martedì 18 settembre 2012

Pedagogia disponibile

Un gruppo di bambini di meno di tre anni che giocano insieme, le loro mamme e nonne che - mentre li sorvegliano - chiacchierano. E due "padroni di casa" che presidiano lo spazio.
Si tratta di un servizio educativo?
Si, perché i due padroni di casa sono due educatori e lo spazio è pedagogicamente pensato, il setting è studiato e costruito perché i bambini possano giocare, socializzare, ricevere stimoli adeguati alla loro età. Ma non è un servizio solo "per bambini": è un luogo di accoglienza anche per adulti che stanno compiendo un viaggio complesso come quello di educare i loro bambini.
Troppo spesso questo viaggio viene compiuto, nei primi anni di vita, in solitudine ed è difficile compierlo senza confronto e supporto per le naturali paure che possono sorgere.
Ed ecco perché nasce questo servizio educativo.
Con un pensiero, una filosofia educativa alle spalle che possa essere da sostegno alla genitorialità.
In questo spazio vengono mamme alle loro prime esperienze, nonne (e qualche volta nonni) investiti del difficilissimo compito di badare ai cuccioli per tutta la giornata mentre i genitori sono al lavoro, genitori che - nonostante abbiano più di un figlio - si accorgono che ogni volta è un viaggio diverso e sconosciuto, mamme straniere in terra straniera che cercano un modo per non sentirsi sole e che non vogliono che i loro bambini crescano con lo stesso senso di solitudine.
Gli educatori sono presenti, disponibili. Ma non impongono nulla, non fanno interventi se non sono richiesti.
Accade però che la naturale propensione dell'essere umano a socializzare, a fare gruppo, emerga.
E tutto si fa più semplice: raccontare che siamo preoccupati di quanto o quale cibo mangiano i nostri bambini; liberarci del "senso di colpa" perché - ogni tanto - siamo stanchi e sbuffiamo quando i nostri figli non si addormentano; sorridere insieme, calmierando l'ansia, dei loro ruzzoloni; non preoccuparci di dire che ogni tanto ci sentiamo soli e vorremmo che ci sta intorno ci dia una mano, raccolga un pezzo della nostra fatica quotidiana e la faccia sua; condividere una torta per festeggiare il compleanno...
Ed ecco che l'educatore entra in gioco: raccoglie questi stimoli e cerca di trasformarli in nuove risorse, in nuove possibilità di ragionamento, in nuovi tentativi di esperienze.
In questi luoghi educativi non si offrono ricette o soluzioni precostituite ma si attraversa l'esperienza, la si metabolizza, la si condividie e la si fa propria, si propongono occasioni, dialogo, supporto.
Un servizio educativo di questo tipo (un Tempo Famiglia) visto dall'esterno sembra solo un luogo in cui andare per far giocare i propri bambini. Ma non lo è, almeno non per chi lo frequenta, per chi ci lavora e per chi lo propone.
Per tutte queste persone è un luogo dove la pedagogia - anche se apparentemente silente - è presente e disponibile. Chi vuole la può cogliere, chi non vuole non è obbligato.
Ma chi rinuncia ad una mano tesa?
Fare l'educatore in un Tempo Famiglia è gratificante ed arricchente perché non si lavora con il disagio così come siamo abituati a viverlo noi professionisti. Si lavora con la quotidianità, con le difficoltà di ogni giorno che sono di tutti.
E proprio perché sono di tutti capita spesso che l'educatore, se è un educatore del "terzo tipo" come definito in qualche post fa (http://labirintipedagogici.blogspot.it/#!/2012/09/educatori-extraterrestri-o-fantagenitori.html), si trovi nella condizione di trovarsi nella posizione di discente perché impara - anche lui - qualcosa di nuovo sul processo educativo.
La pedagogia diventa circolare, di tutti e ognuno può prendersene il pezzo che gli serve.