martedì 7 agosto 2012

Tatuaggi, barbie e altre stranezze varie in educazione


Oggi ho ricevuto una mail da un'assistente sociale nella quale mi ringraziava per gli educatori che le avevo fornito per un doppio intervento domiciliare ("...mi piace quando incontro dei veri professionisti..."). Tra le righe - ma non troppo - c'era un commento su un'educatrice che le avevo proposto l'anno precedente ("...non come la barbie dello scorso anno...").
Mi è venuto da riflettere sulla selezione degli educatori: compito non facile perchè spesso si parte da una non-conoscenza e bisogna effettuare una valutazione.
Valutazione che si basa su cosa?
Se non conosci direttamente l'operatore (e succede, non è che tutti gli educatori sono direttamente connessi a te...) normalmente si comincia dalla lettura del curriculum. Ma si sa: si può scrivere qualsiasi cosa e per quanto le esperienze siano verificabili, non ne puoi constatare la qualità.
Allora si procede con un "colloquio conoscitivo". E cosa vai a sondare in quella manciata di minuti artefatti nei quali il candidato si presenta al meglio di sé? Purtroppo, nel corso degli anni, ho imparato che la prima fondamentale e necessaria verifica è sulla "sanità mentale" della persona che hai davanti. Può sembrare esagerato ma mi è successo diverse volte di trovarmi di fronte a persone poco equilibrate personalmente, Come avrebbero potuto "prendersi cura" di altri se già deboli loro stessi?
Ma una volta approfondito questo? Come si può valutare con certezza la qualità educativa di un operatore? La formazione universitaria è una garanzia sufficiente? 
Come si può valutare un libro dalla copertina?
Soprattutto considerando che gli educatori sono una categoria particolare: spesso eccentrici, talvolta estroversi, notoriamente artistici ed alternativi, con le più disparate esperienze di vita.
Senza "testare" sul campo un operatore non credo sia possibile verificarne le capacità, le potenzialità in erba o i talenti nascosti. 
Tanto più che, in ogni sistema educativo, la costruzione di relazioni significative non è una questione "tecnica" basata solo su conoscenze teoriche e strumenti pragmatici.
Creare una relazione educativa è un'alchimia tutta particolare composta da innumerevoli discriminanti non tutte valutabili a priori.
È come comporre musica: non basta padroneggiare lo strumento ed eccellere nella tecnica, occorre avere poesia dentro di sé. E deve essere una poesia suonata in quelle corde, nei meandri di quella relazione educativa unica e irripetibile.
Quindi come effettuare una corretta valutazione?
Affidandosi anche all'istinto (con la sua possibile naturale fallacia) e tentare. Avendo il coraggio di fare un passo indietro quando il tentativo è fallito, quando il libro non è all'altezza della copertina.
Come mi è successo lo scorso anno, quando la "barbie" alla fine si è rivelata davvero una bambolina (nonostante una laurea da 110 e lode).
Diversamente da quest'anno, quando il "tatuato" (molto, molto, molto tatuato - ve lo garantisco!) mi ha fatto ricevere una mail piena di apprezzamenti.


Purtroppo in una serie di siti e gruppi di educatori si continua ad assistere ad una infuocata diatriba sulla creazione di un albo, sulla tutela della nostra professione e dei nostri titoli di studio, sulla vergogna che tanti concorsi siano aperti anche ad altre lauree. E guai ad accennare anche solo timidamente ad una diversa idea: ti additano sulla pubblica piazza virtuale come un untore, un traditore della causa.
Non voglio essere frainteso: anche io sono convinto che ognuno debba fare il proprio lavoro e che a livello di equipollenze ci sia una gran confusione e quant'altro, ma sono anche certo che la qualità di un educatore (o di un pedagogista) non sia costituita solo da un titolo di studio (e chi ha letto il mio post http://labirintipedagogici.blogspot.it/2012/08/talenti-emergenti-o-presuntuosi.html sa come la penso).
Perché la professione educativa è così: i libri vanno letti e non giudicati dalla copertina; solo arrivato alla parola "Fine" potrai dire se ti è piaciuto oppure no.