mercoledì 19 settembre 2012

Quando si smette di essere l'educatore di qualcuno?

R. arriva in comunità a 17 anni e mezzo dopo qualche giorno di permanenza al centro di prima accoglienza del carcere minorile con una imputazione per spaccio. Il suo "compagno di merende" è invece agli arresti domiciliari e per R. questa è un'ingiustizia, una differenza di trattamento scorretta tanto più che si professa innocente perché "la roba" lui la custodiva soltanto per "dare una mano" al suo amico. La madre conferma in modo convinto la sua innocenza, tanto da giurarlo sulla sua stessa vita.
In comunità tocca a me, casualmente perché in turno, fare con lui il primo colloquio di accoglienza.
Reputo fondamentale il primo colloquio perché è come una sorta di imprinting, il fondamento su cui spesso si cementa una relazione educativa.
Mi pongo in una posizione acritica rispetto al suo presunto reato ma fermo sul contesto in cui sta entrando.
"Io sono Alessandro, non sono uno sbirro, non sono un giudice ma sono un educatore. Non mi interessa se hai commesso o no il reato. Non tocca a me giudicare. Il mio compito è occuparmi di te per il tempo - lungo o corto che sia, non lo deciderò io - che starai qui. Quindi mi interessa solo una cosa: che nel periodo che resterai con noi userai ogni singolo minuto per continuare a crescere: Sei grande: non voglio che tu perda tempo!".
R. cerca di professare anche a me la sua innocenza, ma io ribadisco il mio disinteresse.
Questo atteggiamento lo colpisce, perché da quando è iniziato il giro di giostra tutti lo hanno guardato con un occhio indagatore, per capire se sia colpevole o no.
Ma a me davvero non interessa. E questo lo spiazza.
La sua "strategia" successiva è strana: parla in nome e per conto di sua madre. Come se lui fosse la bocca e lei il cervello. E questo mi incuriosisce.
Nel corso della sua permanenza scelgo di assumere un atteggiamento intransigente: non gliene faccio passare una, anche se lo accolgo ogni volta che ne ha voglia. Lui - italiano in una comunità con la maggior parte di ospiti stranieri - cerca di porre la relazione sulla schermaglia verbale, tentando di costruire il rapporto ad un livello paritario. Ma non ce la fa. E non manco di sottolinearlo: a livello di capacità linguistica lo supero di gran lunga.
Lo spettro di sua madre è però sempre dietro alle nostre spalle: con le telefonate (lunghe, lunghissime per parlare con me - l'educatore di riferimento - e appoggiare, solo verbalmente, ogni mio intervento), con le visite (non ne salta mai una!), con i suoi doppi messaggi (perché agli educatori rimanda un'immagine di alleanza ma poi, al figlio, continua a passare comunicazioni screditanti nei nostri confronti).
R. va in panne. Da una parte è assolutamente evidente la sua fame di relazione, dall'altra non può tradire il mandato familiare.
So che sono "perdente" nel gioco di forza tra me e la sua famiglia. E questa mia consapevolezza diventa il mio punto di forza. Perché non mi metto mai in competizione con il suo sistema familiare, ma proseguo per la mia strada: ribadendo che voglio soltanto che lui cresca, che impari a decidere con la sua testa, che rivendichi la sua personalità, che non perda il tempo che passerà in comunità.
La dinamica relazonale è estenuante, sembra un elastico: ad ogni passo avanti inevitabilmente ne corrisponde uno (e spesso non solo uno!) indietro. Ma io non demordo. Perché davvero sono solo interessato a fornirgli nuovi strumenti, ad aiutarlo e sostenerlo nel suo processo di differenziazione e individuazione. Senza mai mettermi contro sua madre, il vero fulcro della sua vita. L'unica e sola dipendenza che abbia mai sperimentato, in una relazione che appare ancora come la metafora della simbiosi infantile.
Pian piano però uno spiraglio si apre: R. non ammette nè la sua colpevolezza nè la sua dipendenza dalla figura genitoriale ma comincia a ragionare per conto suo. Per ipotesi, certo, ma provando ad immaginare una sua autonomia di pensiero. L'aspetto "divertente" di questi goffi tentativi è che si esercita ad essere "autonomo nel pensiero" proprio con me, contrapponendosi a quanto gli rispecchio e a ciò che gli rimando. Non sono frustrato, perché la sua presunta "opposizione" mi appare per quello che è: un esercizio propedeutico. E sto al gioco. Assumo una posizione più rigida, scimmiottando le modalità comunicative della madre e lasciando a lui lo spazio per ribellarsi. A rischio di interrompere la relazione educativa perché, quand'anche succedesse, sarebbe comunque un obiettivo raggiunto: la verifica da parte sua che ridimensionare un rapporto di dipendenza così forte non lascia cadaveri sul campo di battaglia.
Sono consapevole che la lotta è impari: perché io sono cosciente di ciò che sto affrontando, per lui è tutto nuovo.
La strategia funziona.
R. rimane in comunità per un anno e quando è il momento di decidere dove trascorrere la messa alla prova torna a casa, riconoscendo che "in comunità potrei giocarmela meglio, ma non posso provocare questo dolore a mia mamma. Lei vuole solo che torni a casa perché mi vuole bene".
Non ha mai ammesso la sua colpevolezza, non ha mai riconosciuto la sua dipendenza dalla figura (ingombrante) di sua madre.
Ma a due anni dalla sua uscita dalla comunità il legame permane: mi telefona, mi scrive sms, chatta con me ogni volta che ci troviamo sui social network. E ogni volta non manca di rimandare quanto gli manchi la mia presenza, le "schermaglie dialettiche" che contraddistinguevano le nostre giornate insieme.
Dice che sono stato il "suo" educatore (unico e solo!) e qualche volta ammette che sono "ancora" il suo educatore.
Ma quando si smette di essere educatore di qualcuno?