
Come si può allora dire che il padre NON è un caregiver?

La teoria sistemica sostiene che condizione necessaria perché sia stabilito un sistema è che i suoi elementi interagiscano tra loro e che tale interazione avviene quando il comportamento dell'uno influenza quello dell'altro.
Si può definire l'interazione - secondo me - come una relazione.

Non è quindi sufficiente che ci sia una relazione perché si possa parlare di sistema familiare dove ogni soggetto può avere il ruolo di caregiver?
Cambiare un pannolino non è un comportamento di cura che implica un alto livello di relazione e di intimità?
I padri, quindi, non sono necessariamente in prova perché nel momento in cui sono (vogliono essere) presenti nei comportamenti di cura verso i propri figli diventano soggetti essi stessi di attaccamento.
Senza dover necessariamente testare (= mettere in dubbio fino a prova contraria) ogni volta la loro capacità di cura e accudimento.
Dalla cura primaria fino alla cura educativa.

Già nella fase dell'attaccamento in prova di Bowlby  (dai 3 mesi) quando il bambino discrimina le figure e comincia a riconoscere quelle che lo curano, lo coccolano, lo nutrono.

Proviamo a riguardare l'immagine proposta nella pubblicità.
Non possiamo definire quel comportamento come un comportamento di cura?

Allora (forse) la teoria dell'attaccamento letta in un'ottica sistemica riconosce la famiglie come il caregiver. A prescindere dalla differenza di genere.




mercoledì 27 agosto 2014

#pensodunquebloggo2 - di conclusioni e ripartenze

Il 28 agosto i blogger del gruppo Snodi Pedagogici scriveranno e pubblicheranno una serie di articoli, sui propri blog, inerenti ai blogging day già pubblicati:

Una sorta di conclusione su quanto è emerso fino ad oggi grazie ai vostri contributi, per rileggere assieme a voi i passaggi fondamentali, provando a dare delle risposte ma anche porre e porsi nuove domande, in vista dell'antologia che verrà pubblicata ad autunno e il cui ricavato andrà in beneficenza alla "Locanda dei Girasoli" di Roma
Gli articoli verranno pubblicati sui diversi social con‪#‎Pensodunquebloggodue‬ e raccolti sul sito di Snodi Pedagogici

#pensodunquebloggodue - di conclusioni e ripartenze

Ed eccoci alla fine, alla conclusione di un Blogging Day iniziato a gennaio e che ha portato tutti noi, blogger di Snodi Pedagogici, in un viaggio che forse nemmeno ci aspettavamo.
I primi tre appuntamenti hanno riguardato l'educazione naturale, le connessioni tra pedagogia e scuola, e i possibili link tra pedagogia e politica (il secondo post ospitato da questo blog sul tema lo trovate qui).
Le prime tre tappe di un percorso che ci hanno accompagnato in riflessioni, stimoli e proposte di altri e che ognuno di noi ha tentato di ricucire nel primo #pensodunquebloggo.

A me personalmente sembrava già un ottimo risultato perché - considerando le fatiche e l'agitazione da scolaretti che stavano dietro ad ogni appuntamento - credevo avremmo terminato le nostre energie in quella prima tornata.
Ma noi Edu-Blogger siamo gente cocciuta.
O incosciente.

Ed ecco che allora siamo partiti con i tre appuntamenti successivi: educazione e amore, educazione e bellezza (anche questo bissato qui) e i lati oscuri dell'educazione
Che ci conducono direttamente a questo #pensodunquebloggodue, con il quale tentiamo una ricucitura dei temi affrontati in questo ultimo trimestre.
Rileggendo gli ultimi contributi mi è venuta in mente un'immagine che - secondo me - le racchiude.
Una moneta. 

Una moneta chiamata Educazione la cui prima faccia è l'amore (sentimento fondamentale per la costruzione di una relazione che deve declinarsi in amore pedagogico se la relazione da costruire è di tipo educativo) e l'altra è il pericolo (perché il rischio di ogni educatore è di cedere al richiamo dell'onnipotenza, trasformandosi in un cattivo maestro). 
Immaginando questo concetto nel mio quotidiano lavorativo riesco a scorgere innumerevoli episodio in cui ho dovuto coniugare questi due aspetti (l'amore pedagogico verso i miei utenti e l'attenzione al mio delirio di onnipotenza).
Innumerevoli? Praticamente ogni azione educativa che svolgo passa sotto queste due lenti d'osservazione, a voler ben guardare...
E dove sta la bellezza, vi chiederete?
Me lo sono chiesto anche io. E ho trovato la risposta rileggendo proprio Ogni scarafone è bello a mamma soja perché la Bellezza sta proprio nel risultato che possiamo osservare in ciò che facciamo.

Come Michelangelo, che nel blocco di marmo già intravedeva la statua che vi era nascosta liberandola dalle parti eccedenti. 
Una bellezza che è frutto anche del nostro amore e dell'attenzione che poniamo al nostro essere onnipotenti, ma che è già insito nella persona che abbiamo di fronte. 
E che noi possiamo solo trarre fuori (ex-ducere).

Genitori, insegnanti, politici, educatori, esseri umani... siamo tutti coinvolti come soggetti attivi nel processo di Educazione dell'altro come di noi stessi. Del mondo. 
L'Educazione diventa compito e responsabilità di ognuno di noi. 
A suo modo. 
Per le proprie capacità.
Ma non è possibile abdicare.
O meglio: io scelgo di non abdicare.
Come educatore, padre ed essere di questo mondo.

Questo è, per me, il significato di questo percorso: cercare ogni strada per continuare a far risuonare la grancassa dell'Educazione perché tutti possano esserne richiamati ed attratti.
Ecco perché questo #pensodunquebloggodue non è un punto di arrivo.
Ma una nuova partenza.
Per nuove idee, percorsi e scambi di cultura educativa e pedagogica.
Dentro e fuori la rete.

Per dare voce a Tutti coloro che avranno voglia di partecipare, nei commenti o con altri contributi sui temi che verranno proposti.




I Blog Partecipanti:

La Bottega della Pedagogista di Vania Rigoni
Ponti e Derive di Monica Cristina Massola
Nessi Pedagogici di Manuela Fedeli
E di Educazione di Anna Gatti assieme a un guest post di Alessia Zucchelli, collaboratrice del blog
Bivio Pedagogico di Christian Sarno
TraFantasiaSpazioAzione di Monica D'Alessandro Pozzi
Labirinti Pedagogici di Alessandro Curti
In Dialogo di Elisa Benzi
Il Piccolo Doge di Sylvia Baldessari

mercoledì 4 giugno 2014

Quando ti manca un pezzo di famiglia...


Capita a volte che, diventando grande, ti stacchi dalla tua famiglia d'origine e te ne vai in qualche parte del mondo a vivere. Magari non vicinissimo ai tuoi genitori, magari fisicamente non troppo lontano ma emotivamente distante...
Capita.
Ma non è che lo hai deciso prima. Progettato. Premeditato.
Capita e basta.
Di solito è una storia d'amore. Un lavoro che ti piace. Una casualità della vita.
Insomma: capita.
Poi il tempo passa e tu sei soddisfatto della tua vita. Del tuo lavoro. Della famiglia che ti sei creato. Della vita che hai [faticosamente] costruito. 
Ma ti manca un pezzo. Una parte della tua famiglia.
Che spesso fai finta di non ricordare, di perdere nei meandri della tua quotidianità. Il turbinio del lavoro, gli impegni sociali e familiari... 
Insomma ti perdi via.
Poi però capita qualcos'altro. Una frase. Un desiderio. Un bisogno che irrompono nella tua vita.

"Papi, andiamo a trovare i nonni. Mi mancano..."

E ti accorgi che ti manca un pezzo della tua famiglia.
O che se non manca a te, manca a qualcuno che per te è fondamentale.
Che è la TUA vita.

Poi nello stesso giorno capita anche altro.
Capita che leggi un articolo che racconta di tutti quei ragazzi che una famiglia non ce l'hanno. O se ce l'hanno... beh, qualche volta sarebbe stato meglio non ce l'avessero. 
Perché così pensavi, quando lavoravi con loro. Per loro.
E spesso non si trattava solo di un lavoro. 
Perché il lavoro te lo portavi a casa. 
A volte solo emotivamente. Altre volte anche fisicamente...
Insomma: ti trovi a fare un parallelo. 
Tra te [che la famiglia qualche volta l'hai schifata nella tua adolescenziale ribellione alla ricerca di un'autonomia] e loro [che avrebbero voluto una famiglia da schifare, invidiando la tua. Per quanto fosse difficile...].


E fai un bilancio.
Ricordi quando, prima dei tuoi diciotto anni, dicevi "Ah... quando sarò maggiorenne finalmente me ne potrò andare e stare finalmente bene!". 
E poi i diciotto anni sono arrivati. 
E qualcuno [tua madre] ti ha detto, aprendo la porta: "Ecco! Sei maggiorenne. Se vuoi andare quello è il mondo. Ti aspetta...". 
E tu hai inghiottito il tuo orgoglio e la tua ribellione adolescenziale e hai chiuso la porta. 
Restando dentro casa.
E forse in quel momento sei diventato un po' più uomo. Consapevole, ma solo un po', di quello che significava crescere...
Perché hai capito davvero il significato di quella frase solo qualche anno dopo. Quando un'altra porta si apriva per un neo maggiorenne e lui era lì, con gli occhi lucidi colmi di uno sguardo implorante.
"Non mi buttare in mezzo ad una strada..." diceva senza dirlo.
E tu? Cosa potevi fare? 
Nulla... perché erano passati quei fatidici diciassetteanniundicimesiventinovegiorni e la maggiore età era arrivata.
Senza appello.
Senza la possibilità di dire "Scusate... Aspettate un attimo... Non sono pronto..."
Avresti solo voluto chiudere quella porta. Prima che il ragazzo con gli occhioni imploranti uscisse.
[E capita... magari... che ci scrivi anche un libro!]

Ma non era possibile.
La legge che [implacabile] avevi invocato quando volevi diventare autonomo si abbatteva [inesorabile] su qualcuno che non l'aveva chiesta.
Che da anni implorava di essere accudito. Curato. Coccolato.
E tu, che accudito curato e coccolato lo eri stato, un po' ti sei vergognato.
Come se avessi sputato nel piatto in cui avevi mangiato. 
Ma non era colpa tua. Non lo era mai stato.
Tu eri stato un semplice adolescente che cercava di abbattere le regole che qualcuno aveva costruito per te. 
Per ricostruirle e farle tue. Interiorizzarle e diventare un po' più adulto.
Un pezzo alla volta.

Perché nello stesso momento capita altro.
[Cavolo! Quattro avvenimenti nel giro di 24 ore!]
Capita che ti ritrovi a condurre una serata con un gruppo di genitori che dovranno fare i volontari all'Oratorio Estivo. E che dovranno "collaborare" con un gruppo di adolescenti nella gestione di un centinaio (probabilmente di più) di bambini/ragazzi.
E cosa fai?
Chiedi loro di fare un viaggio nel tempo e tornare a quando avevano 15 anni. E poi a trovare una parola che riassumesse quel momento.
E poi gli chiedi di traslare quegli stessi termini al giorno d'oggi. Nel loro mondo di adulti/genitori. 
Con un pizzico di sorpresa si ritrovano a riflettere sul fatto che gli stessi termini, sebbene con sfumature differenti, abitano il loro presente.
E che tra loro e gli adolescenti cambia poco.
Solo la consapevolezza.
E che a quegli adolescenti - forse - possono chiedere meno di quello che avrebbero domandato.
Perché, come adulti consapevoli di quello che stanno affrontando, ricordando ciò che sono stati possono essere migliori in quello che sono oggi.

Tutto questo capita in poco tempo. Meno di 24 ore.
E tu [educatore-genitore-adulto-coordinatore] che fai?
Ti ritrovi a riflettere su quanto fosse sciocca [forse] la tua voglia di distaccarti dalla tua famiglia. 
Ti fermi a guardare la tua nuova famiglia [sonnecchiante sul divano] e a ricordare la felicità di quando, qualche mezz'ora prima, hai gioito nel dire a tua figlia
"Sabato arriva tuo cugino. Sta qui con noi una settimana..."

E rivedi nei suoi occhi la stessa gioia di quando tua madre e tuo padre ti telefonato e ti dicono
"Domenica veniamo a pranzo da te!"
E ti ritrovi a immaginare che espressione quei ragazzi di diciassetteanniundicimesieventinovegiorni avrebbero davanti alla stessa frase.
E forse ti vergogni un po' di quello che sei stato.

Questo capita.
Oggi.


E mi chiedevo come
avrei vissuto se tu
e se quel "magone"
mi sarebbe mai "andato giù"!
(V. Rossi - Io no)



(una canzone che ha segnato un tempo... e che va sentita fino alla fine!)

domenica 11 maggio 2014

#educazionEamore - Il nuovo ruolo dei padri

Il tema del mese di maggio lanciato da Snodi Pedagogici è: #educazionEamore

"L’educazione all’amore come dimensione particolare dell’incontro (umano e tra esseri viventi), alla sessualità, all’affettività, alla passione, intesa non solo come eros ma più etimologicamente come provare un forte “sentire” per qualcosa o qualcuno.

Come educare e come educarsi all'amore, in tutte le sue sfaccettature..."

Buona lettura.


#educazionEamore - Educare all’amore: il nuovo ruolo dei padri

I nuovi padri, intendendoli non solo in senso anagrafico ma soprattutto come portatori di un nuovo approccio, stanno imparando l’importanza di partecipare all’educazione dei propri figli anche dal punto affettivo.
Una vera piccola rivoluzione per un ambito che, fino a poco tempo, fa riguardava solo la sfera materna e vedeva il padre ai margini per timore che ne venisse minata l’autorità.
Fortunatamente i papà di oggi hanno capito l’importanza di educare all’affettività dandone l’esempio in prima persona senza per questo sentirsi sminuiti nel proprio ruolo. Questo deriva dalla sempre maggiore partecipazione dei padri alla vita dei figli che porta a una maggiore confidenza e complicità. E’ qualcosa che viene da sé. Non c’è bisogno di programmare un bacio o un abbraccio. Tutto viene naturale se, ad esempio, è normale accompagnare il proprio figlio all’asilo, e il momento dei saluti è un classico, o si va insieme al parco dove si scopre ben presto che i rimedi più efficaci contro le sbucciature alle ginocchia e le cadute sono un bacio e un fazzoletto per asciugare le lacrime.
L’affettività, come tanti altri aspetti dell’educazione, non si insegna a tavolino ma si apprende ogni giorno osservando i comportamenti di chi ci sta intorno. L’amore, come qualsiasi concetto astratto, ha bisogno di prendere forma e concretizzarsi attraverso gesti.
Personalmente non vedo il rischio, sbandierato da alcuni, di una deriva del padre verso l’universo materno. Si tratta solo di un’etichetta utilizzata fino ad oggi che dovrà essere aggiornata. Un abbraccio non è un gesto “materno” è un gesto “umano”. Inoltre, il padre e la madre metteranno anche in questa sfera la propria impronta che sarà diversa e, quindi, rappresenterà un arricchimento per il bambino. Non dimentichiamoci che per un figlio piccolo il babbo e la mamma sono i rappresentanti principali del mondo maschile e di quello femminile. E’ bene che l’amore non emerga come a beneficio di una sola delle due metà del cielo.



Daniele Semplici, autore del blog BABBOnline 
Toscano, padre di una bambina di quasi quattro anni. Ama viaggiare, leggere e scrivere. Ha iniziato il suo blog sulla paternità due anni fa. Nel 2010 ha pubblicato il suo primo libro con una casa editrice locale. Appassionato di Internet, da qualche mese ha pubblicato il suo secondo romanzo “Tutti sul tetto” solo in versione ebook attraverso il self-publishing.




Tutti i contributi verranno divulgati dai blogger di Snodi Pedagogici, condivisi e commentati sui diversi social e raccolti in questo link.

I blog che partecipano
Il Piccolo Doge
InDialogo
Tra fantasia, pensiero e azione
E di Educazione
Nessi Pedagogici
Ponti e derive
Bivio Pedagogico
La bottega della Pedagogista

I blogging day fanno parte di un progetto culturale organizzato e promosso da Snodi Pedagogici.
Questo avrà termine con l'estate e sfocerà in un'antologia dei contributi che verrà pubblicata sotto forma di ebook"

domenica 13 aprile 2014

Può l'amore soffocare l'educazione?

Intro...

In attesa del bloggin day di maggio targato Snodi Pedagogici che avrà come tema #educazionEamore (trovata tutte le info qui) ecco una breve riflessione di una serata come tante altre (o forse no?)...



È venerdì sera e sto tornando a casa dopo una lunga giornata di lavoro: quasi dodici ore passate in giro tra un servizio per bambini 0-3 anni e diversi interventi educativi domiciliari con bambini e adolescenti.
Sono stanco perché ho sulle spalle un'intera settimana di lavoro ma ho di fianco a me una pizza famiglia da portare a casa e la consapevolezza che mi manca ancora una giornata di lavoro e poi potrò staccare.
Sono pensieroso: mi sto concentrando sul prossimo blogging day che tratterà un binomio interessante. Educazione e Amore. 
La mente corre stanca da un pensiero all'altro: mi viene in mente la definizione di "amore pedagogico" come quel sentimento che deve governare l'agito di un educatore; penso al tema della sessualità e di come le pulsioni, le domande e gli agiti di tanti utenti riempiano le giornate (e gli incubi) di noi professionisti; provo ad immaginare quali tipologie di persone proveranno a scrivere sull'argomento e da quale parte della matassa cercheranno di sbrogliare il bandolo di un tema affascinante ma anche faticoso, impegnativo, a tratti pericoloso.
Ma, ripeto, sono un po' stanco e così come il pilota automatico della mia auto mi porta verso casa (accompagnato dal fantastico profumino che esce dal contenitore appoggiato sul sedile accanto a me) allo stesso modo i pensiero fluiscono incompiuti, aggrovigliati su sé stessi senza un inizio e una fine, rumorosi in un rotolare uno sopra l'altro senza portare a nulla di concreto.
Un flusso di coscienza attorno ad un evento che da mesi mi accompagna e che si è quindi meritato di diritto un angoletto fisso del mio cervello.
Mi fermo ad un semaforo rosso e, in automatico, estraggo lo smartphone per dare una sbirciata ai miei social, quel continuo bipbippare che scandisce le mie giornate.
E lo vedo.
Quello stato su facebook scritto da mia moglie.

"Mamma, a te piace il sorriso di papà? A me sembra un quadro."

Due righe. Una citazione estrapolata da un discorso che, mi immagino, si sarà svolto in auto o durante l'asciugatura dei capelli dopo la doccia. Praticamente due dei tanti momenti in cui veniamo investiti dalle perle di saggezza della nostra bimba.

Un sorriso, quel sorriso, mi si stampa sulla faccia e, travolto da un'ondata d'amore infinito, penso che sto vivendo uno dei momenti più belli della mia vita. Vita che, se finisse in quel momento, avrebbe certamente avuto il suo senso.
Mi guardo nello specchietto retrovisore e mi sento un po' idiota, sia per il sorriso stampato in volto che per il pensiero che davanti a queste frasi un genitore perde certamente la sua lucidità educativa. E un padre-educatore questo lo sa bene.

Mi torna in mente il tema del blogging day e una domanda mi si accende nel cervello.
Può l'amore soffocare l'educazione?
Cioè: provare un amore così intenso verso una figlia può annebbiare la capacità di osservare e gestire le situazioni? Può rendere più complesso prendere delle decisioni in linea con l'obiettivo progettato?
L'amore - in sostanza - aiuta o no il processo educativo? È un motore o un freno?

La relazione, e quindi un qualsivoglia tipo di coinvolgimento emotivo, è di sicuro la condizione fondamentale da cui partire perché l'educazione sia efficace. E da qui, nella professione educativa l'importanza dell'amore pedagogico inteso come "...lo spirito attraverso cui si manifesta la vocazione educativa, quale tensione tutta interiore di interessamento e di cura dell'adulto verso le giovani generazioni [...] si esplica come dato essenzialmente culturale, frutto di competenza e saggezza educativa, di riconoscimento e rispetto dell'altro [...] come essere distinto e diverso..."(1)

Ma nell'educazione naturale? 
In alcuni testi si parla dell'amore genitoriale come di una concretizzazione dell'istinto genitoriale (materno o paterno che sia) che, quindi, non verrebbe governato dalla razionalità. 
E la domanda allora torna: l'amore può soffocare l'educazione?
Quale strumento può evitare questo soffocamento e restituire all'amore la sua funzione di supporto al processo educativo?

Come dire: il sorriso ebete che vedo nel retrovisore della mia auto è il campanello d'allarme che mi ricorda il compito educativo che mi aspetta o il riflesso del rischio che corro se non presto attenzione alla mia parte razionale?


(1) La pedagogia dell'amore. Amare nelle diverse età della vita. Luigi Secco


venerdì 14 marzo 2014

Un post-it per Michele Serra

Ho letto il suo libro. 

Ho percorso, pagina per pagina, il rapporto problematico con il figlio tardo-adolescente sdraiato sulla sua stessa -sembra - incomprensibile età.
Ho cercato similitudini e differenze in questa lunga lettera che ha scritto a quel ragazzi nel tentativi di...

Di?

Ho poi scovato in rete commenti peda-socio-psico-educativi, riletture politiche dei messaggi ipotizzabili tra le righe.

Senza entrare nel merito della disanima politica, per la quale non ho le conoscenze necessarie mi limito a commentarlo come padre ed educatore: un completo fallimento su entrambi i fronti.

Terminata la lettura avevo solo voglia di scrivere io una lettera.
Non al figlio sdraiato, quanto al padre ripiegato su sé stesso.

Poi mi sono reso conto che sarebbe bastato un post-it.

"Svegliati, sei un padre! Smetti di scrivere e parla con tuo figlio!"


domenica 16 febbraio 2014

...di ragazze "Bollate" di bullismo

Il video ha fatto il giro della rete. Tutti lo hanno visto, ne hanno parlato, hanno seguito le retroazioni successive...
Una bulla che pesta un'altra ragazza mentre viene filmata dai suoi amici-coetanei che la incitano, non la fermano, mettono il video in rete. 
Si urla allo scandalo per questo video.
Peccato che già cinque anni fa, sul cellulare di uno dei ragazzini ospiti della comunità in cui lavoravo, di video simili ne ho visti a decine: ragazzi che si picchiavano, ragazze che si menavano, bambini (i fratellini minori) che venivano incitati ad allenarsi in questa sorta di sport. Sempre filmati. Non ancora pubblicati in rete.
Ma già lì, tutti perfettamente identici a quello visto dal mondo del web.
Ragazzi per strada privi di una qualsiasi guida o controllo da parte degli adulti. Che nei video non ci sono mai. Come (spesso) anche nelle vite di quei ragazzi.
Con a disposizione solo la possibilità di fare Peer-Education. Senza valori morali, ma risultato di una strategia di apprendimento. Se i grandi non mi insegnano, imparo da solo.

A Bollate hanno parlato di bullismo. La ragazza bionda è stata catalogata.
Ma a me - che piace sempre guardare le cose da un'angolazione inusuale - quella ragazza non sembra un bulla. Quell'episodio non mi sembra un atto di bullismo.
Nel bullismo ci sono due soggetti coinvolti: il "bullo o istigatore" (sia esso singolo o gruppo) e la "vittima". Il primo perpetra atti violenti (fisici o psicologici) che recano danno al secondo.
Inoltre il bullismo si basa su tre principi: intenzionalità, persistenza nel tempo e asimmetria nella relazione. Vale a dire un'azione intenzionale eseguita al fine di arrecare danno alla vittima, continuata nei confronti di un particolare compagno, caratterizzata da uno squilibrio di potere tra chi compie l'azione e chi la subisce. (*)


L'episodio in questione, quindi, sembra essere di un altro tenore. 
Non sembra bullismo perché la vittima non assomiglia ad una vera vittima visto che la cronaca (e i compagni) raccontano quanto fosse stata lei a cominciare; non appare come una vera vittima perché non trovo asimmetria nella relazione. 
E l'aggressore sembra in una posizione di inferiorità, "costretta" all'uso della violenza fisica per rispondere ad un'aggressione (psicologica) subita, per vendicare un torto subito, per "ripulire" la sua immagine di fronte al gruppo, verso il quale (forse) si sente in difetto, in una posizione di inferiorità togliendo anche un'altra discriminante tipica del bullismo che vede l'aggressore come il leader carismatico del gruppo che - anzi - pare più interessato a godersi lo spettacolo piuttosto che ad esserne succube.

L'episodio che abbiamo visto a me pare molto più una scena di violenza. 
Violenza primitiva, primordiale, irrazionale. Una ragazza che non ha altri strumenti per affrontare la situazione che basarsi sulla superiorità fisica. Una violenza diretta, di tipo maschile, basata sulla corporeità piuttosto che indiretta, fondata sulla psiche, più tipicamente femminile. Una violenza che sembra anche abituale, ripetuta, troppo spesso utilizzata come risposta ad una provocazione, ad un'ingiustizia subita.
Una violenza forse ereditata? Frutto di un'educazione distorta?

La domanda che la società si è posta alla vista di quelle scene è stata "Dov'erano gli adulti?"
Già: dov'erano?
La scuola si è subito affrettata a prendere le distanze dall'accaduto; i genitori (o una parte di essi) sembravano dietro l'angolo ad attendere che "giustizia fosse fatta" in una sorta di alleanza al ribasso; la società si è sollevata urlando allo scandalo, indignata che certe cose possano succedere senza rendersi conto che quella ragazza ha lanciato una grande (e inconsapevole) richiesta di aiuto.
La domanda non è "Dov'erano gli adulti?"
La vera domanda è "Dove sono gli adulti? Cosa intendono fare?"

Dall'esperienza si dovrebbe apprendere. E tutti noi adulti dovremmo imparare che il nostro agito educativo deve essere intenzionale e preventivo.
Sappiamo quanto sia inutile chiudere il recinto dopo che i buoi sono scappati?

#educareè