domenica 23 settembre 2012

Apprendimento e sopravvivenza

 
"Se vuoi sopravvivere impari per forza"
Questa frase è uscita qualche giorno fa in una chiacchierata in cui si parlava di trasferimenti in paesi stranieri, con la difficoltà di imparare la nuova lingua, gli usi, le abitudini, i costumi... e con l'inevitabile stanchezza e lo sconforto che accompagnano questo processo.
La "sopravvivenza del migrante" è una caratteristica inevitabile: o ti adegui o soccombi. E porta con se tutte le diatribe sull'integrazione, sull'accoglienza, sulla multiculturalità e l'interculturalità, sul mantenimento delle proprie radici come principio di identificazione.
Ma nella mia testa mi sono trovato a traslare questa frase nel concetto di sopravvivenza letto in generale, non solo contestualizzata alla migrazione.
Posto che il processo di apprendimento e di adattamento sono inevitabili per l'essere umano, la grande difficoltà che trovo è su "come" o "cosa" si apprende.
Nella mia esperienza professionale ho incontrato ragazze che per sopravvivere hanno dovuto imparare a sottostare alle violenze dei loro aguzzini e piegarsi alla prostituzione; ragazzini che per sopravvivere ai loro nuclei familiari disfunzionali hanno dovuto imparare a rinchiudersi in un mondo ideale e fantastico dimenticando cosa sia la realtà; adolescenti che per sopravvivere ad un mondo che non conoscevano realmente (perché gli era stato presentato solo dalla televisione e dalla pubblicità) hanno dovuto imparare a mimetizzarsi nel contesto urbano, apprendere l'arte del fregare le persone, conoscere i meccanismi della malavita; bambini che per sopravvivere al loro senso di inferiorità hanno imparato a trasformarsi in bulli o in piccoli tiranni; padri che per sopravvivere a chi voleva depauperarli di questo ruolo hanno dovuto imparare a difendersi anche con armi non sempre "convenzionali" ed accettabili.
Anche questo è apprendimento, ed è un processo forzato, per sopravvivere.
Ma è sano?
Dipende: per quei soggetti che hanno dovuto "imparare l'arte dell'arrangiarsi" era certamente l'unica via, la sola strada che gli permetteva di non soccombere ad un qualcosa di più grande di loro, che altrimenti li avrebbe schiacciati. Ma per il loro inserimento in una società civile, per la loro persona e per chi gli stava intorno non credo proprio.
Il "come" e il "cosa" quindi devono essere veicolati. Ma da chi? Da figure educative che abbiano il ruolo e il compito di proporre diverse alternative, di mostrare quali possano essere le conseguenze di alcune scelte, di rappresentare - con il proprio comportamento ed esempio - come si possono affrontare le difficoltà.
Ma la catena, si sa, è sempre dura da spezzare.
Occorre quindi che queste figure (professionali o non che siano, poco importa in un processo di apprendimento) abbiano a loro volta gli strumenti per insegnare, abbiano percorso loro stessi un apprendimento che li ha portati a risultati individuali ma riconoscibili, condivisibili, accettabili.
Perché tutti gli "studenti" di cui parlavo poco fa hanno avuto degli insegnanti, dei modelli da guardare ed imitare... le ragazze dedite alla prostituzione sono state istruite da donne che (prima di loro) avevano subito lo stesso trattamento, i ragazzini che rifuggono dalla realtà hanno avuto ottimi docenti che avevano percorso il medesimo tratto di strada, i piccoli malavitosi hanno guardato ed imitato modelli (fratelli, cugini, amici) che - sulla loro pelle - avevano provato nuove strategie di sopravvivenza, i bulli e i tiranni - prima di diventare tali - ha subito il dolore e la paura ed hanno reagito, i padri hanno avuto a loro volta dei padri...
Qualcuno anni fa cantava
tutti i bambini fanno “oh”
dammi la mano
perchè mi lasci solo,
sai che da soli non si può,
senza qualcuno,
nessuno
può diventare un uomo
parafrasando l'importanza delle figure educative di riferimento. E naturalmente esprimeva un concetto sacrosanto, vitale.
Il concetto "se vuoi sopravvivere impari per forza" deve trovare nuove strade per esprimersi, deve trasformarsi in "se vuoi sopravvivere devi imparare per forza, ed io sono disposto ad insegnarti".
Ma io condivido l'affermazione di una docente universitaria che sostiene che "il problema della pedagogia è quello di non avere una sua identità intrinseca e quindi di essere ancella della psicologia, della filosofia e della sociologia, ecc." e mi ritrovo quindi a dover mettere anche la pedagogia all'interno di questo processo di apprendimento: perché anche la pedagogia deve trovare una sua identità, percorre nuove strade e cercare nuovi strumenti.
La pedagogia non deve semplicemente sopravvivere (così come non deve fare l'essere umano) riducendosi ad un ruolo da comprimaria delle altre discipline ma deve vivere ed essere vitale proprio per sostenere ed aiutare tutti coloro che - nel loro processo di apprendimento - devono trovare gli strumenti per sopravvivere.
O per vivere.