lunedì 17 settembre 2012

Transumanza educativa

Leggo sempre con molto interesse le vicissitudini professionali dei miei colleghi sparsi per l'Italia dai social network che ospitano pagine per educatori.
Più leggo e più mi chiedo se vivo in un'isola felice.
Tralasciando tutte le varie questioni sulle equipollenze, sui riconoscimenti dei titoli e sugli albi professionali (argomenti sui quali ho già espresso più volte la mia opinione anche in modo secco) sempre più spesso leggo di educatori che non trovano lavoro, di regioni in cui la nostra figura professionale quasi non esiste, di persone che si sentono "fregate" dagli atenei che non dicono mai quanto sia difficile trovare lavoro.
Io vivo e lavoro in Lombardia: ho iniziato a lavorare nel 1993 e da allora non sono stato disoccupato nemmeno un giorno. Quando ho lasciato la "grande organizzazione" per mettermi in proprio mi sono certo assunto una buona dose di rischio (e con me mia moglie, visto che entrambi abbiamo lasciato l'Ente per cui lavoravamo con un contratto a tempo indeterminato) ma l'ho fatto con consapevolezza e seguendo un "rischio calcolato".
Da allora il lavoro non è mai mancato, anzi è talmente aumentato che ho dovuto coinvolgere altri educatori perché da solo non ce la facevo più. A volte ho messo annunci su siti specialistici perché ero in cerca di collaboratori. Arrivavano curricula da ogni parte del paese, anche per progetti di sei ore settimanali.
Persone disposte a traferirsi a migliaia di chilometri di distanza per un mini-intervento di due mattinate a settimana.
Allora pensavo fossero degli incoscienti, ora credo siano dei disperati.
Mi chiedo come mai ci siano queste enormi differenze nel nostro paese.
In alcune zone non ci sono servizi o agenzie educative? Le condizioni economiche sono così gravi? Oppure c'è un esercito di persone che lavorano e stanno in silenzio? È una questione di qualità degli operatori? O di quantità?
Mi piacerebbe saperlo: per capire se sono io fortunato (e ingenuo) oppure se i silenziosi hanno scelto di non far sentire la loro voce.
Di certo questa "transumanza educativa" è preoccupante. Non solo per i lavoratori ma per coloro che degli educatori hanno bisogno.