sabato 4 agosto 2012

Comunicazione o incomunicabilità?

"Il non voler parlare con qualcuno, non vuole affatto dire che non esiste una volontà relazionale. L'atteggiamento di accoglienza necessita di una capacità in grado di travalicare il luogo comune della parola. Spesso ci è richiesto di ascoltare il linguaggio del corpo, uno sguardo o la contrazione dei lineamenti. Detto questo, e assodato il fatto che 'accompagnare' richiede un ascolto totale, togliamoci dalla testa che la nostra presenza consenta da sola questa opportunità"
Il grande campo della vita
F. Cavallari - Lindau 2011





Quante volte nella nostra professione ci sembra che l'altro proponga una "chiusura comunicativa"? Che non accetti o non voglia entrare in comunicazione con noi?
E quante volte non ci siamo arresi davanti a questa apparente incomunicabilità?
L'educatore sa bene che la comunicazione verbale rappresenta solo il 20% del messaggio globale che l'altro ci invia. Il restante 80 è composto dalla comunicazione non verbale e paraverbale.
Il primo assioma della pragmatica della comunicazione umana ci insegna che "non si può non comunicare", semmai la difficoltà sta nel trovare il canale utilizzato dall'altro.
I bambini che ancora non sanno parlare, gli adolescenti in crisi filosofico-esistenziale che pensano di non essere capiti da nessuno, i disabili e gli anziani che utilizzano canali non convenzionali... tutte queste persone hanno un loro modo di comunicare e sta al professionista cogliere, comprendere e tradurre (a sé e al mondo) il linguaggio utilizzato.
Ma la comunicazione è anche circolarità: sempre Watzlawick insegnava che il processo comunicativo tra umani possiede due dimensioni che sono il contenuto (cioè le parole che si dicono) e la relazione (cioè ciò che i parlanti lasciano intendere sulla relazione che intercorre tra loro). E la circolarità sta proprio nelle retroazioni che la comunicazione fa sorgere nei soggetti impegnati nella loro interazione.
Ecco perché - anche se sembra che qualcuno non voglia parlare con noi - non dobbiamo scoraggiarci (e rinunciare) ma dobbiamo anzi porre maggiore attenzione a scorgere i messaggi non verbali e a predisporci comunque all'ascolto. Che è la prima vera forma di comunicazione perché rappresenta l'accoglienza incondizionata dell'altro.
E se la comunicazione diventa disfuzionale è perché non siamo allenati all'ascolto totale che, appunto, non è consentito dalla sola nostra e unica presenza.