venerdì 17 agosto 2012

Istinto educativo nel lavoro di comunità

Said, l’ orco cattivo...
Said è cattivo, violento, ruba, minaccia, tutti i giorni picchia qualche compagno più debole, non rispetta le regole, è menefreghista, provocatorio, scorretto.
Said fa il duro, risponde in modo maleducato, ti manda al diavolo ma non riesce a guardarti negli occhi, se gli chiedi come sta prende la sedia e ti si piazza davanti parlando di qualsiasi cosa pur di stare lì con te, tranne forse dirti come sta, Said fa fatica ad addormentarsi, anche quando è piegato dalla fatica, si agita e urla durante la notte, ma dice sempre di aver dormito bene. Ha occhi da bambino in un corpo da uomo, un corpo imponente, muscoloso, forte ma pieno di cicatrici che raccontano la sua storia...cicatrici di coltelli, di bastonate, di frustate...cicatrici visibili, segni appena insignificanti rispetto alle cicatrici più profonde che non si possono vedere, che non si possono contare, che non si possono spiegare, le cicatrici nel cuore di questo ragazzo così cattivo, così violento, così arrabbiato...
Lo staff degli educatori si interroga, c’è chi propone le dimissioni, valutando giustamente che non si può tollerare oltre, che bisogna tutelare gli altri ragazzi, che non è educativo non dare una risposta decisa ad un comportamento così inadeguato...c’è però chi non vuole arrendersi, chi vuole dargli un’occasione perché, al di là di tutti gli atteggiamenti chiaramente deplorevoli, al di là di ciò che si può dimostrare, a livello emotivo, di sensazione, d’istinto, ha ‘avvertito’ qualcosa che non deve, non può, non vuole ignorare. Lo staff discute, si confronta e alla fine, correttamente o meno, sceglie di dare senso a questa intuizione, emotiva e irrazionale ma abbastanza forte da essere promossa e difesa, forse quindi anche significativa.
Si pongono delle condizioni a Said: deve ‘ripagare’ la nostra disponibilità con la sua, deve accettare di trasformare i suoi errori e le sue difficoltà in risorse, deve accettare le nostre regole e permetterci di avvicinarci a lui, a quello che pensa e a quello che prova.
Said accetta e si impegna a controllare l’istinto all’autodifesa, ascolta i consigli degli educatori e sperimenta nuove modalità per gestire la sua aggressività: affronta con più pacatezza gli scontri con i compagni, cercando la mediazione degli adulti; si confronta con maggior disponibilità con gli educatori, accogliendone quotidianamente gli stimoli. Si scopre un ragazzo sensibile, molto intelligente, capace di ironia. Probabilmente costretto a crescere troppo in fretta, obbligato a imparare presto la legge della sopravvivenza, a colpire per primo per non essere colpito, all’uso della violenza e della forza per non soccombere, ha ancora voglia di giocare, di commuoversi, di affetto.  Comincia un tirocinio lavorativo come apprendista verniciatore, riportando risultati talmente positivi che il responsabile dell’azienda vorrebbe assumerlo in regola, dichiarandosi disponibile anche per aiutarlo nell’inserimento nella rete sociale del territorio. Frequenta il corso di alfabetizzazione, dimostrando forte volontà di imparare e migliorarsi.
Eppure è ancora sfuggente...i suoi occhi continuano a sembrare pieni di lacrime che non possono cadere, ancora si ritrae a un contatto fisico che seppur d’affetto teme come un’aggressione, come un animale ferito che non può difendersi...
Gli educatori vivono la sensazione di una profonda solitudine, di una paura inespressa che soffoca Said...cercano un contatto per poter capire, per poterlo accompagnare nella fatica di sopportare un peso che sembra non abbandonarlo mai...gli chiedono di fidarsi, di esprimere la sua disperazione, gli offrono uno spazio esclusivamente per lui. Con molta fatica e vergogna Said racconta che ci ha ingannati, che ha mentito rispetto alla sua età e che tra poche settimane sarà maggiorenne. Said sa che il suo compleanno corrisponde alla dimissione, sa che tornerà per strada a combattere per non soccombere, a dover essere il più forte e il più cattivo, ad essere solo. Non ha scelta: in Marocco non può tornare, in Italia non potrebbe stare.
‘Avevo paura e non volevo che finisse...mi dispiace’.
Gli educatori non possono fare nulla: la legge è chiara e va rispettata, la mediazione con i Servizi Sociali è impraticabile, il Tribunale non si occupa del caso. Avvertono insieme a Said la sensazione di impotenza e di solitudine, si arrabbiano per l’ingiustizia, per l’assurdità di questa situazione...
Said ha provato a inventarsi una vita. Voleva poter essere diverso, voleva qualcuno che potesse amarlo, voleva non doversi difendere, voleva una casa, del calore, una mano da stringere. Sapeva che sarebbe finito, che era una solo una puntata di un film molto più lungo...ma voleva viverla comunque. Ora rimane solo lui a far da autore, regista e protagonista, con il suo corpo da uomo, il suo cuore da bambino e i suoi occhi finalmente pieni di lacrime...
di Michela



Questo è il racconto di un'educatrice (una collega, ma soprattutto un'amica) che - come me - ha lavorato tanti anni in comunità adolescenti.
Ma non è solo un racconto: è una storia dentro ad una storia.
Perché in queste righe non si legge solo la vita di Said (ovviamente un nome di fantasia) ma anche la lettura che gli educatori danno ai suoi comportamenti e ai suoi agiti.
E tra le parole di questa storia emergono anche i sentimenti degli operatori: paura, rabbia, frustrazione, impotenza... Tutti sentimenti comuni a chi lavora in questo ambito, visto che i "risultati positivi" non si raggiungono quasi mai...
Ma tra tutti prevale - e questa è la fortuna dell'orco cattivo - l'istinto di una persona e la sua caparbietà nel convincere i colleghi che sotto alla corazza c'è dell'altro - appena percepibile - che potrebbe essere importante, una risorsa da non perdere, da non tralasciare.
Nasce come una scelta, ma si trasforma in un atteggiamento. Una modalità di relazionarsi che emerge negli adulti e colpisce Said, fa vacillare la sua corazza, gli permette di aprire uno spiraglio e lasciare che l'altro entri. Superando la paura e le difese imparate sulla sua pelle nel passato.
In poche parole si predispone alla relazione.
E questo gli permette di pensare, ipotizzare, valutare l'idea di un cambiamento. Una diversa modalità di presentarsi e di vivere il mondo.
Ma purtroppo i limiti di contesto rimangono e la storia non cambia.
O forse si?
Forse l'orco cattivo ha subito una trasformazione, interiore e profonda. Probabilmente si è concesso un'opportunità e ha verificato (ancora una volta sulla sua pelle ma, questa volta, senza farsi male) che le occasioni non fanno sempre paura, che il mondo non è sempre cattivo, che non bisogna sempre essere sulla difensiva.
E forse quest'occasione se la ridarà anche in altri contesti, senza abbassare la guardia - certo - ma con la consapevolezza che il rischio vale il traguardo.
Magari questa esperienza lo ha davvero cambiato e l'occasione si è trasformata in una scelta di vita, in una modalità concreta.
Magari... perché Said non lo abbiamo più visto, e non possiamo sapere se la storia si è chiusa con un "...e vissero tutti felici e contenti!".