mercoledì 12 settembre 2012

Lacrime pedagogiche: lo strappo emotivo

L. deve cominciare la terza elementare. Si aspetta di andare nella scuola dove ha frequentato le due classi precedenti e di ritrovare i compagni, le maestre, il personale ausiliario... tutte persone che negli scorsi anni lo hanno seguito, coccolato, contenuto, vezzeggiato. Si, perchè L. è uno di quei bambini "particolari": con una diagnosi funzionale da gravissimo (e conseguente presenza di insegnanti di sostegno ed educatore), con problemi comportamentali e che vive in comunità.
La relazione della scuola materna lo descriveva come una sorta di "mostro" in miniatura: comportamenti aggressivi, disturbo continuo, incapacità di attenzione e concentrazione, livello di apprendimento sotto i limiti storici, necessità di una relazione esclusivamente individuale con un adulto e tutta una serie di agiti quantomeno "allarmanti" (dal denudarsi in classe allo spargere in giro qualsiasi tipo di effluvio corporeo... per usare immagini accettabili!).
All'inizio della prima elementare (coincidente temporalmente con il suo allontanamento da casa) era quindi considerato come un "sorvegliato speciale": tutta la scuola era pre-allertata sull'arrivo di una bomba pronta ad esplodere in qualsiasi momento.
Docenti, sostegno, educatore si ritrovano e progettano. Portando, in due anni, il bimbo a rispettare le regole scolastiche, ad essere ben inserito nel gruppo classe, ad imparare qualche cosina...
E lo stesso accade qualche giorno fa, prima dell'inizio della scuola: ci si ritrova tutti insieme per progettare il nuovo anno. Progetto orto, rielaborazione delle emozioni attraveso l'attività artistica, ore di compresenza per i momenti di classe, scelta del corretto compagno di banco e quant'altro.
Ma accade un fatto inaspettato: si libera un posto in una scuola "speciale" (so che non esistono più, ma di questo si tratta: di una scuola frequentata solo da soggetti in difficoltà con presenza di neuropsichiatra infantile, psicologo, logopedista, psicomotricista...) e L. viene inserito lì, dove sarebbe dovuto andare già dal primo anno se ci fosse stato posto.
Un'ottima opportunità per lui: una scelta ponderata dai servizi fino all'ultima possibile eventuale controindicazione. Soppesando pro e contro in modo analitico.
Poco dopo aver appreso la novità mi manda un sms una delle maestre che - di lì a poco più di 36 ore - avrebbe accolto il bimbo nella scuola di sempre: "è vera la brutta notizia? Ieri quando l'ho incontrato ha pianto e mi ha detto <anche tu mi abbandoni>. Questa notte non ho dormito. Sto ancora piangendo. Che colpo.".
Perché, nonostante le difficoltà, L. ha lasciato un segno. Si è trasformato da "piccolo mostro" in un alunno affettuoso, coccolato (quando serve) e sgridato (sempre quando serve) da tutti: insegnanti, educatore, bidelle...
Tanto che l'anno scorso - a dieta per il suo forte sovrappeso - le bidelle gli portavano ogni giorno da casa loro la frutta, gliela sbucciavano e gliela recapitavano in classe su un bellissimo piattino dotato di posate. Perché lui facesse una merenda equilibrata imparando la motricità fine. E poi gli facevano lavare il piatto, "perché l'autonomia nelle piccole cose è importante".
Tanto che alla fine della seconda elementare è riuscito a raggiungere gli obiettivi minimi del gruppo classe (non quelli individuali stabiliti per lui, quelli del gruppo classe!!!) in alcune delle materie minori.
Certo sa scrivere solo il suo nome e contare fino a 6 (non senza difficoltà, alcune volte) ma non è solo questo l'importante.
La scuola ci ha messo anima e corpo nell'affrontare le difficoltà di questo bambino, ci si è dedicata con attenzione, professionalità e anche qualche errore (comprensibile: non esiste la scuola perfetta o l'insegnante perfetto) e ha dovuto abdicare al suo ruolo. Improvvisamente, senza possibilità di replica.
La maestra sta ancora piangendo...
Ma lei è adulta, ha gli strumenti per rielaborare questo distacco (o strappo?).
Ma lui? Il piccolo?
Come reagirà a questo cambiamento? Quanto tempo ci metterà a digerire che nei banchi intorno a lui non ci saranno le solite facce (quelle che aspettava con ansia ormai da un mese) ma altre sconosciute?
Certamente le risorse di questa nuova scuola lo sosterranno nel suo processo di apprendimento e di socializzazione. Sicuramente gli specialisti presenti in organico sapranno utilizzare al meglio le tecniche in loro possesso per aiutarlo a crescere.
Ma perché L. ha ancora la sensazione di essere stato abbandonato?
Nella sua vita - ad ogni distacco - proverà questo senso di vuoto?
E lui? Avrà pianto anche lui come la sua maestra?