giovedì 30 agosto 2012

Mi "affido" a te: posso fidarmi?

M. ha 8 anni e da due vive in famiglia affidataria. Il suo è stato un lungo percorso: una famiglia d'origine difficile, l'allontanamento coatto da quelli che erano i suoi affetti, un periodo in comunità prima di trovare la tranquillità di un nido sereno. Ma ora la sua tranquillità è minacciata dall'arrivo di un altro bambino: la sua mamma affidataria è incinta. E così quello che sembrava un equilibrio sta diventando un nuovo calvario: la famiglia affidataria "non se la sente più" di tenerla, i servizi sociali sono all'affannosa e disperata ricerca di una nuova famiglia disponibile all'accoglienza (che non si trova) e nel futuro di M. si riaffaccia lo spettro della comunità. Anche se lei ancora non lo sa.
 
L. di anni ne ha 9 e vive in comunità quasi da tre. Anche lui ha alle spalle una storia terribile fatta di un nucleo familiare allargato multiproblematico, di una mamma con un disturbo psichiatrico conclamato, di un padre mai visto né conosciuto né addirittura mai sentito nominare, di problemi economici (si! Nel terzo millennio è ancora possibile soffrire il freddo in casa propria e aprire il frigorifero trovando un piatto di minestra da dividere in sei e nient'altro!). Anche per lui il servizio sociale è alla disperata ricerca di una famiglia affidataria perché L. non debba passare in comunità altri nove anni della sua breve vita. Ma L. è un bambino difficile, con un grave ritardo cognitivo e difficoltà comportamentali quindi non è affatto semplice trovare un nucleo familiare in grado di gestirlo.
 
Ma sono solo due bambini e - in quanto tali - aspirano semplicemente ad un affetto gratuito e ad una serenità che fino ad ora gli sono stati negati.
 
In Italia la legge sull'affido eterofamiliare è del 1983. Ma in questi ventinove anni, nonstante si siano fatti enormi passi avanti, la situazione delle famiglie affidatarie rimane ancora precaria e troppo spesso fallimentare.
Quali sono i motivi? Tanti direi, ma principalmente due.
Il primo che sempre più spesso chi sceglie di proporsi come affidatario lo fa senza una precisa cognizione di causa: spesso perché la strada è meno impervia di quella dell'adozione, quasi sempre senza rendersi conto che prendere in affido un bambino significa - in un certo qual modo - farsi carico anche del suo sistema familiare, talvolta confondendo un atto di amore e solidarietà con un modo per autogratificarsi o per ottenere una migliore immagine di sé davanti alla società.
Il secondo motivo è che - valido anche per le famiglie che affrontano questo percorso con estrema cognizione di causa - ci si sente soli. Le famiglie affidatarie si ritrovano ad affrontare tutte le difficoltà annesse e connesse senza il giusto supporto da parte delle istituzioni e dei servizi specialistici. Sempre per lo stesso bieco motivo: i soldi nel sociale sono sempre troppo pochi e le risorse esigue.
E questo porta al fallimento di un sempre più alto numero di affidi. Con conseguenti traumi su soggetti che già di loro partono in svantaggio.
Che fare dunque?
Occorre effettuare un processo di "educazione all'affido eterofamiliare" predisponendo una seria selezione delle famiglie che si propongono e ideando un progetto integrato, con la presenza di diverse figure professionali, che segua tutto il percorso dell'affido. Assistenti sociali, psicologi, pedagogisti, educatori: una squadra che segua tutte le fasi del processo fino a quando questo sarà terminato, cioè fino alla uscita (per il naturale termine dell'affido) del ragazzo dalla famiglia.
La legge è più che maggiorenne: quanti altri minori dovranno compiere 18 anni in strutture educative senza l'appoggio di famiglie affettuose?